
Capitolo II
La famiglia ha sempre ragione.
Dormii come un sasso fino al giorno seguente, infatti venni svegliato circa alle sette e mezza di sera da Bill, che armeggiava rumorosamente con quel suo fottutissimo asciugacapelli.
Avevo un gran mal di testa, cosa del tutto prevedibile vista la baldoria a casa di Georg: alzarmi fu una vera tragedia, con tanto di sonori mugugni ed imprecazioni tra le più svariate e fantasiose.
A causa del marasma di neuroni morti a causa di fumo ed alcol che invadeva la mia testa, sul momento non ricordai ciò che avevo combinato la sera precedente. Fu l’espressione intristita sul volto di mio fratello a farmi tornare la memoria.
Era in bagno, nudo fatta eccezione per un asciugamano bianco legato attorno ai fianchi: quando feci la mia comparsa nella stanzetta, illuminata dalle ultime luci del sole morente, lui mi lanciò uno sguardo di silenzioso risentimento tramite la propria immagine riflessa nello specchio a muro.
La mia espressione, al contrario, immagino dovette apparire abbastanza contrita, infatti lui sibilò un “non mi guardare in quel modo, non sono mica morto solo perché tu non c’eri” molto acido, mentre io mi sforzavo in ogni modo di atteggiarmi da dispiaciuto-ma-non-sottomesso.
La recitazione non faceva parte dei miei talenti, pensai, poco ma sicuro.
Arresomi, scossi le spalle, mi grattai il petto sfregandovi una mano e mi affiancai a lui per sciacquarmi il viso nel lavabo.
Il silenzio era abbastanza pesante, ma mai orribile quanto le mie occhiaie.
Scoprii i denti, dedicando un sorriso distorto a ciò che ero. Uno sballato.
Armeggiando con sapone, dentifricio e lozioni, lasciavo di tanto in tanto che la coda dell’occhio andasse a sfiorare i nostri corpi nello specchio.
Eravamo molto diversi per essere gemelli, o, per lo meno, lo eravamo a petto nudo: per quanto magro, io presentavo già accenni ad un fisico appropriato ad un diciassettenne, mentre Bill aveva ancora il torace di un bambino, bianco e secco. Sarebbe stato abbastanza semplice contarvi le costole. Nessuno avrebbe mai detto che eravamo gemelli, se non fosse stato per i capelli: portavamo entrambi i dreadlocks, io biondi e lui scuri.
Avrei voluto, lì per lì, intavolare una sorta di discussione costruttiva tra fratelli, giusto lo stretto necessario a far cessare quell’angosciante guerra fredda, ma non ne avevo il tempo, non ora che sapevo di dovermi preparare al contest. Mancavano solo due giorni, in fondo.
Riordinai mentalmente le cose da fare. Ce n’erano molte, ma le principali erano due: per prima cosa dovevo recuperare, in qualche modo, il denaro da versare per la partecipazione alla battle e, come seconda cosa, dovevo evitare di farmi arrestare, almeno fino a sabato. Sfortunatamente, pensai, il primo compito rischiava seriamente di compromettere di molto il secondo. Ironia della sorte.
Lasciai Bill in bagno a truccarsi, una sua abitudine che odiavo, scartando definitivamente la possibilità di annunciargli il mio ennesimo successo nella scalata sociale. Non mi avrebbe capito e mi avrebbe comunque odiato per non aver passato assieme a lui il nostro compleanno, come gli avevo invece promesso di fare.
♪Mein Block, mein Block, mein Block♪
Mi voltai di scatto verso il comodino. Il ronzio della vibrazione si mischiava insistentemente alla suoneria del mio cellulare, mentre il display si era illuminato di azzurro.
Risposi quasi immediatamente, senza dire nulla.
«Tra mezz’ora, angolo est della Fernstaße.»
«Arrivo.» chiusi la chiamata ed infilai l’apparecchio in tasca, insieme alle cartine, all’accendino e a qualche moneta da due euro. Già che c’ero, estrassi una sigaretta dal pacchetto ormai quasi vuoto.
La rigirai qualche istante tra le dita, osservando in totale silenzio la porta chiusa del bagno.
Mi venne la nausea.
- A volte ancora oggi mi soffermo a guardare quella porta, come se il legno macchiato potesse in qualche modo riportarmi indietro nel tempo più di quanto non facciano queste mie parole. Vorrei potesse darmi l’occasione di cambiarle cose, ma di cambiarle prima degli errori. -
Poggiai la sigaretta sul comodino, con l’intenzione di tornare a fumarla in seguito.
Mentre scendevo le scale a balzi di quattro gradini per volta, venni sorpreso dal pensiero di ciò che davvero avevo per le mani: un’occasione molto buona.
Avevo la possibilità concreta di diventare il primo minorenne della storia a partecipare al RockTheBeat e a vincerlo. Sapevo di essere tra i migliori in assoluto e, a quanto pareva, lo sapevano molto bene anche i big della mia crew.
Sorrisi. Avevo l’occasione di prendermi gloria e denaro in un solo colpo.
Parlando di denaro: anche il Joker, qualche minuto più tardi, nascondeva moltissimo denaro nella tasca interna della propria giacca. Certo, non si trattava di vile denaro liquido, era un qualcosa di molto superiore e molto più pericoloso, quel genere di merce che non mi avrebbero mai permesso di trattare a un pesce relativamente piccolo come me.
Non ancora, per lo meno.
«Bella Uncle Tom!»
Ci trovavamo all’angolo est della Fernstaße, luogo di ritrovo occasionale. Non potevamo stabilirci troppo a lungo nella stessa zona, ovviamente, o avremmo scatenato forti sospetti contro tutti noi anziché contro solo alcuni.
Avevamo imparato a suon di perquisizioni e segnalazioni ad essere prudenti, discreti e a diffidare di qualsiasi cosa: anche i cespugli avevano le orecchie in un posto piccolo come Loitsche.
Mi toccai il cappellino con due dita, nel mio solito gesto di saluto «Bella!» accennai, passando rapidamente in rassegna i presenti.
C’erano più o meno tutti, fatta eccezione per Georg, il quale probabilmente ci stava raggiungendo, Hölle e Dom.
- Forse dovrei raccontare del burattinaio, in realtà, di colui che muoveva i fili. Forse dovrei dirgli molte altre cose, ma non so quando troverò il tempo di farlo, o, semplicemente, il momento giusto. Forse non esiste il momento giusto, forse tutti i momenti sono giusti. -
Avevamo una sorta di capo, noi della Puppetmastaz, un surrogato di quel Dio in cui non credevamo più da tempo.
Si, credo fosse per questo che ne parlavamo con tanto rispetto nonostante non lo conoscessimo affatto.
Si vociferava che avesse ormai una quarantina d’anni. Solo Mad e il Gordo l’avevano conosciuto bene di persona: in giro per la città, lui non si faceva più vedere. Noi della crew sostenevamo che si fosse trasferito a Berlino per controllare meglio quel giro di droga che non aveva mai smesso di essere la sua occupazione principale. Col rap, d’altra parte, aveva chiuso da ormai molto tempo.
Tutti noi facevamo in qualche modo parte di quella sua rete di inganni e di business, ognuno aveva un suo ruolo e ognuno lo svolgeva sempre al meglio perché tutti ne avremmo guadagnato. Io e Georg, ad esempio, essendo gli unici due ancora inseriti ufficialmente nel mondo della scuola, ci occupavamo di spacciare droghe leggere in quell’ambiente.
Nel frattempo, comunque, il parchetto alle nostre spalle si era completamente svuotato ed un profondo silenzio era calato tra le file della Mastaz.
Il Joker tossì, aveva i polmoni pieni marci di catrame, mi fece cenno di avvicinarmi e mi passò un braccio attorno alle spalle, bisbigliandomi nell’orecchio: «Resta qui, aspetta Georg e, appena arriva, andate entrambi alle scuole medie più in fretta che potete ma senza dare nell’occhio. Noi abbiamo da fare, c’è gente pericolosa che vuole rovinarci i piani, gente che gira con i ferri. Tom, vogliono mandare a puttane l’affare di sabato, ma tenterò di convincerli a starne fuori. Ok? State lontani, noi vi raggiungeremo.»
Annuii, tenendo gli occhi fissi sulla superficie irregolare del marciapiede. C’erano mozziconi di sigaretta e merde di cane ovunque. Qualcosa mi diceva che, a volte, era meglio non porsi affatto delle domande. Al contrario di ciò che faccio oggi, allora decisi di seguire quel mio istinto e non chiedermi nulla di più di ciò che già sapevo.
- Il dottore si schiarisce la voce a questa mia affermazione, come se fosse l’ennesima cazzata che esce dalla bocca di uno stolto ignorante come me. Ma ormai sono bravo a non badare a quelli che, come lui, sventolano per aria la loro bella laurea. Io, almeno, ho vissuto sulla strada. –
I ragazzi scomparvero tutti al di là della recinzione di siepi del parco, nel buio. Il sole era tramontato da tempo, morto affogato dalla sky-line di quella squallida periferia di città.
Guardai ripetutamente l’orologio da polso che mi avevano regalato i miei Brüder per il compleanno. Georg era sempre in ritardo, non ero preoccupato per lui, piuttosto mi infastidiva parecchio l’idea di contraddire le indicazioni del Joker. Se lui mi aveva detto di sparire alla svelta dalla zona, un motivo valido doveva esserci: mi fidavo ciecamente di lui, come lui si fidava ugualmente di me. Funzionava così, all’interno della nostra famiglia.
La famiglia aveva sempre ragione.
Passarono quasi cinque minuti, poi, finalmente, Geo fece la sua comparsa caracollando scompostamente alle calcagna di un’altra persona, tutt’altro che attesa.
«Mi hanno preso!» continuava a gridare quest’ultimo, sfrecciando verso di me.
«Bill??! Che porca puttana ci fai qui?» dovetti aggrapparmi con forza a tutta la mia dignità personale per non stramazzare al suolo.
Mio fratello mi correva incontro, stringendo tra due dita una sigaretta spenta.
Una volta giunto dinnanzi a me, cedette alla fatica e si piegò in avanti, scosso dal fiatone, reggendosi con le mani sulle ginocchia.
Lo lasciai riprendere un attimo fiato, poi tornai all’attacco. «Che cazzo ci fai qui, idiota? E che cazzo strilli?»
«Ho provato a fermarlo ma non mi ha ascoltato!» si intromise Georg. Io lo fulminai con uno sguardo piuttosto scettico, così lui si difese: «è tuo fratello! Non potevo mica pestarlo…» poi aggiunse un «…senza il tuo permesso», lasciando supporre quanto già si stesse pregustando la possibilità di riempirlo di pugni in un futuro non troppo lontano.
Bill, inaspettatamente, recuperata la propria energia psicotica, si frappose tra noi e mi rivolse un sorriso a trentadue denti. «Tomi! Mi hanno preso, mi hanno preso!»
Lo guardai nuovamente perplesso, sorpreso da tanta rinnovata allegria e disinvoltura nei miei confronti, nonché da quel viso che stonava così orribilmente in quel contesto. Non doveva trovarsi lì, proprio non doveva.
Penso che io, comunque, al suo posto, mi sarei portato rancore per tutta la vita.
«Non chiamarmi Tomi. Comunque non capisco Bill, che cazzo dici?»
«Mi hanno preso! Allo stage con la cantante americana! Per il corso di canto all’estero, ricordi? Quello di cui ti parlo da mesi… ricordi?»
L’avrei deluso a morte.
«Oh… oh! Si! Certo che ricordo. Figata!»
Non me lo ricordavo affatto, ovviamente, e, detta con tutta sincerità, in quel momento avere tra i piedi quello scricciolo di mio fratello, per quanto potessi sforzarmi di sembrare felice per lui, non era il massimo della gioia.
Bill non accennava a rilassarsi, né a smettere di essere così sfacciatamente felice, mentre io e Georg cercavamo in ogni modo di controllare che nessuno fosse nei paraggi o potesse vederci. Cominciavamo ad essere abbastanza in ansia.
«Che cos’è quella?» domandai, scontroso, indicando la paglia che Bill stava ancora stringendo in una mano, rischiando di spezzarla.
«Ah si! È tua» disse, porgendomela con gentilezza «l’hai dimenticata a casa, prima… sul comodino.»
«Oh… grazie…» Per un attimo, durante quel semplice istante lungo non più di qualsiasi altro, ci fu una gran calma attorno a noi, come se la serenità di qualcuno potesse influenzare tutto l’ambiente circostante.
Dovevamo allontanarci dal parco, in fretta, specialmente mio fratello: non volevo che qualcuno lo vedesse e, soprattutto, non avevo mai tradito la fiducia della crew.
Proprio mentre, riflettendo su questo, afferravo il braccio di Bill per trascinarlo via facendo segno a Georg di seguirmi, un rumore terribile squarciò il silenzio della notte. Uno sparo fendette l’aria densa della sera, seguito da altri due.
BUM. BUM.
Dopo un primo istante di shock, fu un qualcosa di istintivo: cominciai a correre verso le scuole medie, trascinandomi dietro gli altri due.
Ci precipitammo senza voltarci mai, altri due spari. BUM BUM. E il mio cuore che sbatteva contro la cassa toracica. BUM BUM.
Era tutto molto confuso: il volto spaventato di Bill, l’odore del tabacco che stringevo convulsamente in una mano, il buio e la luce dei lampioni che si alternavano.
Giungemmo al cancello dell’istituto dopo secondi che parvero minuti.
Per quanto stordito, scavalcai la porta e Georg aiutò Bill a fare lo stesso. Atterrammo nella polvere dello sterrato del cortile e rimanemmo lì, sconvolti. Tremavo, ma, a differenza di mio fratello, riuscii a nasconderlo bene.
«Che minchia è successo?» Domandò improvvisamente Georg, violentando il silenzio calato dopo l’ultimo sparo, che si mescolava mestamente al nostro ansimare. «Che. cazzo. è. SUCCESSO?» ribadì, questa volta prossimo ad un attacco di panico.
Non risposi, non sapevo cosa avrei dovuto dire, né pensare. Sembrava che solo l’eco delle parole del Joker riuscisse a sovrastare il caos sonoro che avevo dentro. “Gente pericolosa, gente che gira con il ferro.”
Da quelle parti sapevamo tutti cos’era un ferro, sapevamo tutti che in molti ne tenevano una nella tasca interna del giubbotto, ma nessuno di noi pensava che qualcuno l’avrebbe mai usata. Io, di sicuro, non lo sospettavo nemmeno.
Forse non avevo ancora realizzato davvero che, possedere un ferro in un quartiere come quello che frequentavamo, era a tutti gli effetti come possedere una licenza ad uccidere.
«Tomi… voglio… torniamo… andiamo… a casa. Ti prego… ti…»
Finsi di non sentire le sue suppliche sussurrate a fior di labbra, le trovavo fastidiose, moleste, come qualunque altra voce. Avevo bisogno di restare spento, per qualche minuto, lasciar calmare quel ribollire di sensazioni che mi era esploso nella testa.
«Tom, forse ha ragione lui… cioè, forse dovremmo andare.»
Per quanto sentissi il bisogno di stare solo, mi sentii costretto a riprendere in mano il controllo di me stesso: respirai a fondo diverse volte e gonfia la gola così da ridurre l’effetto stridulo che la paura rischiava di causare sulla mia voce.
«Mi… mi ha detto di venire qua. Aspettiamo qua.» biascicai, alzandomi in piedi.
Bill distorse la bocca in una smorfia di terrorizzata angoscia, spalancando gli occhi, ma non mi contraddisse, si limitò a raggomitolarsi un pochino di più attorno alle proprie ginocchia.
Aspettammo lì per mezzora, il cielo era più nero delle rime di Hölle. Proprio mentre pensavo a quest’ultimo, la sua voce mi giunse alle orecchie: proveniva dall’altro lato della siepe.
«Sicuro che siano qui?» «Si cazzo, ti ho detto di si, è uno con le palle.» «Lo so ma è passata mezzora.» «TOM! SIETE QUI?» «Non urlare idiota!»
Udendo questa conversazione, tutti e tre sollevammo di scatto la testa ed io cominciai a correre verso il cancello.
Quando vidi il volto di Mad comparire da dietro le sbarre, un insolito calore cominciò a diffondersi nel mio petto.
Stavano bene.
«Scheiße!» esclamai, sorridendo come un ebete e fiondandomi fuori.
Erano lì, stavano bene, i loro volti erano integri, escludendo le espressioni dure e tese.
«Cos’è successo? Chi? Cosa? MERDA!» sbraitò Georg, agitandosi alle mie spalle. Con una spallata, mi fece da parte e si piazzò faccia a faccia con Joker. «Cos’è successo?» ribadì.
«Nulla.» rispose l’altro, catatonico, mantenendo la faccia da poker che lo contraddistingueva da sempre.
«Gli spari! Gli spari! Nulla un cazzo! Vi hanno sparato? Cos’è successo?» insistette Georg. Era testardo, sempre, ma era anche sconvolto e la paura gli si leggeva proprio in quel tono così brusco ed accusatorio.
«Nulla.» il Joker diede segno di totale insofferenza, fu allora che capii che non solo era successo qualcosa, ma anche qualcosa di orribile.
«Siete stati voi a sparare, vero?» bisbigliai, facendo attenzione a non tradire la maschera calma ed impassibile che, in quei minuti, ero faticosamente riuscito ad edificare tra miei lineamenti.
Sollevai lo sguardo, lasciai che si scontrasse con quello del mio compagno,di un mio fratello, di uno dei miei mentori, una di quelle persone che più amavo e stimavo al mondo.
«Nessuno ha sparato, va tutto bene.» scandì questi, sicuro, fissandomi come per trasmettermi forza. «Tutto bene.»
Non so come, ma allora mi sentii molto meglio, molto sollevato.
Zittii Georg, quando lui provò a ribattere a quella affermazione, gli feci capire che ne avremmo parlato in seguito, io e lui, ma che non avrei potuto tollerare,in quel momento, ulteriori discussioni.
«Ma io ho sentito.» sussurrò Bill, con voce tanto acuta e sottile da sfiorare la linea di confine tra suono ed ultrasuono.
Venne ignorato, come ogni volta in cui disgraziatamente ci capitava di averlo tra noi, quasi non fosse stato lì.
Tutti lo evitavano, tutti fingevano che, al di là delle pareti di casa mia, non solo non fosse affatto mio fratello, ma negavano direttamente la sua stessa esistenza.
- Sollevo lo sguardo, incrocio quello del dottore. Lo so che mi sta giudicando, lo so che, nonostante le promesse, prima o poi lo fanno tutti. Ma io so, so che tutti quello che concerneva mio fratello era pura distorsione delle cose, puro delirio. -
«Andate a casa. Ci vediamo domani.» disse Mad, con tono spento, consegnando a Georg la modesta dose di erba settimanale per la quale ci eravamo trovati con lui quella sera.
Senza proferire ulteriore verbo, passai accanto ad Hölle, portandomi via Bill, e mi diressi verso casa.
Percorremmo a ritroso la strada, deviando per poter evitare la zona del parco. Dopo una cinquantina di passi, Georg ci raggiunse di corsa.
«Vai a casa, di qui non ci arriverai mai.» gli intimai, senza guardarlo negli occhi. Non avrei retto.
Cominciavo ad accusare il nervosismo della situazione.
«Ma non capisci? Non hai sentito? Hanno sparato loro, Tom. Hanno sparato a qualcuno, potrebbero aver ammazzato qualcuno!» strillò lui, in risposta, a pochi millimetri dal mio orecchio. Aveva il volto paonazzo e le vene del collo anormalmente gonfie.
Tentai di ignorarlo, ma la confusione nella mia mente era tale da rendere vana ogni volontà.
«STAI ZITTO. Calmati cazzo, pensa a quello che dici. L’hai sentito? Hai sentito cos’ha detto Joker? Non è successo niente. Nessuno ha sparato. NIENTE.»
«Palle, Tom. Lo sai, li hai sentiti anche tu gli spari. Li ha sentiti anche quello lì.» disse, indicando mio fratello. Non usava mai il suo nome di battesimo.
Vidi Bill annuire e sentii d’un tratto tutto il sangue affluirmi alla testa.
«Lascia perdere, adesso non fingere che ti importi qualcosa della sua opinione o di altro che lo riguardi. Se Joker ha detto che non è successo nulla, non è successo nulla. La famiglia ha sempre ragione.»
Congedai Georg con un cenno del capo, troncando la conversazione e svoltando verso il portone di casa, certo che avremmo risolto tutto l’indomani.
« by RedSam ~ commenti °
domenica, 03 maggio 2009 alle 23:38
Ecco la nuova FF. è un po' diversadalle altre, spero che vi piaccia ugualmente n_n è sicuramente meno complicata! Aspetto i vostri commenti, un bacio!
Capitolo I
Zum geburstag viel glück ♪
Mi chiamavano Uncle Tom e avevo solo sedici anni. Anzi, a partire da quel preciso giorno ne avevo diciassette. In ogni caso, nel mio clan erano tutti molto più grandi di me: molti vivevano da soli, quasi tutti già guidavano.
Ero il più coccolato, ma allo stesso tempo tra i più rispettati, forse fu per questo che cominciai a distaccarmi dalla mia famiglia biologica, da mio fratello, per dedicarmi anima e corpo a quella acquisita: la famiglia della strada, la mia.
Percepivo la netta necessità di contare solo sulle mie forze, avevo bisogno di autonomia per poter gestire in tranquillità il mio piccolo commercio di droghe leggere senza alcun intralcio, avevo bisogno di sicurezza: volevo tenere Bill lontano da quel mondo di affascinanti trasgressioni e carismatico nulla in cui stavo allegramente sguazzando, a tutti i costi.
Dovevo tenerlo lontano dalla crew per proteggerlo, proteggere lui, preservare il suo futuro. E la mia faccia.
Si, mi vergognavo di lui. Da morire.
Suona brutto ammetterlo, così, platealmente, ma non posso mentire al riguardo: lui era completamente diverso da me e dai miei ragazzi, paradossalmente, assomigliava molto di più alle donnette che frequentavamo la sera.
Certo, gli volevo un gran bene, ma volevo bene anche ai miei amici e perderli per una sciocchezza del genere sarebbe significato perdere dignità e il senso stesso della mia esistenza.
Mi riusciva molto più facile tenerlo a distanza, fingere di non necessitare della sua presenza, fingere che le sue lezioni di canto e recitazione sarebbero bastate a colmare quel vuoto che la mia assenza avrebbe potuto causargli.
- mi interrompo, getto la testa all’indietro sullo schienale e lancio uno sguardo all’omino in giacca e cravatta seduto tranquillamente dietro al divanetto sul quale sono sdraiato. Mi fa cenno con una mano di continuare, preciso e dettagliato come faccio ogni volta. Annuisco ed eseguo. -
Ogni giorno lo salutavo, dopo scuola, dopodiché mi dirigevo direttamente verso il parcheggio dei motorini dell’istituto, sul retro, dove solitamente già mi attendevano Il Joker e Mad, due capisaldi della nostra compagnia, rispettivamente di 20 e 22 anni. Avevano smesso di andare a scuola già da parecchio tempo, motivo per il quale erano costretti a spacciare per mantenere il monolocale nel centro di Loitsche, nonché motivo per il quale io, invece, non mi facevo pregare da mia madre per proseguire negli studi. Non saprei spiegare come mai, ma qualcosa mi inquietava nell’idea di lasciare per sempre quel comodo nido che era la mia infanzia, ormai rappresentata esclusivamente dall’ambiente scolastico. Avevo deciso che sarei andato a scuola fino al termine delle superiori, come già stava facendo il mio migliore amico.
Ora che ci penso, noi non utilizzavamo quel termine, nessuno avrebbe detto a nessuno di noi altri “sei il mio migliore amico”. Noi della crew non eravamo amici: eravamo fratelli.
Per i fratelli si darebbe qualsiasi cosa, anche il proprio sangue, la propria libertà. Anche se io un fratello di sangue lo avevo già.
Avrei dovuto capirlo prima. Avrei dovuto capire prima tante cose.
Quel giorno in particolare fu importante: segnò una svolta.
Mad indossava un giubbotto della SC Magdeburg, bellissima. Gli diedi il pugno e feci lo stesso con il Joker.
Senza interrompere la propria discussione, mi passarono una paglia già accesa ed io la accettai volentieri, prendendo posto sul motorino di un mio compagno di classe.
«Sabato deve andare tutto secondo i piani. Dobbiamo spaccare e mandare a fanculo quei pezzi di merda.»
Gli occhi di Mad erano vagamente arrossati, ci feci caso. Il drum che mi avevano passato presentava tracce di marijuana. Era abbastanza buono.
«Come sempre. Comunque, più che altro abbiamo questo contatto pazzesco con un tipo della GefahrGang di Berlino che vuole comprarsi tutto.»
Mad sogghignò e mi lanciò uno sguardo difficilmente interpretabile. Io finsi di nulla, anche se avevo capito benissimo che con quelli della GG non c’era da scherzare: se dicevano che volevano comprare tutto, significava un mucchio di eroina che doveva passare dalle nostre alle loro mani in una sola sera e senza intoppi. Molto rischioso, molto eccitante.
Ma le sorprese, spesso, vengono tutte insieme.
«Ovviamente non possiamo fare una figura di merda con quei cazzoni del contest, quindi dobbiamo fare come al solito: vincere.» Il Joker fece una risata estremamente allegra, capii che stavano tramando qualcosa.
Era il giorno del mio compleanno, dopotutto, non potevano esserselo scordato.
«Non lo so. Ci saranno tutti i pezzi grossi della Katz sabato.» lo interruppe Georg, avvicinandosi a noi e gettando a terra lo zaino. Era, penso, la persona più importante al mondo, per me. Vederlo significava stare bene,anche se sommersi da una valanga di guai.
Ci salutammo con una spallata, gli sorrisi e gli passai il drum. Lui ne prese un tiro e lo lasciò scendere direttamente nei polmoni. «è corretto.»osservò tossicchiando, quando il sapore dolce ed illegale gli salì alla testa. Ne prese un’altra boccata.
- guardo di nuovo il dottore, chiedendomi se riesca a seguire il mio discorso o se dovrei spiegargli meglio certi dettagli. So che non può interrompermi con domande, ma comprendo quanto possa essere complicato, per uno che vive in un polveroso studio pieno di libri, star dietro a così tante cose estranee . Riprendo a narrare. -
La Katz era, in pratica, la nostra principale crew rivale. Fondamentalmente credo che in un paesino relativamente piccolo come Loitsche non dovrebbe esserci più di un clan serio ed operante, eppure nella nostra città erano ben quattro.
Diciamo che la Katz aveva dalla propria molti rapper veramente validi, alcuni al pari dei nostri migliori, ma il vero motivo della nostra animosità nei loro confronti era uno e molto semplice: eravamo territoriali non solo dal punto di vista sociale, ma anche dal punto di vista del distorto sguardo dello spacciatore. Noi portavamo la merce in Loitsche, noi la smerciavamo, noi la consumavamo e la facevamo consumare. Non si potevano tollerare avversari in questo.
Il Joker non aveva paura di loro, non ne aveva mai avuta.
«Non mi preoccupano quelli della Katz, mi basta che ci siano i soldi, tutti i soldi che dovrebbero esserci. Per il resto, wir haben kein Problem.»
Nessun problema. Bhe, forse esagerò pronunciando quelle parole, perché ciò che avevamo per le mani non era solo un semplice contest di Hip-Hop come ne avevamo già visti molti: ci era stata lanciata una patata bollente non indifferente, un quantitativo di roba pari al normale smercio di quasi sei mesi.
Mad si calcò il cappellino sugli occhi. Forse aveva paura, non saprei, forse semplicemente un raggio del sole morente lo stava accecando, comunque io percepii una nota di tensione nel suo respiro.
Provare paura era cosa non accettabile, né per un Mastaz né per un Katz né per un membro di qualsiasi altro clan.
Eravamo riusciti a ricreare, in una cittadina piccola e tranquilla, un ambiente simile a quello che ci immaginavamo si respirasse nel Bronx NewYorkese. Era un meccanismo estremamente malsano, estremamente adrenalinico.
Mi ripassarono il drum e tornai a rilassare la mente ottenebrando i cupi pensieri con ciò che più stava entrando a fare parte del mio organismo.
«Cosa pensate potremmo presentare sabato?» domandò Georg.
Io finsi indifferenza, ma in realtà avevo spalancato bene le orecchie e seguivo con la coda dell’occhio ogni movimento della labbra di Mad, mentre lui parlava:
«Niente esibizioni, si va solo di freestyle battle questo sabato. E… penso che questa volta dovremo giocarci il jolly… che ne dici Tom? Ti ho sentito provare con Il Gordo e, scheiße, sei migliorato da far paura.»
Sogghignai: ecco dove stava la sorpresa. Era venuto finalmente il mio momento.
Il Gordo era un tizio che abitava nel mio stesso quartiere e, dopo aver in un certo senso lasciato la crew, si limitava a darci una mano con il mixer e gli arrangiamenti dei nuovi pezzi. Avevamo anche fatto un paio di featuring con lui.
Ovviamente era assolutamente impensabile lasciare del tutto il gruppo, un po’ perché esso diventava come una vera famiglia, un po’ perché si veniva a conoscenza di un po’ troppi affari di gente abbastanza losca, a furia di frequentarla, perciò, se si negava la fratellanza, si perdeva la fiducia. E, si sa, a nessuno piace gettare in piazza i propri panni sporchi.
In ogni caso, volevamo tutti bene al Gordo ed eravamo contenti che a trentacinque anni si fosse sistemato in un appartamento suo e che si fosse trovato un lavoro: nonostante non avesse più tempo per cazzate come lo spaccino o cose del genere, la passione per il rap non l’aveva mai abbandonato. Grazie a lui ero riuscito a raggiungere una tecnica e un’originalità che un MC di sedici anni normalmente non aveva e, finalmente, era giunto il momento di confrontarmi con veri freestyler di razza su un vero ring, con un vero pubblico, una vera posta in palio e vera gloria da conquistare.
Pane per i miei denti.
Immaginai di confrontarmi con Hook o con il Guercio da Berlino e un brivido di eccitazione mi percorse la spina dorsale: quella notizia era il miglior regalo di compleanno che avessi mai ricevuto.
In un impeto di entusiasmo biascicai un «Grazie, Bruder», solo vagamente sporcato dalla meravigliosa sensazione che l’erba rilasciava nel mio sistema nervoso.
Il Joker mi guardò con orgoglio e disse: «Non ringraziare un cazzo di nessuno. Sei un nuovo Boss in città, pensa solo a fare il culo a capanna a quegli stronzi, ok?»
Suonerà banale, ma allora, per un minorenne, sentirsi dire che si era un mostro del freestyle da uno come Il Joker, conosciuto e rispettato in mezza Germania, era un po’ come sentirsi dire “sei il migliore tra tutti”. È da sottolineare che io già avevo una grandissima fiducia in me, ma quella fu la miglior conferma che potessi aspettarmi.
Georg mi fece l’occhiolino e ci scambiammo un sorriso di intesa. Bisognava festeggiare.
Quella stessa sera, dopo lungo vagabondare, io e Geo giungemmo sotto casa sua.
Avevamo camminato per chilometri dal centro al quartiere periferico nord e la fame chimica cominciava a farsi sentire.
Non dovetti nemmeno chiedere di poter restare, l’invito era implicito quando si trattava di noi due.
«Dobbiamo berci su!» esclamò allegramente lui, armeggiando con il mazzo di chiavi e dandomi la millesima pacca sulla schiena di quel pomeriggio. Era maledettamente orgoglioso di me, glielo si leggeva negli occhi.
«Aspetta… non lo so… avevo promesso che sarei rientrato oggi e… Oh bhe, chissenefrega.»
Per un attimo, l’immagine di mio fratello aveva fatto capolino nella mia mente, ma fu subito sostituita dal pensiero dell’alcol, che il padre di Georg nascondeva molto poco furbescamente nella dispensa, di una serata passata a fumare in compagnia, dei toast al formaggio e dei film porno che avremmo sicuramente guardato.
Pochi minuti dopo, probabilmente aiutato dalla vodka e dal JackD, il senso di colpa svanì,il fumo spazzò via ogni ripensamento.
«Sabato Uncle Tom della Puppetmastaz Crew in freestyle contro tutti!» annunciò Geo, accennando un motivetto funky e dando un altro tiro allo spinello che stringeva pigramente tra due dita. «Una figata. Una vera figata…»
«Si, una figata.»
Fu una serata perfetta.
- L’uomo scribacchia incessantemente su quel suo fottuto taccuino, ma a me si stringe un nodo alla gola, non so se ho davvero voglia di fare questa cosa, di andare avanti a parlare. Mi faccio forza, notando che il dottore non accenna minimamente a smuovere la situazione. Mi sforzo di pensare a quanto potrebbe essermi utile tutto questo. -
Non ricordo a che ora ci fossimo addormentati lì, sul balconcino della camera da letto di Georg, fatto sta che, quando bene o male ci svegliammo, erano già le tre di notte. Mi massaggiai le tempie, imprecando e cercando a tentoni il cellulare.
«Porca puttana! Vaffanculo, cazzo!»
Georg storse il naso: uno di noi aveva vomitato sul pavimento e l’odore era disgustosamente pungente.
Cominciai a raccattare freneticamente le mie cose sparse per la stanza, raccolsi di fretta i dreadlocks in una coda e infilai la fascia beige in tinta con la felpa.
«Vecchio, tua madre non ha chiamato, quindi non è in pensiero… vai tranquillo.» bisbigliò Geo, vedendomi agitato.
«Non è mia madre a preoccuparmi, credimi.» risposi, correndo fuori dalla porta ed attraversando il corridoio in un lampo.
Le gambe mi reggevano abbastanza bene, nonostante sentissi la testa galleggiare leggerissima molti centimetri al di sopra delle spalle.
«Bella Bruder! Ci becchiamo più tardi!» mi gridò Geo dal balcone mentre io correvo verso casa, accennando al verso del gallo, quello che facevamo sempre quando si stava facendo mattina e noi ancora eravamo svegli e allegri.
Io, però, non mi sentivo molto allegro.
Le strade erano deserte, fatta eccezione per qualche barbone sdraiato a terra, tossicodipendenti e caramba. Tra tutti, paradossalmente, a preoccuparmi erano esclusivamente questi ultimi. I caramba, in gergo, erano i carabinieri, la polizia, quelli che cercavano disperatamente di mettere dentro me e i miei fratelli, in poche parole.
Quella gente sembrava avere una strana simpatia nei miei confronti, in fondo: mi fermavano sempre per “chiacchierare”.
Scavalcai con un balzo l’ultimo ostacolo e la porta di casa fu finalmente davanti a me. Frugai nelle tasche,trovai la chiave e tentai più volte di infilarla nella toppa, al buio, senza alcun successo. Cominciavo a vedere doppio.
«Scheiße!»
Maledissi il mondo intero prima di riuscire nel mio intento, dopo diversi minuti, ed entrare nell’atrio che, come sempre, era deserto e puzzava di gatto.
Accesi la luce ed andai verso la porta dell’appartamento, che era il primo a sinistra, di fianco all’ascensore.
La casa era silenziosa. Bill sembrava essere già andato a dormire e di mia madre non c’era traccia, probabilmente era rimasta a dormire dal suo nuovo fidanzato.
Mi sfilai le scarpe, vagamente rincuorato, e mi diressi verso la camera che condividevo con mio fratello. Trovai la porta accostata: lui stava già dormendo,ma non russava. Non russava mai.
La sua sagoma, sdraiata sotto alle lenzuola, mi dava le spalle.
Rimasi immobile qualche istante, poi sfregai con forza le mani l’una contro l’altra per farle scaldare.
Quando ebbero raggiunto una temperatura che ritenni adeguata, mi avvicinai a Bill e gli accarezzai il volto: era così spaventosamente simile al mio, così sempre teso nel candore delle lenzuola e della vita che si stava cucendo addosso. Così aderente, troppo aderente, come gli abiti che era solito portare. Io non capivo. Non perché fossi stupido, né perché fossi cattivo.
Non capivo perché lui volesse costringersi in quel modo.
Forse non mi rendevo conto di quanto si potesse stare stretti anche indossando i miei vestiti.
«Lo so che mi odi.» bisbigliai, senza nemmeno essere convinto realmente di ciò che stavo dicendo «perdonami e… Alles Gute zum Geburtstag, Bill.»
Fine primo capitolo.
Vocaboli (tedesco e slang milanese):
-Scheiße = merda;
-Wir haben kein Problem = non abbiamo alcun problema;
- Alles Gute zum Geburtstag = Buon compleanno;
-Bruder = fratello (in questo caso in senso figurato xD);
-MC = viene denominato MC un “compositore di rap”, ovvero un rapper;
-Contest o freestyle battle = sfida tra uno o più rappers tramite improvvisazione;
-Drum = una sigaretta fatta “a mano”;
-Paglia = sigaretta;
-Caramba = carabinieri;
« by RedSam ~ commenti °
giovedì, 09 aprile 2009 alle 14:28
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