
Capitolo II
La famiglia ha sempre ragione.
Dormii come un sasso fino al giorno seguente, infatti venni svegliato circa alle sette e mezza di sera da Bill, che armeggiava rumorosamente con quel suo fottutissimo asciugacapelli.
Avevo un gran mal di testa, cosa del tutto prevedibile vista la baldoria a casa di Georg: alzarmi fu una vera tragedia, con tanto di sonori mugugni ed imprecazioni tra le più svariate e fantasiose.
A causa del marasma di neuroni morti a causa di fumo ed alcol che invadeva la mia testa, sul momento non ricordai ciò che avevo combinato la sera precedente. Fu l’espressione intristita sul volto di mio fratello a farmi tornare la memoria.
Era in bagno, nudo fatta eccezione per un asciugamano bianco legato attorno ai fianchi: quando feci la mia comparsa nella stanzetta, illuminata dalle ultime luci del sole morente, lui mi lanciò uno sguardo di silenzioso risentimento tramite la propria immagine riflessa nello specchio a muro.
La mia espressione, al contrario, immagino dovette apparire abbastanza contrita, infatti lui sibilò un “non mi guardare in quel modo, non sono mica morto solo perché tu non c’eri” molto acido, mentre io mi sforzavo in ogni modo di atteggiarmi da dispiaciuto-ma-non-sottomesso.
La recitazione non faceva parte dei miei talenti, pensai, poco ma sicuro.
Arresomi, scossi le spalle, mi grattai il petto sfregandovi una mano e mi affiancai a lui per sciacquarmi il viso nel lavabo.
Il silenzio era abbastanza pesante, ma mai orribile quanto le mie occhiaie.
Scoprii i denti, dedicando un sorriso distorto a ciò che ero. Uno sballato.
Armeggiando con sapone, dentifricio e lozioni, lasciavo di tanto in tanto che la coda dell’occhio andasse a sfiorare i nostri corpi nello specchio.
Eravamo molto diversi per essere gemelli, o, per lo meno, lo eravamo a petto nudo: per quanto magro, io presentavo già accenni ad un fisico appropriato ad un diciassettenne, mentre Bill aveva ancora il torace di un bambino, bianco e secco. Sarebbe stato abbastanza semplice contarvi le costole. Nessuno avrebbe mai detto che eravamo gemelli, se non fosse stato per i capelli: portavamo entrambi i dreadlocks, io biondi e lui scuri.
Avrei voluto, lì per lì, intavolare una sorta di discussione costruttiva tra fratelli, giusto lo stretto necessario a far cessare quell’angosciante guerra fredda, ma non ne avevo il tempo, non ora che sapevo di dovermi preparare al contest. Mancavano solo due giorni, in fondo.
Riordinai mentalmente le cose da fare. Ce n’erano molte, ma le principali erano due: per prima cosa dovevo recuperare, in qualche modo, il denaro da versare per la partecipazione alla battle e, come seconda cosa, dovevo evitare di farmi arrestare, almeno fino a sabato. Sfortunatamente, pensai, il primo compito rischiava seriamente di compromettere di molto il secondo. Ironia della sorte.
Lasciai Bill in bagno a truccarsi, una sua abitudine che odiavo, scartando definitivamente la possibilità di annunciargli il mio ennesimo successo nella scalata sociale. Non mi avrebbe capito e mi avrebbe comunque odiato per non aver passato assieme a lui il nostro compleanno, come gli avevo invece promesso di fare.
♪Mein Block, mein Block, mein Block♪
Mi voltai di scatto verso il comodino. Il ronzio della vibrazione si mischiava insistentemente alla suoneria del mio cellulare, mentre il display si era illuminato di azzurro.
Risposi quasi immediatamente, senza dire nulla.
«Tra mezz’ora, angolo est della Fernstaße.»
«Arrivo.» chiusi la chiamata ed infilai l’apparecchio in tasca, insieme alle cartine, all’accendino e a qualche moneta da due euro. Già che c’ero, estrassi una sigaretta dal pacchetto ormai quasi vuoto.
La rigirai qualche istante tra le dita, osservando in totale silenzio la porta chiusa del bagno.
Mi venne la nausea.
- A volte ancora oggi mi soffermo a guardare quella porta, come se il legno macchiato potesse in qualche modo riportarmi indietro nel tempo più di quanto non facciano queste mie parole. Vorrei potesse darmi l’occasione di cambiarle cose, ma di cambiarle prima degli errori. -
Poggiai la sigaretta sul comodino, con l’intenzione di tornare a fumarla in seguito.
Mentre scendevo le scale a balzi di quattro gradini per volta, venni sorpreso dal pensiero di ciò che davvero avevo per le mani: un’occasione molto buona.
Avevo la possibilità concreta di diventare il primo minorenne della storia a partecipare al RockTheBeat e a vincerlo. Sapevo di essere tra i migliori in assoluto e, a quanto pareva, lo sapevano molto bene anche i big della mia crew.
Sorrisi. Avevo l’occasione di prendermi gloria e denaro in un solo colpo.
Parlando di denaro: anche il Joker, qualche minuto più tardi, nascondeva moltissimo denaro nella tasca interna della propria giacca. Certo, non si trattava di vile denaro liquido, era un qualcosa di molto superiore e molto più pericoloso, quel genere di merce che non mi avrebbero mai permesso di trattare a un pesce relativamente piccolo come me.
Non ancora, per lo meno.
«Bella Uncle Tom!»
Ci trovavamo all’angolo est della Fernstaße, luogo di ritrovo occasionale. Non potevamo stabilirci troppo a lungo nella stessa zona, ovviamente, o avremmo scatenato forti sospetti contro tutti noi anziché contro solo alcuni.
Avevamo imparato a suon di perquisizioni e segnalazioni ad essere prudenti, discreti e a diffidare di qualsiasi cosa: anche i cespugli avevano le orecchie in un posto piccolo come Loitsche.
Mi toccai il cappellino con due dita, nel mio solito gesto di saluto «Bella!» accennai, passando rapidamente in rassegna i presenti.
C’erano più o meno tutti, fatta eccezione per Georg, il quale probabilmente ci stava raggiungendo, Hölle e Dom.
- Forse dovrei raccontare del burattinaio, in realtà, di colui che muoveva i fili. Forse dovrei dirgli molte altre cose, ma non so quando troverò il tempo di farlo, o, semplicemente, il momento giusto. Forse non esiste il momento giusto, forse tutti i momenti sono giusti. -
Avevamo una sorta di capo, noi della Puppetmastaz, un surrogato di quel Dio in cui non credevamo più da tempo.
Si, credo fosse per questo che ne parlavamo con tanto rispetto nonostante non lo conoscessimo affatto.
Si vociferava che avesse ormai una quarantina d’anni. Solo Mad e il Gordo l’avevano conosciuto bene di persona: in giro per la città, lui non si faceva più vedere. Noi della crew sostenevamo che si fosse trasferito a Berlino per controllare meglio quel giro di droga che non aveva mai smesso di essere la sua occupazione principale. Col rap, d’altra parte, aveva chiuso da ormai molto tempo.
Tutti noi facevamo in qualche modo parte di quella sua rete di inganni e di business, ognuno aveva un suo ruolo e ognuno lo svolgeva sempre al meglio perché tutti ne avremmo guadagnato. Io e Georg, ad esempio, essendo gli unici due ancora inseriti ufficialmente nel mondo della scuola, ci occupavamo di spacciare droghe leggere in quell’ambiente.
Nel frattempo, comunque, il parchetto alle nostre spalle si era completamente svuotato ed un profondo silenzio era calato tra le file della Mastaz.
Il Joker tossì, aveva i polmoni pieni marci di catrame, mi fece cenno di avvicinarmi e mi passò un braccio attorno alle spalle, bisbigliandomi nell’orecchio: «Resta qui, aspetta Georg e, appena arriva, andate entrambi alle scuole medie più in fretta che potete ma senza dare nell’occhio. Noi abbiamo da fare, c’è gente pericolosa che vuole rovinarci i piani, gente che gira con i ferri. Tom, vogliono mandare a puttane l’affare di sabato, ma tenterò di convincerli a starne fuori. Ok? State lontani, noi vi raggiungeremo.»
Annuii, tenendo gli occhi fissi sulla superficie irregolare del marciapiede. C’erano mozziconi di sigaretta e merde di cane ovunque. Qualcosa mi diceva che, a volte, era meglio non porsi affatto delle domande. Al contrario di ciò che faccio oggi, allora decisi di seguire quel mio istinto e non chiedermi nulla di più di ciò che già sapevo.
- Il dottore si schiarisce la voce a questa mia affermazione, come se fosse l’ennesima cazzata che esce dalla bocca di uno stolto ignorante come me. Ma ormai sono bravo a non badare a quelli che, come lui, sventolano per aria la loro bella laurea. Io, almeno, ho vissuto sulla strada. –
I ragazzi scomparvero tutti al di là della recinzione di siepi del parco, nel buio. Il sole era tramontato da tempo, morto affogato dalla sky-line di quella squallida periferia di città.
Guardai ripetutamente l’orologio da polso che mi avevano regalato i miei Brüder per il compleanno. Georg era sempre in ritardo, non ero preoccupato per lui, piuttosto mi infastidiva parecchio l’idea di contraddire le indicazioni del Joker. Se lui mi aveva detto di sparire alla svelta dalla zona, un motivo valido doveva esserci: mi fidavo ciecamente di lui, come lui si fidava ugualmente di me. Funzionava così, all’interno della nostra famiglia.
La famiglia aveva sempre ragione.
Passarono quasi cinque minuti, poi, finalmente, Geo fece la sua comparsa caracollando scompostamente alle calcagna di un’altra persona, tutt’altro che attesa.
«Mi hanno preso!» continuava a gridare quest’ultimo, sfrecciando verso di me.
«Bill??! Che porca puttana ci fai qui?» dovetti aggrapparmi con forza a tutta la mia dignità personale per non stramazzare al suolo.
Mio fratello mi correva incontro, stringendo tra due dita una sigaretta spenta.
Una volta giunto dinnanzi a me, cedette alla fatica e si piegò in avanti, scosso dal fiatone, reggendosi con le mani sulle ginocchia.
Lo lasciai riprendere un attimo fiato, poi tornai all’attacco. «Che cazzo ci fai qui, idiota? E che cazzo strilli?»
«Ho provato a fermarlo ma non mi ha ascoltato!» si intromise Georg. Io lo fulminai con uno sguardo piuttosto scettico, così lui si difese: «è tuo fratello! Non potevo mica pestarlo…» poi aggiunse un «…senza il tuo permesso», lasciando supporre quanto già si stesse pregustando la possibilità di riempirlo di pugni in un futuro non troppo lontano.
Bill, inaspettatamente, recuperata la propria energia psicotica, si frappose tra noi e mi rivolse un sorriso a trentadue denti. «Tomi! Mi hanno preso, mi hanno preso!»
Lo guardai nuovamente perplesso, sorpreso da tanta rinnovata allegria e disinvoltura nei miei confronti, nonché da quel viso che stonava così orribilmente in quel contesto. Non doveva trovarsi lì, proprio non doveva.
Penso che io, comunque, al suo posto, mi sarei portato rancore per tutta la vita.
«Non chiamarmi Tomi. Comunque non capisco Bill, che cazzo dici?»
«Mi hanno preso! Allo stage con la cantante americana! Per il corso di canto all’estero, ricordi? Quello di cui ti parlo da mesi… ricordi?»
L’avrei deluso a morte.
«Oh… oh! Si! Certo che ricordo. Figata!»
Non me lo ricordavo affatto, ovviamente, e, detta con tutta sincerità, in quel momento avere tra i piedi quello scricciolo di mio fratello, per quanto potessi sforzarmi di sembrare felice per lui, non era il massimo della gioia.
Bill non accennava a rilassarsi, né a smettere di essere così sfacciatamente felice, mentre io e Georg cercavamo in ogni modo di controllare che nessuno fosse nei paraggi o potesse vederci. Cominciavamo ad essere abbastanza in ansia.
«Che cos’è quella?» domandai, scontroso, indicando la paglia che Bill stava ancora stringendo in una mano, rischiando di spezzarla.
«Ah si! È tua» disse, porgendomela con gentilezza «l’hai dimenticata a casa, prima… sul comodino.»
«Oh… grazie…» Per un attimo, durante quel semplice istante lungo non più di qualsiasi altro, ci fu una gran calma attorno a noi, come se la serenità di qualcuno potesse influenzare tutto l’ambiente circostante.
Dovevamo allontanarci dal parco, in fretta, specialmente mio fratello: non volevo che qualcuno lo vedesse e, soprattutto, non avevo mai tradito la fiducia della crew.
Proprio mentre, riflettendo su questo, afferravo il braccio di Bill per trascinarlo via facendo segno a Georg di seguirmi, un rumore terribile squarciò il silenzio della notte. Uno sparo fendette l’aria densa della sera, seguito da altri due.
BUM. BUM.
Dopo un primo istante di shock, fu un qualcosa di istintivo: cominciai a correre verso le scuole medie, trascinandomi dietro gli altri due.
Ci precipitammo senza voltarci mai, altri due spari. BUM BUM. E il mio cuore che sbatteva contro la cassa toracica. BUM BUM.
Era tutto molto confuso: il volto spaventato di Bill, l’odore del tabacco che stringevo convulsamente in una mano, il buio e la luce dei lampioni che si alternavano.
Giungemmo al cancello dell’istituto dopo secondi che parvero minuti.
Per quanto stordito, scavalcai la porta e Georg aiutò Bill a fare lo stesso. Atterrammo nella polvere dello sterrato del cortile e rimanemmo lì, sconvolti. Tremavo, ma, a differenza di mio fratello, riuscii a nasconderlo bene.
«Che minchia è successo?» Domandò improvvisamente Georg, violentando il silenzio calato dopo l’ultimo sparo, che si mescolava mestamente al nostro ansimare. «Che. cazzo. è. SUCCESSO?» ribadì, questa volta prossimo ad un attacco di panico.
Non risposi, non sapevo cosa avrei dovuto dire, né pensare. Sembrava che solo l’eco delle parole del Joker riuscisse a sovrastare il caos sonoro che avevo dentro. “Gente pericolosa, gente che gira con il ferro.”
Da quelle parti sapevamo tutti cos’era un ferro, sapevamo tutti che in molti ne tenevano una nella tasca interna del giubbotto, ma nessuno di noi pensava che qualcuno l’avrebbe mai usata. Io, di sicuro, non lo sospettavo nemmeno.
Forse non avevo ancora realizzato davvero che, possedere un ferro in un quartiere come quello che frequentavamo, era a tutti gli effetti come possedere una licenza ad uccidere.
«Tomi… voglio… torniamo… andiamo… a casa. Ti prego… ti…»
Finsi di non sentire le sue suppliche sussurrate a fior di labbra, le trovavo fastidiose, moleste, come qualunque altra voce. Avevo bisogno di restare spento, per qualche minuto, lasciar calmare quel ribollire di sensazioni che mi era esploso nella testa.
«Tom, forse ha ragione lui… cioè, forse dovremmo andare.»
Per quanto sentissi il bisogno di stare solo, mi sentii costretto a riprendere in mano il controllo di me stesso: respirai a fondo diverse volte e gonfia la gola così da ridurre l’effetto stridulo che la paura rischiava di causare sulla mia voce.
«Mi… mi ha detto di venire qua. Aspettiamo qua.» biascicai, alzandomi in piedi.
Bill distorse la bocca in una smorfia di terrorizzata angoscia, spalancando gli occhi, ma non mi contraddisse, si limitò a raggomitolarsi un pochino di più attorno alle proprie ginocchia.
Aspettammo lì per mezzora, il cielo era più nero delle rime di Hölle. Proprio mentre pensavo a quest’ultimo, la sua voce mi giunse alle orecchie: proveniva dall’altro lato della siepe.
«Sicuro che siano qui?» «Si cazzo, ti ho detto di si, è uno con le palle.» «Lo so ma è passata mezzora.» «TOM! SIETE QUI?» «Non urlare idiota!»
Udendo questa conversazione, tutti e tre sollevammo di scatto la testa ed io cominciai a correre verso il cancello.
Quando vidi il volto di Mad comparire da dietro le sbarre, un insolito calore cominciò a diffondersi nel mio petto.
Stavano bene.
«Scheiße!» esclamai, sorridendo come un ebete e fiondandomi fuori.
Erano lì, stavano bene, i loro volti erano integri, escludendo le espressioni dure e tese.
«Cos’è successo? Chi? Cosa? MERDA!» sbraitò Georg, agitandosi alle mie spalle. Con una spallata, mi fece da parte e si piazzò faccia a faccia con Joker. «Cos’è successo?» ribadì.
«Nulla.» rispose l’altro, catatonico, mantenendo la faccia da poker che lo contraddistingueva da sempre.
«Gli spari! Gli spari! Nulla un cazzo! Vi hanno sparato? Cos’è successo?» insistette Georg. Era testardo, sempre, ma era anche sconvolto e la paura gli si leggeva proprio in quel tono così brusco ed accusatorio.
«Nulla.» il Joker diede segno di totale insofferenza, fu allora che capii che non solo era successo qualcosa, ma anche qualcosa di orribile.
«Siete stati voi a sparare, vero?» bisbigliai, facendo attenzione a non tradire la maschera calma ed impassibile che, in quei minuti, ero faticosamente riuscito ad edificare tra miei lineamenti.
Sollevai lo sguardo, lasciai che si scontrasse con quello del mio compagno,di un mio fratello, di uno dei miei mentori, una di quelle persone che più amavo e stimavo al mondo.
«Nessuno ha sparato, va tutto bene.» scandì questi, sicuro, fissandomi come per trasmettermi forza. «Tutto bene.»
Non so come, ma allora mi sentii molto meglio, molto sollevato.
Zittii Georg, quando lui provò a ribattere a quella affermazione, gli feci capire che ne avremmo parlato in seguito, io e lui, ma che non avrei potuto tollerare,in quel momento, ulteriori discussioni.
«Ma io ho sentito.» sussurrò Bill, con voce tanto acuta e sottile da sfiorare la linea di confine tra suono ed ultrasuono.
Venne ignorato, come ogni volta in cui disgraziatamente ci capitava di averlo tra noi, quasi non fosse stato lì.
Tutti lo evitavano, tutti fingevano che, al di là delle pareti di casa mia, non solo non fosse affatto mio fratello, ma negavano direttamente la sua stessa esistenza.
- Sollevo lo sguardo, incrocio quello del dottore. Lo so che mi sta giudicando, lo so che, nonostante le promesse, prima o poi lo fanno tutti. Ma io so, so che tutti quello che concerneva mio fratello era pura distorsione delle cose, puro delirio. -
«Andate a casa. Ci vediamo domani.» disse Mad, con tono spento, consegnando a Georg la modesta dose di erba settimanale per la quale ci eravamo trovati con lui quella sera.
Senza proferire ulteriore verbo, passai accanto ad Hölle, portandomi via Bill, e mi diressi verso casa.
Percorremmo a ritroso la strada, deviando per poter evitare la zona del parco. Dopo una cinquantina di passi, Georg ci raggiunse di corsa.
«Vai a casa, di qui non ci arriverai mai.» gli intimai, senza guardarlo negli occhi. Non avrei retto.
Cominciavo ad accusare il nervosismo della situazione.
«Ma non capisci? Non hai sentito? Hanno sparato loro, Tom. Hanno sparato a qualcuno, potrebbero aver ammazzato qualcuno!» strillò lui, in risposta, a pochi millimetri dal mio orecchio. Aveva il volto paonazzo e le vene del collo anormalmente gonfie.
Tentai di ignorarlo, ma la confusione nella mia mente era tale da rendere vana ogni volontà.
«STAI ZITTO. Calmati cazzo, pensa a quello che dici. L’hai sentito? Hai sentito cos’ha detto Joker? Non è successo niente. Nessuno ha sparato. NIENTE.»
«Palle, Tom. Lo sai, li hai sentiti anche tu gli spari. Li ha sentiti anche quello lì.» disse, indicando mio fratello. Non usava mai il suo nome di battesimo.
Vidi Bill annuire e sentii d’un tratto tutto il sangue affluirmi alla testa.
«Lascia perdere, adesso non fingere che ti importi qualcosa della sua opinione o di altro che lo riguardi. Se Joker ha detto che non è successo nulla, non è successo nulla. La famiglia ha sempre ragione.»
Congedai Georg con un cenno del capo, troncando la conversazione e svoltando verso il portone di casa, certo che avremmo risolto tutto l’indomani.
« by RedSam ~ commenti °
domenica, 03 maggio 2009 alle 23:38
Ecco la nuova FF. è un po' diversadalle altre, spero che vi piaccia ugualmente n_n è sicuramente meno complicata! Aspetto i vostri commenti, un bacio!
Capitolo I
Zum geburstag viel glück ♪
Mi chiamavano Uncle Tom e avevo solo sedici anni. Anzi, a partire da quel preciso giorno ne avevo diciassette. In ogni caso, nel mio clan erano tutti molto più grandi di me: molti vivevano da soli, quasi tutti già guidavano.
Ero il più coccolato, ma allo stesso tempo tra i più rispettati, forse fu per questo che cominciai a distaccarmi dalla mia famiglia biologica, da mio fratello, per dedicarmi anima e corpo a quella acquisita: la famiglia della strada, la mia.
Percepivo la netta necessità di contare solo sulle mie forze, avevo bisogno di autonomia per poter gestire in tranquillità il mio piccolo commercio di droghe leggere senza alcun intralcio, avevo bisogno di sicurezza: volevo tenere Bill lontano da quel mondo di affascinanti trasgressioni e carismatico nulla in cui stavo allegramente sguazzando, a tutti i costi.
Dovevo tenerlo lontano dalla crew per proteggerlo, proteggere lui, preservare il suo futuro. E la mia faccia.
Si, mi vergognavo di lui. Da morire.
Suona brutto ammetterlo, così, platealmente, ma non posso mentire al riguardo: lui era completamente diverso da me e dai miei ragazzi, paradossalmente, assomigliava molto di più alle donnette che frequentavamo la sera.
Certo, gli volevo un gran bene, ma volevo bene anche ai miei amici e perderli per una sciocchezza del genere sarebbe significato perdere dignità e il senso stesso della mia esistenza.
Mi riusciva molto più facile tenerlo a distanza, fingere di non necessitare della sua presenza, fingere che le sue lezioni di canto e recitazione sarebbero bastate a colmare quel vuoto che la mia assenza avrebbe potuto causargli.
- mi interrompo, getto la testa all’indietro sullo schienale e lancio uno sguardo all’omino in giacca e cravatta seduto tranquillamente dietro al divanetto sul quale sono sdraiato. Mi fa cenno con una mano di continuare, preciso e dettagliato come faccio ogni volta. Annuisco ed eseguo. -
Ogni giorno lo salutavo, dopo scuola, dopodiché mi dirigevo direttamente verso il parcheggio dei motorini dell’istituto, sul retro, dove solitamente già mi attendevano Il Joker e Mad, due capisaldi della nostra compagnia, rispettivamente di 20 e 22 anni. Avevano smesso di andare a scuola già da parecchio tempo, motivo per il quale erano costretti a spacciare per mantenere il monolocale nel centro di Loitsche, nonché motivo per il quale io, invece, non mi facevo pregare da mia madre per proseguire negli studi. Non saprei spiegare come mai, ma qualcosa mi inquietava nell’idea di lasciare per sempre quel comodo nido che era la mia infanzia, ormai rappresentata esclusivamente dall’ambiente scolastico. Avevo deciso che sarei andato a scuola fino al termine delle superiori, come già stava facendo il mio migliore amico.
Ora che ci penso, noi non utilizzavamo quel termine, nessuno avrebbe detto a nessuno di noi altri “sei il mio migliore amico”. Noi della crew non eravamo amici: eravamo fratelli.
Per i fratelli si darebbe qualsiasi cosa, anche il proprio sangue, la propria libertà. Anche se io un fratello di sangue lo avevo già.
Avrei dovuto capirlo prima. Avrei dovuto capire prima tante cose.
Quel giorno in particolare fu importante: segnò una svolta.
Mad indossava un giubbotto della SC Magdeburg, bellissima. Gli diedi il pugno e feci lo stesso con il Joker.
Senza interrompere la propria discussione, mi passarono una paglia già accesa ed io la accettai volentieri, prendendo posto sul motorino di un mio compagno di classe.
«Sabato deve andare tutto secondo i piani. Dobbiamo spaccare e mandare a fanculo quei pezzi di merda.»
Gli occhi di Mad erano vagamente arrossati, ci feci caso. Il drum che mi avevano passato presentava tracce di marijuana. Era abbastanza buono.
«Come sempre. Comunque, più che altro abbiamo questo contatto pazzesco con un tipo della GefahrGang di Berlino che vuole comprarsi tutto.»
Mad sogghignò e mi lanciò uno sguardo difficilmente interpretabile. Io finsi di nulla, anche se avevo capito benissimo che con quelli della GG non c’era da scherzare: se dicevano che volevano comprare tutto, significava un mucchio di eroina che doveva passare dalle nostre alle loro mani in una sola sera e senza intoppi. Molto rischioso, molto eccitante.
Ma le sorprese, spesso, vengono tutte insieme.
«Ovviamente non possiamo fare una figura di merda con quei cazzoni del contest, quindi dobbiamo fare come al solito: vincere.» Il Joker fece una risata estremamente allegra, capii che stavano tramando qualcosa.
Era il giorno del mio compleanno, dopotutto, non potevano esserselo scordato.
«Non lo so. Ci saranno tutti i pezzi grossi della Katz sabato.» lo interruppe Georg, avvicinandosi a noi e gettando a terra lo zaino. Era, penso, la persona più importante al mondo, per me. Vederlo significava stare bene,anche se sommersi da una valanga di guai.
Ci salutammo con una spallata, gli sorrisi e gli passai il drum. Lui ne prese un tiro e lo lasciò scendere direttamente nei polmoni. «è corretto.»osservò tossicchiando, quando il sapore dolce ed illegale gli salì alla testa. Ne prese un’altra boccata.
- guardo di nuovo il dottore, chiedendomi se riesca a seguire il mio discorso o se dovrei spiegargli meglio certi dettagli. So che non può interrompermi con domande, ma comprendo quanto possa essere complicato, per uno che vive in un polveroso studio pieno di libri, star dietro a così tante cose estranee . Riprendo a narrare. -
La Katz era, in pratica, la nostra principale crew rivale. Fondamentalmente credo che in un paesino relativamente piccolo come Loitsche non dovrebbe esserci più di un clan serio ed operante, eppure nella nostra città erano ben quattro.
Diciamo che la Katz aveva dalla propria molti rapper veramente validi, alcuni al pari dei nostri migliori, ma il vero motivo della nostra animosità nei loro confronti era uno e molto semplice: eravamo territoriali non solo dal punto di vista sociale, ma anche dal punto di vista del distorto sguardo dello spacciatore. Noi portavamo la merce in Loitsche, noi la smerciavamo, noi la consumavamo e la facevamo consumare. Non si potevano tollerare avversari in questo.
Il Joker non aveva paura di loro, non ne aveva mai avuta.
«Non mi preoccupano quelli della Katz, mi basta che ci siano i soldi, tutti i soldi che dovrebbero esserci. Per il resto, wir haben kein Problem.»
Nessun problema. Bhe, forse esagerò pronunciando quelle parole, perché ciò che avevamo per le mani non era solo un semplice contest di Hip-Hop come ne avevamo già visti molti: ci era stata lanciata una patata bollente non indifferente, un quantitativo di roba pari al normale smercio di quasi sei mesi.
Mad si calcò il cappellino sugli occhi. Forse aveva paura, non saprei, forse semplicemente un raggio del sole morente lo stava accecando, comunque io percepii una nota di tensione nel suo respiro.
Provare paura era cosa non accettabile, né per un Mastaz né per un Katz né per un membro di qualsiasi altro clan.
Eravamo riusciti a ricreare, in una cittadina piccola e tranquilla, un ambiente simile a quello che ci immaginavamo si respirasse nel Bronx NewYorkese. Era un meccanismo estremamente malsano, estremamente adrenalinico.
Mi ripassarono il drum e tornai a rilassare la mente ottenebrando i cupi pensieri con ciò che più stava entrando a fare parte del mio organismo.
«Cosa pensate potremmo presentare sabato?» domandò Georg.
Io finsi indifferenza, ma in realtà avevo spalancato bene le orecchie e seguivo con la coda dell’occhio ogni movimento della labbra di Mad, mentre lui parlava:
«Niente esibizioni, si va solo di freestyle battle questo sabato. E… penso che questa volta dovremo giocarci il jolly… che ne dici Tom? Ti ho sentito provare con Il Gordo e, scheiße, sei migliorato da far paura.»
Sogghignai: ecco dove stava la sorpresa. Era venuto finalmente il mio momento.
Il Gordo era un tizio che abitava nel mio stesso quartiere e, dopo aver in un certo senso lasciato la crew, si limitava a darci una mano con il mixer e gli arrangiamenti dei nuovi pezzi. Avevamo anche fatto un paio di featuring con lui.
Ovviamente era assolutamente impensabile lasciare del tutto il gruppo, un po’ perché esso diventava come una vera famiglia, un po’ perché si veniva a conoscenza di un po’ troppi affari di gente abbastanza losca, a furia di frequentarla, perciò, se si negava la fratellanza, si perdeva la fiducia. E, si sa, a nessuno piace gettare in piazza i propri panni sporchi.
In ogni caso, volevamo tutti bene al Gordo ed eravamo contenti che a trentacinque anni si fosse sistemato in un appartamento suo e che si fosse trovato un lavoro: nonostante non avesse più tempo per cazzate come lo spaccino o cose del genere, la passione per il rap non l’aveva mai abbandonato. Grazie a lui ero riuscito a raggiungere una tecnica e un’originalità che un MC di sedici anni normalmente non aveva e, finalmente, era giunto il momento di confrontarmi con veri freestyler di razza su un vero ring, con un vero pubblico, una vera posta in palio e vera gloria da conquistare.
Pane per i miei denti.
Immaginai di confrontarmi con Hook o con il Guercio da Berlino e un brivido di eccitazione mi percorse la spina dorsale: quella notizia era il miglior regalo di compleanno che avessi mai ricevuto.
In un impeto di entusiasmo biascicai un «Grazie, Bruder», solo vagamente sporcato dalla meravigliosa sensazione che l’erba rilasciava nel mio sistema nervoso.
Il Joker mi guardò con orgoglio e disse: «Non ringraziare un cazzo di nessuno. Sei un nuovo Boss in città, pensa solo a fare il culo a capanna a quegli stronzi, ok?»
Suonerà banale, ma allora, per un minorenne, sentirsi dire che si era un mostro del freestyle da uno come Il Joker, conosciuto e rispettato in mezza Germania, era un po’ come sentirsi dire “sei il migliore tra tutti”. È da sottolineare che io già avevo una grandissima fiducia in me, ma quella fu la miglior conferma che potessi aspettarmi.
Georg mi fece l’occhiolino e ci scambiammo un sorriso di intesa. Bisognava festeggiare.
Quella stessa sera, dopo lungo vagabondare, io e Geo giungemmo sotto casa sua.
Avevamo camminato per chilometri dal centro al quartiere periferico nord e la fame chimica cominciava a farsi sentire.
Non dovetti nemmeno chiedere di poter restare, l’invito era implicito quando si trattava di noi due.
«Dobbiamo berci su!» esclamò allegramente lui, armeggiando con il mazzo di chiavi e dandomi la millesima pacca sulla schiena di quel pomeriggio. Era maledettamente orgoglioso di me, glielo si leggeva negli occhi.
«Aspetta… non lo so… avevo promesso che sarei rientrato oggi e… Oh bhe, chissenefrega.»
Per un attimo, l’immagine di mio fratello aveva fatto capolino nella mia mente, ma fu subito sostituita dal pensiero dell’alcol, che il padre di Georg nascondeva molto poco furbescamente nella dispensa, di una serata passata a fumare in compagnia, dei toast al formaggio e dei film porno che avremmo sicuramente guardato.
Pochi minuti dopo, probabilmente aiutato dalla vodka e dal JackD, il senso di colpa svanì,il fumo spazzò via ogni ripensamento.
«Sabato Uncle Tom della Puppetmastaz Crew in freestyle contro tutti!» annunciò Geo, accennando un motivetto funky e dando un altro tiro allo spinello che stringeva pigramente tra due dita. «Una figata. Una vera figata…»
«Si, una figata.»
Fu una serata perfetta.
- L’uomo scribacchia incessantemente su quel suo fottuto taccuino, ma a me si stringe un nodo alla gola, non so se ho davvero voglia di fare questa cosa, di andare avanti a parlare. Mi faccio forza, notando che il dottore non accenna minimamente a smuovere la situazione. Mi sforzo di pensare a quanto potrebbe essermi utile tutto questo. -
Non ricordo a che ora ci fossimo addormentati lì, sul balconcino della camera da letto di Georg, fatto sta che, quando bene o male ci svegliammo, erano già le tre di notte. Mi massaggiai le tempie, imprecando e cercando a tentoni il cellulare.
«Porca puttana! Vaffanculo, cazzo!»
Georg storse il naso: uno di noi aveva vomitato sul pavimento e l’odore era disgustosamente pungente.
Cominciai a raccattare freneticamente le mie cose sparse per la stanza, raccolsi di fretta i dreadlocks in una coda e infilai la fascia beige in tinta con la felpa.
«Vecchio, tua madre non ha chiamato, quindi non è in pensiero… vai tranquillo.» bisbigliò Geo, vedendomi agitato.
«Non è mia madre a preoccuparmi, credimi.» risposi, correndo fuori dalla porta ed attraversando il corridoio in un lampo.
Le gambe mi reggevano abbastanza bene, nonostante sentissi la testa galleggiare leggerissima molti centimetri al di sopra delle spalle.
«Bella Bruder! Ci becchiamo più tardi!» mi gridò Geo dal balcone mentre io correvo verso casa, accennando al verso del gallo, quello che facevamo sempre quando si stava facendo mattina e noi ancora eravamo svegli e allegri.
Io, però, non mi sentivo molto allegro.
Le strade erano deserte, fatta eccezione per qualche barbone sdraiato a terra, tossicodipendenti e caramba. Tra tutti, paradossalmente, a preoccuparmi erano esclusivamente questi ultimi. I caramba, in gergo, erano i carabinieri, la polizia, quelli che cercavano disperatamente di mettere dentro me e i miei fratelli, in poche parole.
Quella gente sembrava avere una strana simpatia nei miei confronti, in fondo: mi fermavano sempre per “chiacchierare”.
Scavalcai con un balzo l’ultimo ostacolo e la porta di casa fu finalmente davanti a me. Frugai nelle tasche,trovai la chiave e tentai più volte di infilarla nella toppa, al buio, senza alcun successo. Cominciavo a vedere doppio.
«Scheiße!»
Maledissi il mondo intero prima di riuscire nel mio intento, dopo diversi minuti, ed entrare nell’atrio che, come sempre, era deserto e puzzava di gatto.
Accesi la luce ed andai verso la porta dell’appartamento, che era il primo a sinistra, di fianco all’ascensore.
La casa era silenziosa. Bill sembrava essere già andato a dormire e di mia madre non c’era traccia, probabilmente era rimasta a dormire dal suo nuovo fidanzato.
Mi sfilai le scarpe, vagamente rincuorato, e mi diressi verso la camera che condividevo con mio fratello. Trovai la porta accostata: lui stava già dormendo,ma non russava. Non russava mai.
La sua sagoma, sdraiata sotto alle lenzuola, mi dava le spalle.
Rimasi immobile qualche istante, poi sfregai con forza le mani l’una contro l’altra per farle scaldare.
Quando ebbero raggiunto una temperatura che ritenni adeguata, mi avvicinai a Bill e gli accarezzai il volto: era così spaventosamente simile al mio, così sempre teso nel candore delle lenzuola e della vita che si stava cucendo addosso. Così aderente, troppo aderente, come gli abiti che era solito portare. Io non capivo. Non perché fossi stupido, né perché fossi cattivo.
Non capivo perché lui volesse costringersi in quel modo.
Forse non mi rendevo conto di quanto si potesse stare stretti anche indossando i miei vestiti.
«Lo so che mi odi.» bisbigliai, senza nemmeno essere convinto realmente di ciò che stavo dicendo «perdonami e… Alles Gute zum Geburtstag, Bill.»
Fine primo capitolo.
Vocaboli (tedesco e slang milanese):
-Scheiße = merda;
-Wir haben kein Problem = non abbiamo alcun problema;
- Alles Gute zum Geburtstag = Buon compleanno;
-Bruder = fratello (in questo caso in senso figurato xD);
-MC = viene denominato MC un “compositore di rap”, ovvero un rapper;
-Contest o freestyle battle = sfida tra uno o più rappers tramite improvvisazione;
-Drum = una sigaretta fatta “a mano”;
-Paglia = sigaretta;
-Caramba = carabinieri;
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giovedì, 09 aprile 2009 alle 14:28
Capitolo 10
Art’s like an orange.
Ero bambino quando, per la prima volta, sentii la necessità di esprimermi attraverso il mio talento. In un primo momento fu solo desiderio di creare qualcosa, poi divenne foga nel voler essere conosciuto dal mondo. Volevo un conforto, volevo che qualcuno, anzi, che tutti mi dicessero che io piacevo.
Io dovevo piacere.
Sono stato molto fortunato a nascere con il mio bel volto, a nascere con un fratello così meravigliosamente interessante, a nascere in una famiglia in cui tutto era volto ad un sola cosa: il mio successo.
Fui così fortunato da dimenticare quelle che erano state le mie più grandi sfortune.
La mia arte non si è prostituita, la mia arte è nata prostituta di me stesso.
Le sue mani calde e piacevoli mi hanno sempre accarezzato, come fanno quelle di Tom in questo momento.
Sono callose sui polpastrelli, dove le corde della chitarra sfregano ad ogni nuovo accordo.
«Buongiorno. Hai dormito per quasi dodici ore…»
La sua voce profonda fa tremare la mia, così fastidiosamente femminile e così stranamente diversa dalla sua.
Mi fa male la testa.
«Urgh. Dove sono?»
«Sei… a casa…»
Sollevo lievemente la testa, sento le lenzuola ancora calde attorno al mio corpo.
«Dove… ma. Dovrei essere all’ospedale.»
«Perché?»
C’era un comodino tra i nostri letti, nella vecchia casa. A volte quel comodino era un semplice pezzo di legno, a volte mi sembrava un muro insormontabile tra di noi.
E, quando avevo paura, non dormivo. Stavo ore ed ore ad occhi aperti a guardarlo: la sola vista del suo volto reso dolce dal sonno mi aiutava a non temere nulla.
La mattina, anche se non avevo riposato, mi sentivo meglio.
«Mi ha investito un camion.» bisbiglio, quasi più a me stesso che a lui.
Una mano vola automaticamente a tastare le mie gambe, come per controllare che siano lì e che non siano rotte.
Le ho sentite schiacciate dalle ruote.
Eppure stanno bene.
«Bibi ti abbiamo trovato seduto sul marciapiede di fronte al palazzo… nessuno ti ha investito…»
«Io… non ricordo… mi ha colpito…»
Balbetto frasi sconclusionate e Tom mi lascia fare. So che prova pena per me, eppure la gioia nella sua voce mi stordisce.
È felice di vedermi smarrito?
«Grazie.» mi dice ad un orecchio, abbracciandomi di impulso. «Per averla riportata da me. è stato merito tuo, sai?»
«Sam?»
Non risponde, perché la felicità lo ha reso silenzioso, ma una nuova forza nel suo abbraccio trasmette anche a me l’incredibile novità nelle sue parole.
«L’ho… salvata?»
«Eri lì con lei quando siamo venuti a prenderti. Vi siete trovati a vicenda, in un certo senso.»
Allora l’ho salvata, prima che fosse troppo tardi, prima che fosse perduta per sempre.
La sua ragazza, la mia salvezza, il mio angelo.
Non posso credere di averlo fatto. Ero convinto di essere morto. Invece ho fatto la cosa giusta, a costo di perdere la vita.
L’ho fatto.
Ce l’ho fatta.
Un tocco gentile mi riporta al presente e un respiro umido sulla guancia mi annuncia che un altro giorno, per me, finalmente è iniziato.
E non importa con quali handicap dovrò affrontare ogni ora, perché avrò al mio fianco la mia famiglia e da oggi, se non dovesse bastare, avrò me stesso, nel mio cuore.
Finalmente saprò domare la solitudine.
…
Dal diario personale di Tom Kaulitz, intervento datato il 06.06.2010 e reso pubblico da un tabloid tedesco il 31.04.2025 in seguito al definitivo ritiro a vita privata dell’artista:
“Spesso le persone si domandano cos’abbiano fatto di male per meritarsi ogni sorta di disgrazia.
Ebbene, a me spesso capita di interrogarmi sull’esatto contrario.
Cosa abbiamo fatto, in fondo, per meritare tanta fortuna?
Quale incredibile talento, quali incredibili parole.
Io le sto perdendo tutte, una ad una.
E lei, io me la sono meritata? Giaccio qui, accanto a un angelo che dorme.
La osservo e mi domando quale essere superiore debba esistere se una come lei è finita accanto ad uno come me.
Paradossalmente, forse questa stessa sera, prima di chiudere gli occhi e voltarmi le spalle, è stata lei a ringraziare il cielo.
Non so se è il cielo che debbo ringraziare. Nel dubbio, io ringrazio ogni singolo istante, ogni singolo dettaglio, ringrazio mia madre, mio fratello, ringrazio la terra, gli alberi, il sole, il vento, ringrazio la musica e ringrazio la fortuna, Dio e l’antiDio.
Io ringrazio e basta, perché non ho fatto nulla per meritarmi una simile dolce compagnia.
Nulla, nulla per meritarmi un amore così puro e profondo.
Mi rendo improvvisamente conto che non esiste “uno come me” e che non esiste “una come lei”, perché dovrebbero esistere? Noi siamo noi e basta. Ragazzi. Non abbiamo nulla di diverso, abbiamo solo avuto fortune diverse. E sfortune.
Bill, nell’altra stanza, sta tossendo forzatamente, forse lo infastidisce il rumore delle mie dita sulla tastiera, forse ha percepito i miei pensieri.
Socchiudo gli occhi per un attimo e provo a ripensare a quante volte ho gettato la spugna, con lui, dicendogli in faccia che era un cinico. Che tristezza. Non credevo sarei mai arrivato a pensare questo di lui.
Non lo penso. No.
Però a volte, a volte il germe del dubbio si insinua nella mia mente e prevarica l’amore incondizionato che provo per lui. E, allora, provo sconforto.
Forse il futuro mi riserva altro dolore, forse non è ancora finita.
Intanto io amo.
Devo amare lui e lei, devo amare la mia musica e la mia vita, perché se non lo facessi cesserei di esistere.
Io esisto perché amo, non ho bisogno di nessun’altra certezza.
È proprio per amore che dimentico quel sorriso spento e un po’ aggressivo e ricordo di lui solo l’ultima briciola che resta su questa tavola dell’autenticità di un vero prodigio.
-Il mondo senz’arte è una buccia d’arancia. L’arte è la polpa, suddivisa in vari rami, che sarebbero gli spicchi, ma che hanno tutti lo stesso sapore. Il sapore della libertà. Vuoi vivere mangiando solo scorza? Serviti pure, io vado a prendermi la spremuta.-
Quel coraggio che io leggevo nei suoi occhi ogni mattina, al di là della coltre nera di capelli che, ostinatamente, riempiva di gel. Le botte che prendeva in mia assenza, in corridoio.
Quel coraggio che cerco disperatamente in ogni suo respiro, fino all’ultimo. Quell’istante di infinita lenta distruzione che ci sta strangolando. Un po’ me, un po’ lui.
Un po’ tutti e due perché, in fondo, anche se affianco a me riposa la mia anima gemella, io la parte complementare di me l’ho sempre avuta dalla mia parte.
E la porto con me nel cuore, sempre, comunque essa si sia evoluta.
La nostra forza va oltre la realtà dei fatti, ci resta sempre l’immaginazione, ci restano i ricordi.
Dipingo volti felici e testi di canzoni, con il solo pensiero.
[…]”
…
Mi immergo nella vasca e mi godo il silenzio.
Immergo spalle e testa nell’acqua tiepida e soffio con il naso per sentire il rumore della calma superficie incresparsi di bollicine.
La dolcezza, l’unicità dei suoni.
Riemergo nel vapore.
Lo so che sei lì e che mi stai guardando, ti sento chiudere gli occhi, sento il fruscio delle tue lunghe ciglia, ma non te lo dico perché desidero scoprire se tu intendi rivelarmi la tua presenza o se solo ti accontenti di osservare il mio volto gocciolante.
Lo so che è tuo il respiro che odo, che è tuo il profumo che aleggia tutto intorno. Scopriti, parlami, spiegati.
Ogni istante di silenzio è un istante rubato al nostro futuro.
«Non spaventarti…» sussurri, quasi timorosa della mia reazione.
Spaventarmi? Di cosa? Della tua voce, dei tuoi pensieri, delle tue parole? È impossibile essere spaventati da una cosa così meravigliosa.
«Non spaventarti… volevo solo ringraziarti Bill. E dirti…» la sua voce ha una lieve incertezza «…che sono orgogliosa. Di te, di tutto… quello che abbiamo costruito insieme.»
E come un libro che ti cade dalle mani e, toccando terra, si apre, ecco svelarsi la mia verità. Già l’avevo nel cuore.
«Tu.» bisbiglio, sorridendo tra me e me.
Sam diffonde nella stanza quel profumo di zucchero che io ho tante volte trovato nei miei sogni, sulla pelle di quella ragazza che adesso è reale, che è sempre stata reale.
Non credo di voler condividere con lei questa mia consapevolezza. Va bene così com’è.
«Vuoi sapere perché dissi quelle cose… cattive… su di te?» sussurro, portando istintivamente le mani a coprire le mie nudità, come improvvisamente conscio della mia vulnerabilità di fronte a lei.
La immagino guardarmi: ha capito subito di cosa stiamo parlando. Per un attimo, mi pare di intravedere un’ombra di risentimento nel suo sguardo, ma è molto brava nel ripulirlo, in un battito di ciglia, nel riportarlo limpido e sincero come sempre.
«Perché sei un cinico bastardo che non prova nessun sentimento e crede di essere al di sopra di qualsiasi creatura o sensazione umana?»
La dipingo mentre sorride sarcastica, ma, per un attimo, credo che stia dicendo ciò che pensa veramente. Per un attimo mi rispecchio nelle sue parole. Si, sono decisamente io.
«Ero arrabbiato con te… perché pensavo a te.»
«In che senso?»
Nel senso di una mente costantemente occupata da un odio così roco e cieco da impedire qualsiasi altra forma di pensiero, un’acidità tanto intensa nei confronti del mondo e dei suoi abitanti da risultare nociva anche per chi la produce. Nel senso di un cuore costantemente martoriato dalla sensazione di aver raggiunto ogni scopo immaginabile.
Nel senso che sei arrivata tu e, per un attimo, il tuo sorriso felice mi ha fatto sentire geloso della vita di qualcun altro. E quella nuova sensazione mi ha fatto imbestialire.
«Nel senso che… ero molto… ero cieco. Sei sempre stata bellissima… io ero orribile.»
Silenzio.
Il lento sfiorare delle sue mani sui miei occhi blindati.
Poi, per lunghi istanti, solo le nostre nitide immagini che si rispecchiano nell’acqua, confusione.
Il mio e il suo petto che si gonfiano come vele nella tempesta a ritmo con il nostro affannoso cercar rifugio in piccole, inutili speranze.
Sono molto, molto confuso.
Ci sono molti colori, colori veri. Non ne ricordavo così tanti. Sono… dolorosi.
Mi alzo, barcollo sulle gambe, rischio di scivolare.
Dimentico di essere nudo.
Le lacrime mi inondano gli occhi, vorrei tornare ad annegare in quel buio così confortevole, la mia casa, la mia dolorosa protezione da questo ammasso di confuse luci e confuso tutto.
Mi nascondo tra le mani, cerco conforto.
Devo provare.
A tenere gli occhi chiusi.
A socchiuderli con lentezza.
Per scoprire qualcosa di nuovo ad ogni istante che passa.
Il respiro torna regolare, le parole tornano a fluire nella mia mente. Ma più ordinate. Ancora sincere. Ma meno cattive.
Non più lame affilate, ma dolci carezze, inviti, sapori.
Voltati, guardala negli occhi.
Cosa aspetti?
«Bill.»
La sua voce. Squillante, fastidiosa. Pulita? Tenera.
Mi volto e attendo.
Davanti a me ho la ragazza del pranzo, la ragazza di mio fratello ma, soprattutto, davanti ai miei occhi ansima e sorride la mia salvatrice e la mia carnefice.
«Hai appena imparato a vedere.» bisbiglia, mentre io seguo con lo sguardo due grosse lacrime abbandonare i suoi occhi così profondamente ed ineluttabilmente viola.
Fine.
Ringrazio di cuore tutti i miei lettori, con la speranza di ricevere al più presto i vostri commenti, positivi o negativi che siano.
A brevissimo, la nuova FF “Puppetmastaz Crew”. Stay Tuned ;]
Giulia. n_n
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mercoledì, 08 aprile 2009 alle 08:58
Capitolo 9 bum. Non capisco se sia davvero sofferenza o solo crisi d’astinenza. Sento il cuore battere sempre più rapidamente, mentre tutto il resto di me sembra rallentare. Diviso a metà tra la fedeltà che devo al me stesso cinico e bastardo e la promessa fatta a una ragazza che non esiste e della quale mi sto paradossalmente innamorando. «A che pensi?» Sento lo sguardo di Georg su di me. C’è odore di patatine al formaggio, quelle che odio, quelle che ti lasciano le dita sporche e appiccicose e un insopportabile olezzo nelle narici. «Alla ragazza di Tom.» «Oh. È simpatica…» «Si… si lo è…» La chiamiamo “la ragazza di Tom”. La realtà è che non ci ricordiamo affatto di quale sia il suo nome. Io, per lo meno, non lo ricordo. E non mi sento un ipocrita. Però lo sono. «So che dovrei scusarmi ma non ce la faccio.» «Bhe credo sia la forza dell’abitudine.» Cosa vorresti dire? «Non ti sei mai scusato… nessun rancore eh, però è così.» Fantastico, vuoi vedere che mi tocca pure chiedere scusa a Georg adesso? Secondo me non posso farcela. È troppo ironica la cosa. «Sjuja Geo.» «Potresti ripetere?» «Mmm lo sai.» «No non lo so.» Lo so che sta ridendo, stronzo, godendo del momento che forse aspetta da un bel pezzo. Tanto ormai sono privo di una qualsiasi dignità di sorta, quindi tanto vale procedere. «Ho detto.» Prendo un bel respiro. «Ho detto. Ho detto SCUSA GEO MI DISPIACE DI QUALSIASI COSA TI ABBIA FATTO O DETTO IN PASSATO.» «E…» «E… ultimo ma non per importanza… devo scusarmi con un’altra persona.» «Io direi molte altre persone… ma una credo sia già un buon modo per cominciare.» Già. Le sue braccia che mi circondano improvvisamente il busto sembrano tronchi d’albero, torri, così forti, così protettive. Mi domando come io possa non essermene reso conto prima. Non l’ho mai abbracciato? Non gli ho mai permesso di proteggermi? Perché proprio adesso, all’improvviso, cambia tutto? Nessuno si domanda come mai, cosa mi stia succedendo, cosa mi spinga a stravolgere tutto ciò che sono sempre stato. Conoscendomi, come possono pensare che sia a causa della cecità, della sconfitta dei TH? Sto morendo. Nessuno se ne accorge. … Non questa volta. No, non questa volta. Non resterò indifferente al tuo pianto. Non questa volta. Un singhiozzo dietro all’altro. Il suono che mi violenta il cervello, che violenta il mio stesso DNA. E ci vorrebbe un gesto eclatante, una svolta nella mia storia. Dammi una svolta. Dammi un motivo per crescere o morire. Vedi cos’ho fatto per te? Vedi dove sono, per te? Sono all’ultimo gradino della scala alimentare. Il faraone che diventa schiavo, schiavo di te e di questo stupido gradino che non riesco in alcun modo a superare. Io ti vedo, lo so che sei l’unica che io riesca a vedere. Il mio codice. La mia chiave. E i singhiozzi, questi non posso più sopportarli. Improvvisamente, improvvisamente ciò che ho sempre finto di non vedere, improvvisamente è tutto così limpido, così in alta definizione. Una gamma troppo ampia di sentimenti e sensazioni per poter recitare nella loro assenza. «Tom non piangere.» Non riesce a restare silenzioso, la faccia affondata nel cuscino. E so che il suo ego non gli permette di essere umano, lo so perché il mio ego ha sempre fatto lo stesso. Forse ha fatto di peggio. «Lasciami stare.» «Tom ti imploro. Ti sto implorando. Smettila, smettila ti prego.» «Lasciami stare.» «Mi fa… male.» Non vedi, non vedi, non vedi? Perché adesso sono solo io a vedere? Perché adesso vedo. Quante persone stanno male ogni giorno? Quante persone ho fatto soffrire? Quante, quante credono che io abbia mollato? Ti guardo bruciare, ti vedo. Perché ti vedo. Addio paura. Non servi più. Tom raggomitolato nel letto, accanto a me. Triste. Triste a causa mia, a causa del sogno che ha perso. Si, perché non era solo il mio sogno. Era anche il sogno di tutti loro. Ed è bruciato a causa mia. Mi alzo, mi allontano da questo rumore insopportabile di cose più grandi di me, di cose che non posso affrontare. Nella mia mente c’è un giardino, in quel giardino c’è Bill Kaulitz. Non è più un personaggio piatto, scarno, una figurina, ora è diverso. Implica una difficoltà d’interpretazione. Bill si aggira senza una meta tra sogni e realtà, non riesce più a distinguere il dolore dall’indifferenza o dall’insensibilità. Vive così. Vivo così. A volte nemmeno ci rendiamo più conto di far parte di questa vita, della stessa vita. Da unica preoccupazione ad ultima. Da protagonista a semplice ombra sul fondo del teatro, dietro alla platea. Da sole a causa di ogni male. Accanto a Bill c’è una ragazza. “Bill devi reagire, non è in questo modo che ne uscirai.” «Sto impazzendo. Ora ti parlo anche da sveglio…» “Si, forse si. È per questo che sono qui.” «Vattene, non ti voglio hai solo peggiorato le cose.» “Non è vero. Ogni grande passo ci fa fare fatica. Altrimenti sarebbe solo un piccolo passo. Un passo mediocre, tu odi la mediocrità. Non è forse così?” La odio con tutto me stesso. Gioco forza. Si, ma dai tempi delle scuole medie. Dai tempi in cui ero una nullità ed ogni considerazione mi sembrava meglio di nessuna considerazione. Paradossalmente è stato allora che mi sono infilato da solo le manette, anche se il carceriere è arrivato solo anni dopo. Improvvisamente io sono in quel giardino, mio fratello non c’è più. Non lo sento respirare, ansimare, gemere dalla disperazione. La stessa disperazione che leggo nell’erba improvvisamente verde. Verde speranza. Verde come il vile denaro. Ho sempre odiato il verde, soldi e speranza sono come un cappio che ti leghi al collo di tua spontanea volontà. Fanno bene, fanno male. Sollevo lo sguardo, catturato dai riverberi chiari di una figura che non può che essere Lei. Per la seconda volta lei. «Sei così…» un enorme malvagio mostro si agita, esasperato, nella mia testa. Superficialità? Non avevo mai considerato questa ragazza… «…bella.» «No, non lo sono. Non nel modo che intendi tu…» non lo dice con pudicizia, le sue guance non si tingono di rosso, c’è solo convinzione nelle sue parole. Sembra molto stanca. Quasi stanca come me. Quasi scheletrica come me. «Si invece! Si, lo sei… ti vedo e sei bellissima. Non ci sono… altri modi per intere ciò.» Sono tanto testardo quanto te, dovresti saperlo oramai. Che sciocco a supporre che lei non abbia già capito esattamente tutto ciò che sono. «Bill, questo non è un posto normale. Qui il tuo aspetto è strettamente e direttamente collegato a ciò che provi e dimostri agli altri di provare… detto in maniera più semplice: dipende dalla tua bontà.» Quando una nuova, inaspettata prospettiva ti inchioda ad un muro che non conosci, conviene fare ciò che si sa fare meglio. Nel mio caso, mi riesce naturale sfoderare uno dei miei tanti talenti: annullo il problema direttamente mettendolo nella mia ombra, nel mio buio. «Ahah. Starai forse insinuando che non sono… come direbbe Tom? “Il sostituto del sole” in questo posto?» Il mio sorriso sghembo fallisce nel tentativo di deviarla. Lei rimane concentrata sui miei occhi. Immobile. «No.» risponde tranquilla «Volevo dire questo:» estrae uno specchio, il tipico specchio da fiaba, non so dove l’abbia trovato. Comunque niente può stupirmi più, ora, non dopo tutto quello che ho vissuto. Se posso vedere, non devo temere più nulla. Lei non abbassa lo sguardo, la scorgo appena porgermi di nuovo, con insistenza, lo specchio. Sembra provare dolore fisico al petto. Sembra provare lo stesso dolore che mi affligge continuamente, quando ciò che sono mi strangola in una ineluttabile morsa di fatalismo. «Oh, avanti! Non ne ho bisogno.» sento la gola farsi sempre più sottile. «conosco la mia faccia!» sghignazzo, cercando in ogni modo di ignorare la sua proposta, che mi sa incredibilmente di esecuzione. Ma la voce tende a diventare sempre più stridula. Le peggiori realtà si nascondono dietro alle più ironiche bugie,menzogne recitate ridendo, traumi terribili che si preannunciano in attimi di coscienti allegrie. È così, è così che allontano da me il tuo cupo fissarmi, è così che scanso, ancora una volta, quello specchio. «Fossi in te, ci guarderei, almeno per un istante. Potrebbe essere l’istante che cambierà la tua vita.» Annaspo come un cane nel mare, i muscoli stanchi, le onde aggressive sulla pelle e nulla a cui aggrapparsi. Dopo un po’ decido di stare a galla facendo il morto e mi rassegno. Calcolo mentalmente le probabilità che ho di svegliarmi proprio adesso, così da sfuggirle. Francamente, conoscendola almeno un minimo, non ne ho. «è un’imposizione o un consiglio?» mi informo, sollevando appena impercettibilmente un sopracciglio, cercando disperatamente di darmi un tono. «Il principio fondamentale del mondo ultraterreno è il libero arbitrio.» afferma, sicura di ciò che dice, abbandonandosi a una scomposta posa che le appartiene sicuramente molto di più della plastica staticità che ha mantenuto fino ad adesso, facendola apparire come un’estranea. Ciò non di meno, tuttavia, appare veramente autorevole. «Ti sbagli…» sussurro «il principio fondamentale del coso ultraterreno è la volontà di chi lo governa.» Bill Kaulitz, fan ora e per sempre del termine “coso” riferito a qualsiasi discorso possibile ed immaginabile. «Non sbaglio. È il libero arbitrio. Punto. Le punizioni, quelle si che sono legate alle competenze di anime superiori.» Sorvolo sulla parola Punizioni, improvvisa sensazione spiacevole di uno che si sente tirato in causa. «Vuoi dire che non credi alla predestinazione?» pura, semplice curiosità. Lo ammetto, ne sono vittima. Da sempre. Anche se, forse, in questo caso gioca molto anche la componente “sviamo il discorso”, dato che le cose si fanno sempre più scomode qui, per me. «No Bill… credo che siamo tutti destinati a qualcosa, ad un compito ben preciso. Qualcosa che, per quanto piccola possa mai essere, ci renderà in un qualche modo grandi. Mi capisci? Ma anche in questa nostra predestinazione, siamo liberi… liberi di scegliere se inseguire il nostro incarico o no. Spesso non ci si rende nemmeno conto di quale sia. Dicono che siano gli ultimi istanti prima di morire… i rivelatori… dicono che sia allora che comprendiamo tutto.» Mi corre un brivido lungo la schiena al tragico pensiero di perdere ogni speranza proprio in quegli ultimi attimi di vita. Scoprire che si è sbagliato tutto, che questo stupido libero arbitrio ti ha solo tratto in inganno. Mi rifiuto di credere che sia così. «In poche parole» tiro una linea sommaria e le conseguenti conclusioni «…in poche parole stai dicendo che è tutta colpa mia.» «In poche parole, si.» «La fama, la felicità, la bellezza… è tutto vano? Tutto labile… così labile…» bisbiglio, incantato dai miei stessi ragionamenti, dai concetti che improvvisamente mi sommergono la mente al punto da far annaspare la presuntuosa superficialità di poco fa. Sta cercando di affogarla, le belle unghie smaltate di questa ragazza sprofondano nella sua cute, tenendole la testa sott’acqua. Il cane che si ribella all’oceano, uccidendo il proprio compagno. Un velo delicato di malinconia rovina la levigatezza del suo volto. Le sue labbra perennemente semidischiuse mi feriscono di compatimento. «Sono già svanite entrambe da tempo, Bill…» Sorrido. Lo immaginavo, sorrido. Sento sapore di emoglobina in fondo alla gola. Allungo la mano e afferro lo specchio, nello sporadico movimento che tradisce ai suoi occhi il terrore che mi scorre nelle vene. Chiudo gli occhi, li lascio ruotare lentamente nelle orbite, li rilasso, permetto di loro di ubriacarsi di oscurità per qualche istante ancora prima di socchiuderli ed intravedere la mia stessa pelle riflettersi in questo pezzo di vetro. La gola si serra. L’emoglobina viaggia verso tutt’altra direzione. Prende il cervello. L’inonda. Inonda il mio essere. Ansia, angoscia. Ritornano, torna il bisogno di graffiare, di squarciare la causa di questo mio male, deturpare ciò che ormai è stato deturpato tempo fa dalla mia stessa profanazione. Sfregiare lo sfregiato. Sfregiato come il mio volto. Occhi sbarrati, occhi che vedono. Tremo. «Sono un mostro.» balbetto, affatto stupito da ciò che ora è diventato molto più reale del previsto. «Sei il cadavere di un mostro» lei si avvicina, seria: con un solo tocco dischiude le mie dita irrigidite, marmorizzate, riprendendosi lo specchio, strappandomi via da quella maledetta visione del mio IO «…ora non ti resta che seppellirlo e ritentare… sta solo a te Bill.» Lo so, lo so. E se… e se dovessi rimanere cadavere per sempre? … Mi sveglio con fatica come se ogni molecola del mio corpo, ogni grammo di coscienza che mi resta volessero tenersi strettamente aggrappati a quel sogno, alle immagini. Neanche oggi sento il bisogno di cambiare, sciabordio di malinconia e disgusto nei confronti di tutti e di me stesso. Paradossalmente sono la cosa migliore che mi potesse capitare. La certezza che stanno cercando di abbattere a colpi di piccone. Non riesco a cambiare, no. È così che sono. «Bill…» La voce di Gustav mi accarezza un timpano. «Bill, tuo fratello è uscito, è andato a cercare Sam. Se ne è andata questa notte.» Se ne è andata perché è naturale, tutti vanno e vengono, tutti ci lasciano prima o poi. Non bisogna mai fidarsi. «Perché lo dici a me? Io non la conosco.» «è tuo fratello, pensavo volessi saperlo per… sai… è un brutto momento anche per lui.» Si. Lo è per tutti allo stesso modo. Ma lui avrà la forza di rialzarsi, la vita lo ha sbalzato giù dalla sella già altre volte, conosce il pavimento abbastanza bene da cadere senza ferirsi. Io mi sono giocato due occhi invece. Ecco la differenza tra le nostre sofferenze. La flessione delle molle del materasso, Gustav che si avvicina alla porta della stanza. «Perché non avete cercato di fermarla?» domando, senza nemmeno saperne il motivo. Il silenzio mi fa credere per un attimo che l’amico sia già andato, poi lo sento trattenere il fiato, come per riflettere. «Tom dormiva. L’ho vista io, sembrava come… vuota. Come persa nei suoi pensieri.» Come chi va a commettere un sacrificio o come chi ne sarà l’oggetto. Come una sibilla che vola a compiere il proprio allucinante lavoro o come un prete costretto ad assolvere un assassino? Un ricordo si apre come un file nella mia mente, un’immagine raso terra, devastante. Un’immagine sfocata, torbida, forte. Un’immagine di morte. La vedo trafitta dalla mia stessa arma, lo vedo a terra sulla strada. Li vedo distrutti da un carnefice immaginario, da un qualcosa che ho immaginato io. E capisco, per la prima volta, il senso di tutto ciò che mi sta accadendo. Sento Tom fare il proprio ingresso nell’appartamento, angosciato dalla forzata solitudine che non gli ha lasciato nemmeno una spiegazione, il tempo di trovarne una. Gustav mi posa una mano sulla spalla, domandandomi se mi sento bene. Non lo so se sto bene. Non importa più, non importa più niente a parte lei. Niente, niente, niente. La fretta mi paralizza per qualche istante. Il panico mi svuota il petto tutto d’un colpo. La mente, in un colpo. Ho paura. No, non ho paura. Stringo denti e pugni e mi spingo con forza verso la porta, verso dove immagino che ci sia la porta, facendo leva con entrambe le braccia. Al di là del legno leggermente scheggiato, c’è un’altra porta e, al di là di essa, le vecchie scale anti-incendio. Lo ricordo bene, ma, quasi, non me ne rendo conto. Per saltare qualche gradino mi appoggio con una mano alla balaustra arrugginita, graffiandomi il palmo. Gemo ma non mi soffermo. Non c’è tempo, lei non ha tempo. Assecondo l’oscurità, ne faccio il mio unico e saldo sostegno. Nemici ed amici siamo. Nella notte. Il buio è inevitabile, protezione e dolore. Nemici ed amici. E non riesco a non immaginarti al mio fianco, in questo immenso mare di ignoto ed oscurità. Tu, la mia vela, la mia unica vela, l’unica possibilità che mi resta di tornare a volare dolcemente verso spiagge sicure. Devo arrivare da lei prima che sia troppo tardi. Lei mi salva, mi salva. La salverò. «Bill porca puttana torna indietro!» No Tom, mi dispiace ma non tornerò indietro. Indietro dove? In quella casa, a quella vita? Indietro quanto? Tornare ad essere ciechi, ciechi dentro? Lei mi stava insegnando tanto… e forse ora è troppo tardi. Troppo, ma non abbastanza da tornare indietro. I miei piedi nudi sull’asfalto e il vento sul mio volto producono uno straziante suono di violini strangolati. Inizio ad ansimare furiosamente: davanti a me rumore di macchine e motori che sfrecciano. Tutto questo stravolgente caos si affievolisce per qualche secondo, giusto il tempo che mi occorre per spaventare la paura con il pensiero di perderla e di dover tornare ad immergermi nel buio del mio cuore, ora così meravigliosamente vicino alla luce. Potrei morire attraversando così, senza avere idea di quando potrei incorrere in un veicolo. Improvvisamente tutto ciò non ha più molta importanza. L’importante Bill Kaulitz non ha più valore di fronte alla vastità del mondo che mi si sta aprendo innanzi. Il mio valore ora dipende da lei, la mia felicità risiede in lei, in ogni suo respiro, in ogni più piccolo suo dettaglio, nel suo sorriso storto, nel suo profumo di fragola che non è mai uguale per due giorni di seguito, nel suo rotolino di ciccia intorno alla vita. Mi annullo. Da ora Bill Kaulitz non è più importante degli altri. Corro. La traversata della carreggiata sembra non finire mai. Passano i secondi, troppi. Qualcosa non va, però io sorrido tra le ansiose lacrime del tuo destino già annunciato. «Sto arrivando» sussurro. BUM.
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lunedì, 16 marzo 2009 alle 18:20
Capitolo 8 The logical side of me. Devo riuscire ad addormentarmi. Devo farlo. È logico, è tutto ciò che mi resta da fare. Solo lì posso vivere, in qualche modo. Questa è una savana in cui non sono più il leone, non c’è posto per me. «Bill, hai fame?» La sua voce, a pezzi, come lo siamo tutti. Non riesco a ricordare un giorno in cui non mi sia stato almeno un po’ vicino. No, non esiste una vita senza di lui. Sarà così difficile abituarmi… «Bill rispondimi…» «Portami dei sonniferi. …per favore.» E la sicurezza che non c’è niente di certo, almeno questo. La chiamano consapevolezza. Io la chiamo strappare la penna dalle mani del giudice e firmare da soli la propria condanna. «Li hai già presi oggi.» «Si, ma non hanno fatto effetto.» «Li hai già presi… aspetta che faccia buio e poi… oh, scusa… è che a volte…» A volte fai figure di merda, Tom. Però ti amo, non sai quante volte sarei morto, in questa vita, se non ti avessi avuto al mio fianco. «Certo che sei proprio un coglione. Vattene, voglio solo dormire… torna con dei sonniferi, oppure risparmiati pure di venire. Il cliente desiderato non è al momento raggiungibile. Game-over, Tom. Il tuo Bill non esiste più. E ora vattene, mi sono stancato di te.» Il mio cervello preso a calci dai tuoi singhiozzi. Per la prima volta, sono singhiozzi veri. Intensi, senza pudore. Hai imparato a soffrire anche tu in maniera plateale? I passi sul pavimento mi annunciano che sono di nuovo solo. Oh. Sono solo davvero. Dormi Bill, dormi. Avanti, dormi. Ti prego. Dormi. Dormi, devi farlo. Dormi dormi dormi. Dai, rilassa la mente e dormi. Smetti di pensare, puoi fare solo questo. Se ti annoi, dormirai. Dormi, dai. Dormi. VAFFANCULO! Scaglio un cuscino contro la porta. «Ahia!» Sobbalzo, arretrando di colpo sul letto. Cosa ci fa lei qui? «Mi hai fatto male, non dovresti lanciare oggetti a caso per la stanza, sai?» Aspetta, ciò significa che mi sono addormentato davvero? Sono un genio, altro che sonniferi. Mentre gongolo nelle reminescenze del mio antico ego, la ragazza si avvicina al mio letto e vi ci siede. «Che fai?» domando, un po’ scocciato. «Mi siedo, queste scarpe mi fanno malissimo. E comunque non essere sgarbato, perché non ne sei più nella condizione… senza contare che dopo quello che mi hai fatto…» Alt. «Mi spieghi perché non siamo nel prato?» «Ma che cazzo dici? Non esci da questo appartamento da non so quanti giorni… Tuo fratello è stravolto… sono qui solo per fare un ultimo tentativo di comunicare con te, dato che sono innamorata di lui e vederlo così mi uccide.» «Tu…» Oh bhe, è innegabile che le sorprese siano spesso quel che si suole chiamare “il sale della vita”. Alcune sorprese, però, più che il salato, lasciano in bocca l’amaro. «Oh, tu sei la ragazza del pranzo.» «Si, quella gentile, buona e paziente che ha sopportato per settimane le tue cattiverie con il sorriso sulle labbra e senza mandarti a cagare nemmeno una volta. Concedimelo, sono stata eccezionale in questo.» Sorrido, un sorriso che perde la freddezza usuale, ma ne mantiene l’ironia. «Si. Da un lato te lo concedo, sei un’ottima attrice. Infatti una come te che finge di essere innamorata di mio fratello deve essere una buona attrice, necessariamente.» «Che stronzo… guarda che non ci sarebbe comunque niente da guadagnare da questa situazione. E ti ricordo che mi hai licenziata, quindi non ho più nulla a che fare con il vostro lavoro.» Cerco di ricordare il dettaglio che mi ha fatto subito venire in mente la ragazza dei miei sogni, quando invece ho davanti quella balena raccapricciante che sono stato costretto ad avere sott’occhi contro la mia volontà per quasi un mese. Bisogna ammettere, comunque, che è parecchio graffiante come ragazza. Un lato interessante che non mi aveva mai mostrato. «Hai ragione.» mi spengo all’improvviso, così come si spegne ogni intenzione ad iniziare una guerra tanto insensata contro un nemico tanto insignificante. «Non ci sarebbe nulla da guadagnarci… i Tokio Hotel sono morti.» «No…» «Si. Siamo morti insieme a quello stupido contratto. Sono morto, da tanto, tanto tempo. Nemmeno immaginate quanto.» Scivolo sotto il lenzuolo, con lentezza, voltandole le spalle. È solo giunta al termine la parte logica della mia esistenza. La parte logica di me. È così logico lasciarsi trasportare dalla propria carriera fino a qualsiasi punto, pur di darsi uno scopo, di dare una finalità alla propria esistenza. Improvvisamente mi sento come l’Howl di Miyasaki. È così logico amare sé stessi più di qualunque altra cosa per nascondere la propria insicurezza, mascherare l’olezzo raccapricciante dl cadavere. «Morti. Tutti morti.» bisbiglio, in un ultimo soffio, prima di cadere addormentato. … «Perdonami…» Una voce conosciuta, soave. Speravo di risentirla. Socchiudo gli occhi, con lentezza. Un istinto naturale, semplice, immediato. Un istinto che non mi ha mai abbandonato, anche quando sollevare le palpebre risultava completamente inutile. Ed ora… …ora mi si ferma il cuore. In un attimo. In un decimo di parola. Sento il naso fremere quanto le mie mani, un tremore che mi fa schiacciare le narici e mordere le dita. Nel buio si defilano linee di sfocato colore, sagome quasi trasparenti, via via più definite. Colori. Immagini. Vedo? «Non è possibile…» Nel buio, compare il prato, il nostro prato. Verde, brillante, come lo avevo immaginato. Mi faccio male dal tanto serrare i pugni. E il suo corpo sdraiato tra i papaveri rossi rossi. Come le sue labbra, una macchia indistinta nel viso piccolo e levigato. Un’esile figura adagiata nella propria aurea incantata. Sembra un disegno ad acquarelli non ancora asciutto. I contorni labili rendono ogni istante ancora più affascinante. La mia sofferenza si scioglie come burro sulla fiamma ed improvvisamente non sono più del tutto cieco. Piango. Non mi ero mai accorto, prima d’ora, di come si riesca a vedere le proprie lacrime sgorgare dalla cavità oculare, mentre si piange. Si vedono, si. Calde gocce trasparenti. Almeno nei sogni, almeno qui, almeno per una volta, mi è concesso di tornare ad essere felice al punto di dover piangere. Cado in ginocchio accanto a lei. «Piangi per i tuoi occhi o piangi per quello che hai detto a Tom? Sai, se fai dei progressi mentali…» dicendo questo si volta a guardarmi negli occhi, ma non con accusa né con spocchia, sembra solo impegnata mentalmente «… devi anche sforzarti a dimostrarlo.» Mi piacciono i suoi occhi: sono viola, grandi, strani. «Bill, mi stai ascoltando?» «Si, ti sento.» Le sue labbra si sfiorano appena quando parla, restano sempre lievemente socchiuse, come imbronciate. «Senti, ma non ascolti.» E i suoi capelli sono rosa. «Scusa, è solo che faccio fatica a concentrarmi… con tutti questi colori…» Rilasso il collo più che posso, lascio che la testa mi penzoli su una spalla, socchiudo gli occhi. La luce dorata del sole calante si asciuga sulla mia pelle, si intreccia con le mie ciglia, proietta lunghe e sottili ombre sulla schiena e sulle spalle bianche di lei. I suoi capelli sono rosa. Riflettono i colori dello zucchero filato. «Lo farò, ci proverò…» bisbiglio «…dimostrerò che sono cambiato davvero.» Lei non cambia espressione. Rimane come in posa. Una splendida modella di cartapesta. «Non sei cambiato, hai solo fatto un passo in avanti.» Perché sei così dura con me? «Allora ne farò altri.» Non è difficile mentire in questo modo. Sono sempre stato incredibilmente incoerente nel passaggio tra pensiero e parola, un meccanismo che mi ha permesso di arrivare dove sono arrivato, in così poco tempo. E lei, così fiera ed elegante, lei davvero conosce tutto di me? Perché se sapesse cosa ho fatto… non credo riuscirebbe a sopportare la mia presenza. Posso davvero pensare di raggirarla come se non fosse affatto una sorta di essere sovrannaturale? La osservo, determinata nella sua stranezza. Con lei non funzionerà, Bill. Questa volta bisogna cambiare sul serio. Questa volta si. … Mi sveglio nel buio, come ho sempre fatto. Una sorta di delusione mi intorpidisce il cervello. Una parte di me sta dicendo all’altra, quella illusa, “Ecco, lo sapevo, te l’avevo detto… non avrai mica pensato che sarebbe bastato un sogno a cambiare tutto, vero?” È tendenza abbastanza comune alla natura umana il cercare disperatamente la speranza, anche nell’impossibilità oggettiva. Comincio davvero a pensare che la natura umana sia una grande fregatura. Allungo una mano nell’oscurità, chissà che ore sono… Avrei dovuto accettare l’orologio sonoro che voleva regalarmi Gustav. Mi alzo ed infilo le ciabatte, poi cerco a tentoni la vestaglia, la indosso e mi avvio lungo il corridoio. Avrei dovuto accettare la proposta di Georg per quanto riguarda il bastone da non vedenti. Proseguo, mantenendo il contatto fisico con le pareti. Ruvide, fredde. Arrivo ad una porta. Appoggio l’orecchio alla superficie. Liscia, fredda. Non ho mai chiesto a nessuno di che colore fossero gli interni di questo appartamento provvisorio, non mi sono nemmeno mai sforzato di immaginarmelo. Al di là del legno, nessun rumore. Toc-toc. Nessuna risposta. Abbasso la maniglia, gelata contro il palmo della mano, sospingo la porta. Si apre, senza il minimo cigolio. «Tom…» bisbiglio, non tanto per svegliarlo, quanto per rendermi conto se sono diventato anche sordo, nel frattempo. Ancora non ricevo risposta. L’ambiente intorno a me è così ricco, così saturo di lui, di familiarità, da scaldare tutto d’un colpo corpo e mente. L’aria profuma di bagnoschiuma, di dopobarba e di sudore freddo. Sudore di notte, l’odore dei sogni. Non attendo più, mi infilo sotto alle coperte, cerco il suo corpo rassicurante. La persona più importante della mia vita. Quanti pesci in faccia gli ho tirato? Quanti calci verbali nello stomaco? Quante volte gli avrò fatto rimpiangere di essere nato accanto a me? Schiena contro schiena. Senza trucco, senza abiti, senza gel, senza cappellini né bigiotteria di sorta. Identici, speculari, così diversi, così lontani. Così in simbiosi. «Mi sei mancato Tom.» Gemelli… «Anche tu.» «Ah, ma sei sveglio?» «Si, hai i piedi congelati…» Si, è vero. Non so più cosa rispondere. «Bill… avrei dovuto stare più attento a quello che ti stava succedendo, negli anni passati. Mi sento molto in colpa.» La sua voce fende le tenebre nel mio sguardo, per un attimo mi è parso di poter vedere la camera attorno a noi. La immagino azzurra, come quella della nostra infanzia felice, teatrino di ogni nostro gioco. «Sta cominciando a diventare un’abitudine.» dice ora, molto mono-tono, molto più grigio di quanto non ricordassi di lui. «Quale?» Lo sento girarsi verso di me. «Quella di infilarti nel mio letto a notte fonda per comunicarmi tue sensazioni di varia natura, più o meno credibili. O per chiedermi scusa. E, alla fine, sono sempre io a fare le mie scuse a te.» Ci rifletto su un attimo. È vero. «è vero… mi dispiace Tom, dovrei essere io a scusarmi.» Torna a girarsi. Le nostre schiene di nuovo l’una contro l’altra. Il suo respiro, completamente fuori tempo, contrasta con il mio. «Sai Bill, credevo di aver fatto tutto ciò che dovevo… invece mi sarei dovuto opporre a tante tue decisioni. Tue e di David. Il gatto e la volpe. Anzi… non credo. David e Mi agito tra le lenzuola, distendendo la gamba destra nel tentativo di far passare il crampo al polpaccio che mi è venuto appena finisce di parlare. Pinocchio non dice le bugie. Pinocchio è un burattino. «è questo che pensi di me, Tom?» Mi sforzo di piangere, per sottolineare le mie qualità teatrali, la mia forza maggiore. L’orgoglio è ferito, ma le lacrime non scendono. Certo, sono abituato a dare poca apparente importanza alle opinioni altrui, specialmente alle sue. «Non è colpa tua.» sospira Tom «…è colpa del tuo ego. Si chiama Mangiafuoco.» Cos’è che dicono i giornali su mio fratello? Un pallone gonfiato, decelebrato e che sa parlare solo di sesso? Ahaha. Esce di molto dal personaggio, quando vuole. Lascio che la mia ammirazione nei suoi confronti cada nel silenzio. Mi volto, così da trovarmi la sua spina dorsale appoggiata alla fronte. Respiro piano, non voglio che il mio fiato caldo gli dia fastidio o lo svegli. Sorrido, sorprendendomi a ricordare esattamente la posizione di ogni suo neo, su questa liscia e chiara superficie. I muscoli appena accennati. «Bill…» Sobbalzo, violentato dai miei ricordi da una voce tanto reale. «Bill, mi fai il solletico…» «Oh. Scusa.» Torno a girarmi sull’altro fianco. Torno ad osservare il buio, ad ascoltare il silenzio. «Buona notte, Bill.» Quando finirà?
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mercoledì, 25 febbraio 2009 alle 17:40
Capitolo 7 Firsts symptoms of anesthesia. Tom mi prende per un braccio e mi accompagna in camera. «A letto. Ordine tassativo.» Sussurra. Fa male anche a te, vero? A tutti voi. Ma cosa volete capire? Non siete in grado di mettervi nei miei panni, vi starebbero troppo stretti. Non reagisco, mi lascio guidare, sdraiare, lascio, lascio che si mettano a posto la coscienza accendendomi la radio e che se ne vadano lasciandomi qui, solo. In balia della musica, sperando che essa posso farmi sentire meglio. Svuotato. Privo di ogni qualità di colore. Il pianoforte continua a suonare per me, ma non lo ascolto più. Non ho più la forza di provarci. Lo sapevo. Lo sapevo. Come ho potuto accasciarmi così, di colpo? Come ho potuto gettare via la mia dignità, quella grande forza che mi ha sempre contraddistinto? Come ho potuto farmi cogliere di sorpresa, se già avevo immaginato come sarebbe andata a finire? E quelle ultime parole che mi tormentano come un cilicio stretto alla coscia, come un chiodo arrugginito nella pianta del piede. “Non sei più adeguato” E il dolore che mi tormenta più di qualunque sentimento, il dolore che, per una volta, scavalca la rabbia e la superbia e mi fa soccombere come un Atlante privato all’improvviso del proprio attributo divino e schiacciato dal peso dell’universo. Gli immortali Dei. Quanto mi sono sempre sentito vicino a loro? Così splendidamente amanti dell’arte e della propria persona. Così naturalmente infelici nel loro perfetto regno dorato. Ma i miei ragionamenti, ora, non valgono più nulla. La mia mente riposa inerme, priva di stimoli. Comincio a subire i primi sintomi dell’anestesia autoindotta. In balia di quel flashback in bianco e nero che temo non mi abbandonerà più. *FLASHBACK* Entriamo nella grande stanza circolare al centro dell’edificio. Il soffitto è interamente in vetro e lascia lo sguardo libero di sondare il cielo. È bello, poter guardare il cielo, quando ci si annoia a morte come nella maggior parte delle riunioni con Questo avevo pensato, quando vi ero stato per la prima volta. Ora sorrido, ripensandoci. Con amarezza. Non posso più nemmeno sollevare la testa, spalancare li occhi e vedere la libertà. No, basta. Devo costringermi a non pensarci, a rimanere ben concentrato su di me e sul mio lavoro. Infondo, ce l’ho fatta fino ad adesso. Manca poco. Si, certo. Manca poco a cosa? «Veniamo alla questione principale. Temiamo di essere nella spiacevole condizione, ragazzi miei, di prolungare indefinitamente la vostra vacanza. Capite, non è vero, cosa intendo?» Così, dritto al punto, senza inutili delicatezze. Ottimo, te lo devo dire, hai proprio la stoffa del manager. Come se non sapessi che stanno bleffando per farmi supplicare. Lo so che lo desiderano. Mi vogliono ai loro piedi. «Una mossa simile comporterebbe il vostro fallimento, patetica massa di incompetenti.» accompagno ogni parola con Click della penna che stringo convulsamente in una mano. Detesto tradire nervosismo, ma o mi sfogo sulla biro, o prendo a calci qualcuno. Delle due trovo più vantaggiosa la prima. Fin’ora non mi hanno ancora condannato ad una vera psicanalisi, per fortuna. «Al contrario, porterebbe al vostro fallimento, ma ad un afflusso di pubblico verso i nostri nuovi cavalli di battaglia.» Non lascerò non mi facciate questo. Non vi permetterò di uccidere ciò che rimane di me. «Posso fingere, posso tranquillamente recitare qualsiasi parte voi mi assegniate. Come ho sempre fatto.» la mia voce assume una sfumatura strozzata, più strozzata del solito. Questa volta non mi basterà la poca aria che ho sempre costretto il mio corpo ad assumere. Sento che non basterà fingere scioltezza. «La finzione non cambierà nulla.» «L’arte fa parte della sfera della rappresentazione, non della realtà…» «Non è di arte che si parla, è di presenza scenica e di impatto su un certo tipo di pubblico. Non è arte, Bill…» Ecco, ci siamo. Prendo un bel respiro. Va tutto bene. No. «Il contratto non verrà rinnovato. In queste condizioni, sei inadeguato a questo tipo di carriera, Bill.» Ecco. Three blind mice. Three blind mice. See how the run, see how they run! They all run after the farmer’s wife, Who cut off their tails whit a carving knife. Did you ever seen such a thing in your life… As three blind mice? L’ironica latitania della mia mente. «Spero capirete che sono cause di forza maggiore.» aggiunge David. Tu-tum. Tu-tum. Lo senti il mio cuore, come batte? Lo senti anche tu? Io no. C’è solo un grande silenzio. Chiudi gli occhi, trattieni il fiato. Prova ad immaginare che non potrai mai più riaprirli e che mai più entrerà aria nei tuoi polmoni freddi e secchi. Rilassa la fronte. Annulla le emozioni. Senti muscoli e carne che si asciugano sotto la tua pelle e scompaiono per lasciar posto ad un morto. Ora, più o meno, ti senti come mi sento io. Quella che tu chiami canzone, io chiamo Cantina dell’animo. È lì che nascondo ciò che non voglio che gli altri trovino, proprio lì dove è immediato cercare, ma complesso svelare. Perché il buio, si, quel ridicolo nemico dei bambini, proprio quel buio ingloba ogni segreto. Non li sputerà mai fuori, mai. Perché il buio permane, per quanto possa venir momentaneamente diradato dalla luce, il buio c’è. È condizione naturale. Il buio è fatto di niente e come niente se ne va, che ridicola convinzione. Perciò che nessuno venga a dirmi che andrà tutto bene. Perché mi avete strappato via tutto ciò che sono. Tre topolini ciechi, hai mai visto qualcosa del genere? Hai mai visto in tutta la tua vita una cosa come tre topolini ciechi che corrono dietro alla moglie del fattore? Guarda come corrono, ciechi, corrono. Corrono dietro a chi gli ha amputato le code con un coltellaccio da macellaio. Sono tre topolini ciechi, corrono verso la morte. Il buio. È condizione necessaria e sufficiente. Ora non mi importa più di nessuno di voi. Nemmeno di Tom. Da oggi esiste solo il mio stupendo cadavere. *** Cerco di irrigidire i muscoli delle gambe, delle cosce, come facevo un tempo, inconsciamente, per sentirmi più forte e non farmi spostare dal vento come una patetica banderuola. Inutile, sono come una bambola di pezza abbandonata ai piedi di un letto. Se anche talvolta vivo grazie alla fantasia di qualcuno, che mi vede ancora come il Bill di un tempo, in realtà giaccio senza anima per la maggior parte del mio tempo, tempo che le altre persone occupano vivendo. Inerme, inerme e desolato. Per la prima volta penso di aver osato troppo. Ho creduto che non avrebbero mai avuto il coraggio di eliminarmi. Invece… Era questo il pungente gusto di saliva e sconfitta che credevo non avrei mai provato? Comincio a deglutire sempre più raramente. Mi si disidrata la gola. Forse è meglio così, meglio restare fermi in questo letto, al buio, da solo. Come all’inizio della mia fine, come prima che arrivassero i protagonisti dei miei nuovi sogni a insistere affinché tornassi a vivere una vita falsa. … «Non era già falsa, la tua vita?» Mi da una spinta leggera, premendo sulle mie spalle con entrambe le mani. Volo a terra. «Avanti, dimmelo. Non era già falsa?» Mi volto su un fianco, affondando il volto nell’erba. Ma non c’è erba. «Merda.» l’asfalto mi ha graffiato la guancia. «AVANTI!» «Ok, ok. Hai ragione, ora lasciami in pace.» «No.» In una nuvola di dolce profumo, atterra accanto a me questa ragazza che non riesco ancora a comprendere affatto. «No cosa?» «No. Non ti lascio in pace. Sei impazzito? Pensi di mollare la tua vita così e di dare la colpa a me? Vaffanculo Bill, vaffanculo.» E se un bambino aprisse un libro di fiabe e le figure si mettessero a parlare con lui e a suggerirgli in che verso leggere le pagine seguenti? «Sei arrabbiata con me?» È caduta in un pesante silenzio, un silenzio imbronciato e grigio come immagino ruvido terreno sotto di noi. E se il bambino decidesse di strappare via delle pagine? Mi sovvengono all’improvviso immagini della mia infanzia. Curiosamente, gli unici ricordi che conservo di quel periodo della mia vita sono quelli più insignificanti. Mi tornano alla mente le serate passate in una camera mai vuota, mai buia, mai silenziosa. Ricordo quanto fosse rassicurante avere sempre quella presenza perfetta e, in qual senso, certa. Ricordo quanto fu traumatico ed angosciante scoprire che non sarebbe durato per sempre, che negli hotel non ci sono solo stanze doppie. «Oh… avanti… rispondimi, ti prego. Sei arrabbiata così tanto?» «…no…» nel dirlo, si rilassa. E, con lei, si rilassa l’ambiente che ci circonda. Ora le mie dita affondano in ricchi e soffici ciuffi d’erba fresca. Possibile che i suoi sentimenti abbiano un potere tanto grande nell’influenzare il nostro piccolo mondo? I miei sentimenti sono sempre stati sterili. Nessuno ci ha mai badato più di tanto. Li trovavano scontati. Sentimenti scontati. «Sai Bill, non credevo lo avresti fatto.» Lasciamo che il discorso cada nel vuoto e si disperda nell’aria come se in realtà non si parlasse affatto di una mia azione passata, quella che, apparentemente, l’ha colpita così in profondità. «Non credevo saresti arrivato a tali livelli di cecità. Di cattiveria.» Comincio a sentire il tipico dolore soffocato del pianto, quando è un pianto colpevole. «Non capisco di cosa parli…» Lei si arrampica lungo il mio petto, sento le sue labbra avvicinarsi alle mie e il suo peso, per quanto irrilevante, sospingermi ancora di più tra l’erba e il terriccio profumati di umida freschezza. «Sei arrivato ad incolpare me di tutto, Bill. ME.» Sta… piangendo? «Mi dispiace…» e sento l’orgoglio cominciare ad incrinarsi. Non lasciarmi tornare al di là del vetro, non lasciare che io mi svegli. «Hai incolpato me… forse ho sbagliato a cercarti… hai incolpato di nuovo me.» E se la fata madrina decidesse di abbandonare il protagonista? «Mi dispiace… ti prego… non voglio svegliarmi oggi…» E se il protagonista fosse, in realtà, l’unico antagonista? «…ti prego…» … Svegliandomi, trovo Tom al mio fianco. Addormentarmi per sempre difenderebbe davvero il mio orgoglio? Forse riuscirebbe solo a rendere più credibile l’immagine ingenua e disgustosamente dolce che il mondo ha scolpito per me nel marmo senza nemmeno interpellarmi. Avete idea di quanto possa pesare una maschera di marmo?
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martedì, 03 febbraio 2009 alle 18:05
Capitolo 6 Psychology. «Cosa provi?» Tipica domanda da strizzacervelli. Cosa provi. Ma sono stupidi o fanno finta? Cosa vogliono che si provi? «Niente. Niente di particolare.» «Questo non può essere vero, Bill. Capisci?» Altra caratteristica degli psicologi: ripetono mille volte il tuo nome, come a sottolineare che se lo ricordano addirittura, che sei importante. Fottiti, sono sempre stato importante: c’è chi si toglierebbe la vita per passare due minuti scarsi con me. Io sono l’importanza fatta a persona, sono Bill Kaulitz, per Dio! «Cosa vuole che le dica?» «Dimmi cosa provi Bill, cosa provi. Usa parole tue, Bill. Lascia che i pensieri diventino parole… è facile, Bill.» «Ok, dottoressa, ci provo. È facile, no, dottoressa? Basta lasciare che i pensieri fluttuino, che si cristallizzino in lettere, dottoressa, in disegni che poi diventano suoni. Basta lasciare che ciò che sono venga catturato in un qualcosa di statico ma al contempo maneggiabile e temporaneo come le parole, dottoressa, come il suono della mia voce. Che altro valore avranno mai, in fondo, i miei pensieri? Sono solo monologhi con me stesso, sono solo sensazioni, sono solo ciò che provo. D’altra parte, dottoressa, si dice “un penny per i tuoi pensieri”, no? non possono valere più di così, i pensieri. Li svendiamo, i pensieri, dottoressa, tutti i giorni. Li regaliamo, come quando scriviamo una canzone e la cediamo ad altri per dodici euro al cd, come quando un artista vende i suoi quadri sul lungomare a dieci euro al pezzo. È normale. Gettiamo via i nostri pensieri da quando nasciamo, trasformandoli i parole e figure. Ha ragione, dottoressa, è facile. Ora ci provo: Ha presente quando nuoti, al mare, al largo… non si vede il fondale. L’acqua è scura. Non importa che tu sappia che là sotto non c’è niente che possa farti del male: tu non vedi cosa c’è sotto, se anche avessi la certezza che ci sono solo sassi e sabbia, il dubbio che uno squalo possa staccarti una gamba con un morso ti resterebbe sempre cucito addosso come un vestito. Ciò che non vedi ti spaventa molto più di ciò che vedi. Il buio, dottoressa, il buio è il mio primo pensiero. Un penny dottoressa, prego.» … Torno da Tom, traballando sulle gambe. Mi ha sfinito, questa semplice ora di conversazione. Mi ha svuotato di energie come si svuota un limone del proprio succo. Mi ha svuotato di ogni pensiero, chiedendomi di renderlo pubblico. Ma alla fine, alla fine ho vinto io. Perché quello che ho dentro è troppo oscuro e nascosto per costringermi a svelarlo del tutto. Non immagini nemmeno cosa ho dentro, penso, mentre Tom mi sfiora un braccio come per congratularsi con me dello sforzo appena compiuto. «Sono molto fiero di quel che hai fatto. Per il gruppo e… bhe per te stesso.» C’è un filo di imbarazzo nella sua voce, quel tanto che basta per tradire la sua immaturità, a discapito della forza con cui sta affrontando questa situazione. «Voglio un caffè.» sbotto, scostandomi dal contatto con lui. Come per magia, un caffè, di quelli nei bicchierini di plastica, si materializza tra le mie mani. Mi chiedo fino a che punto sarò costretto a spingermi per poter tirare avanti con la stessa dignità e la stessa celebrità di prima. Mi verrà chiesto di fingere di vedere? Lo farò. Mi verrà chiesto di fingermi sofferente e bisognoso? Lo farò. Non mi importa più di nulla. Rivoglio la mia vecchia vita, rivoglio il mio successo, rivoglio la mia faccia sulle copertine di tutte le riviste del mondo. «Ora che hai cominciato un percorso con lo psicoterapeuta» inizia Gustav, in macchina sulla strada verso casa, «Jost ci darà il via libera per ricominciare a produrre… dovremmo pensare al terzo album… o per lo meno, iniziare a scrivere un paio di singoli nuovi mentre riorganizziamo il tutto… non sarà mai del tutto uguale a prima, ma non è detto che debba essere drammaticamente differente.» Il tono di voce che sceglie è spensierato, quasi entusiasta della nuova occasione che ci viene regalata. «Non me ne frega una minchia di quello che dice Jost. Abbiamo già delle canzoni nuove, le abbiamo scritte ancora prima di pubblicare Zimmer… aveva detto che avremmo potuto usarle in seguito… bhe questo è ciò che io chiamo “seguito”, quindi sarà meglio che mi lasci fare, almeno per una volta…» Cera quella canzone, quella canzone bellissima. È ancora lì, nel cassetto di camera mia. La sento scivolare nelle mie terminazioni nervose, smuovere con delicatezza la libidine in fondo al mio cervello. È ora di liberarla, di lasciarla librare tra le note più alte che io possa raggiungere anche solo sfiorando un microfono con la punta delle dita. In quel delicato gracchiare della mia anima crudele appena rinata dalle proprie ceneri. «Meglio se ne parliamo, prima di arrivare alla riunione di domani… se no sappiamo tutti come va a finire.» «Ha ragione Tom, dobbiamo essere preparati per domani.» «Non saprei… quel che diremo non avrà così tanto peso Gus. Va a finire che loro sanno già quel che vogliono fare, non dipende solo da noi.» «Ok, però devi ammettere che eravamo più piccoli e meno indipendenti dal punto di vista discografico.» Parole parole parole. Li lascio parlare, mi accascio nel sedile posteriore e chiudo le orecchie. Posso solo provare ad estraniarmi dal loro morboso interesse nei confronti del nostro futuro. Non capisco questa preoccupazione, non comprendo questo accanirsi su insignificanti dettagli discografici. Io non sono dubbioso. Io sono sicuro di farcela, non ci sono nemmeno dubbi. «Tom, a che ora è l’appuntamento di domani?» «Verso le due del pomeriggio, perché?» Intuisco dal borbottio ansioso di Georg che temono che io voglia annullarlo o posticiparlo. Infedeli. «Nulla, stavo considerando che è abbastanza sul tardi e che potrò dormire tanto domani. Penso che starò sveglio stasera.» Piego leggermente le labbra in una smorfia spiacevole. La macchina si ferma con dolcezza, accostandosi al marciapiede davanti a casa nostra. Scendiamo uno dopo l’altro e percorriamo il vialetto senza dire nulla. Interrompo il silenzio con una richiesta innovativa. «Tom, hai ancora il numero di quelle tipe del night club?» Lui risponde un po’ stupito: «Credo di si… si… quali delle tante?» «è indifferente. Portami un paio di quelle troie a casa, stasera. Vi aspetto alzato.» Ri-crolliamo rovinosamente nel silenzio. Portamele. Portami un po’ di oblio e di sollievo dalla pulsione sessuale. Portami la voglia di dominare qualcuno, almeno una volta, almeno una volta ancora. Perché so già cosa mi attende. So già che, a partire da domani, dovrò venir sodomizzato per il resto della mia vita artistica. Per un ultima volta, voglio essere ancora io a metterlo nel culo a qualcuno. La mia ultima notte da Bill Kaulitz. … Mi abbandono, sfinito, sul letto. La ragazza, ancora ansimante e dolorante, attende per qualche secondo una mia richiesta. Non ricevendone, decide di darsela a gambe. Francamente, non mi interessa. Ho sempre ripudiato il contatto fisico, persino quello sessuale. L’ho sfruttata, l’ho sottomessa, l’ho distrutta. Le ho impedito anche solo di sfiorarmi. E questa fottuta irrazionale ansia, protagonista travestita da comparsa, passante casualmente permanente. Cicatrizzati mio eroe. Panico. Così devastante ed organizzato, prevedibile nella sua potenza. Quel pensiero fisso che mi tormenta, questa previsione di catastrofe imminente che solo il buio sa potarmi. E forse scopare serve solo a svuotarsi di quest’ultima aspettativa. E cercare una promessa in quelle urla di dolore. E sapere che chi stringi forte per i fianchi non finge, perché tu non saresti comunque in grado di apprezzare visivamente i suoi sforzi. … Giunge l’alba scura di questa giornata tanto attesa. Ancora non lo so. Giunge il mezzogiorno di sangue dell’anima mia. Senza aspettare che arrivi Gustav ad impormi di farlo, costringo le membra a sollevarsi ed affrontare l’aria gelida della paura. Da domani dovremmo ricominciare a registrare. Scendo in cucina. Tra solo tre ore abbiamo l’appuntamento e devo ancora iniziare a vestirmi. Tosto una fetta di pane e ci spalmo della marmellata. Sono settimane che non canto nemmeno una nota. Getto il panino senza nemmeno toccarlo. Stop. Rewind. Play. Che film strano, la mia vita. Odore d’aria pulita. Il mio profumo copre a stento la puzza di stantio che, nonostante tutto, ancora non riesco ad allontanare da me. C’è odore d’aria pulita. Ammazza i miei polmoni. Ammazzo i miei polmoni. «Bill butta via quella roba!» «Ma che buttarla! Dalla a me…» «Taci Tom, ha ragione lui… non dovrebbe fumare.» Assaporo Un altro tiro. Ma chi siete voi? Chi siete voi per darmi ordini o consigli? Sento dentro un grande vuoto interpretativo, una grande carenza di consistenza. Datemi qualcosa da fare, qualcuno da interpretare, una vita da vivere. Ridatemi qualcosa, ridatemi ciò che è mio, ridatemi qualcosa da essere. «Vogliamo muoverci?» ringhio, salendo in macchina per la prima volta da settimane. Cala il silenzio, getto il mozzicone dal finestrino. Sfrigola sull’asfalto umido e si spegne come si spegne ogni mia profonda certezza. Arriviamo da Jost giusto in tempo, come nella scena che ho sognato stanotte. Precisa, molto precisa. Giusto in tempo. Per assistere. Alla parola fine.
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martedì, 27 gennaio 2009 alle 16:56
Capitolo 5 You’re fired. *Flashback* Tom mi batte di nuovo alla play. Lancio con rabbia il joystick. «Vaffanculo.» «Eheh non siamo capaci di perdere eh?» «Taci!» gli scaglio contro un cuscino del tourbus. Non lo sapevo, non sapevo quanto quel giorno avrebbe cambiato la mia esistenza. «Ragazzi, volevo presentarvi il nuovo membro dello staff.» ci annuncia svogliatamente Jost «lei è…» smetto istantaneamente di ascoltare. Ma chi cazzo se ne frega? Lancio un’occhiata alla ragazza che ha appena fatto la sua comparsa nella stanza, un unico pensiero mi attraversa la mente come un jumbo-jet: è brutta. Lei stringe la mano ai membri della band, uno ad uno. Quando tocca a me, noto che non dimostra una netta predilezione per nessuno di noi. Sembra semplicemente contenta di essere qui. «Molto felice di fare la tua conoscenza!» esclama, sorridendo. «Si.» rispondo, atono. Ovvio che sei contenta, cogliona. Dovresti considerare un miracolo già il solo essere qui nella mia stessa stanza. Francamente, averla attorno tutto il santo giorno non mi cambia la vita. Passiamo con lei solo pochi minuti, poi Jost la chiama nell’area privata per spiegarle alcune formalità da rispettare. Noi riprendiamo a giocare: non mi lascerò sconfiggere così facilmente da mio fratello! «è orrenda!» «Bill merda non esagerare! Ha un culo veramente perfetto! Cerca di guardare ai lati positivi della cose.» il sorriso beffardo da marpione di Tom, la risposta scherzosa degli altri due. Ho bisogno di silenzio e di riflettere. «è inguardabile! Mi si stavano per bruciare le retini!» esclamo di nuovo. «Bill, taci!» sibila Gustav, dandomi una gomitata nelle costole. Io proseguo. «No, seriamente: dovrebbe buttare giù un po’ di chili e pensare seriamente a una plastica al naso perché ci potrei allegramente costruire una capanna.» Un’altra gomitata. Mi volto verso il punto che Tom fissa con insistenza. Lei è lì, dietro di noi. Quando i nostri sguardi si incrociano, per un breve istante, lei sorride e finge di non aver sentito nulla. «Avete fame ragazzi? Posso prepararvi subito la cena se desiderate.» sorride ancora, gli occhi solo lievemente arrossati. No grazie, mi è passata tutta la fame. … «Non lo so… stavamo parlando e all’improvviso…» A volte cerchiamo delle soluzioni a problemi che non abbiamo ancora analizzato. Desideriamo risposte a domande che non abbiamo ancora formulato. Ci illudiamo di averle intraviste in quegli occhi che ora non possiamo più vedere. Sbattiamo la testa al muro: ho perso ogni possibilità. E allora chiudo gli occhi, mi elimino, erodo le mie colpe. Perché allora ti ho sentita così persa? Perché, se ciò che più conta nella mia vita sono io? Se ciò che più conta nella mia vita è già perso? «Gli era mai capitato prima?» «No… no mai…» Tutti quei ricordi, li senti? Mi schiacciano. L’eco di quei colori… i colori, quelli mi schiacciano. Li senti, li percepisci come me? Ci fanno del male, i ricordi. Ascoltali, non resta altro che io possa fare. «Sicuro?» «Si cazzo sono il suo gemello, so più cose io di lui che nostra madre.» «Si, si calmi. Va tutto bene. Guardi è sveg…» «Non mi dica che va tutto bene, bastard… oh… Bill sei sveglio!» Cinquantotto simpatici chilogrammi mi saltano praticamente addosso. Solo ora realizzo di essere ancora in vita, per quanto non mi senta affatto “vivo”. «Tom. Spostati… mi fai male…» La scena si ghiaccia. «Non sono io. Sei stato tu…» bisbiglia. Mi prende una mano, la sospinge con delicatezza verso il mio sterno. Poi un po’ più in basso. «Senti? Sei stato tu… ti giuro non ho potuto fare nulla per fermarti eri troppo… forte» soffia d’un fiato, mentre il mio fiato si spegne. Squarci, tagli, graffi. Tanti, troppi per una sola mano. Troppi persino per due mani. Non fanno male. Non fanno male. «Non fanno male.» «Sei ancora sotto gli effetti degli anti dolorifici. Sta arrivando l’altro medico con l’occorrente per richiuderle. Devi stare tranquillo, ci sono io con te.» «Come sempre, Tom.» «Si, come sempre.» … «Hai paura?» È sdraiata sopra di me, profuma di caramello. «Di cosa?» «Di te stesso…» Ogni volta che la corrente mi spinge al largo arriva lei, tocca la carne scoperta delle mie ferite e qualcosa, ultimamente, qualcosa comincia a rimarginarsi. Mi sto perdendo di nuovo. «Mi domando cosa resti ancora… da perdere.» Raggiunge il mio volto con le labbra. Mi alita addosso parole che non comprendo «Chiediti piuttosto quanto resta ancora da scoprire.» Il nostro prato oggi è più fresco del solito. Sento la rugiada nelle narici, i fiori, non ancora sbocciati, tra le dita. Il calore della sua nuca sul mio petto. «Si.» «Si?» «Si, ho paura di me stesso.» … Mi sveglio di soprassalto. Era un sogno. Solo un sogno. Mi sento turbato, come ogni volta che apro gli occhi e trovo che niente è cambiato. Niente cambia più, la mia vita è destinata a diventare statica, più statica di quelle vite così terribilmente squallide che ho deriso fin’ora. Si, mi sento molto turbato. Prendo un bel respiro: mi calmo, almeno apparentemente. Asciugo il sudore che cola copiosamente sulle mie spalle, sul mio petto. Tutto solo un sogno. «Stai bene?» Sobbalzo nell’udire la sua voce. Così banale, così… «Certo che sto bene.» sbotto, alzandomi e muovendo qualche breve passo verso il bagno. Mi blocco: il sudore non smette di impregnarmi la maglia. Porto una mano contro la pelle chiara. Sento bruciare. Ok. Non era un sogno. Mi sento molto, MOLTO turbato. «Forse non dovresti stare solo, lo dirò a tuo fratello. Non dovrebbe lasciarti solo potrebbe venirti un’altra crisi.» Mi riscuoto e, in una mossa che non mi sarei mai aspettato da me stesso in una situazione del genere, le afferro il braccio, lo torco dolorosamente verso un lato. La ragazza del pranzo si scuote, provando a liberarsi dalla mia presa. A nulla serve: quando faccio il cattivo, divento incredibilmente forte. Come un serpente, comincio a sibilare. «Perché, di grazia, non dovrei stare solo? E per quale motivo ti senti in dovere di dare sì ben-pensati consigli a mio fratello? Forse per il fatto che te lo scopi?» Sento la bile ribollire e una strana sensazione invadermi il cervello. Non so più nemmeno io cosa dico o perché lo dico. È un attimo. Lo schiaffo mi raggiunge in piena guancia, con una forza notevole. Sento la carne formicolare e il sangue affluire allo zigomo. Mollo istintivamente la presa su di lei. La sento ansimare all’improvviso, probabilmente spaventata. «Scusami…» bisbiglia, agitata «scusami, perdonami… è solo che…» Cosa fai? Piangi? Tu non hai idea di chi sono io, forse. No, non hai ancora capito entro quali confini devi stare. Forse perché a disegnarli sono solo ed esclusivamente io. Mi ricompongo, raddrizzandomi e sistemando la maglia del pigiama. Fisso il mio sguardo cieco su di lei. La penetro con il buio dei miei occhi perennemente chiusi. Le sorrido. «Sei licenziata.» concludo. Addio, patetica sottoposta. … «Devi andare da uno psicoanalista. O non potrai tornare a lavorare.» Butta la bomba così, senza darmi nemmeno l’anticipo necessario a prepararmi una reazione incontrollatamente aggressiva ma studiata. Resto inebetito. «Non ho bisogno di…» «David me lo ha detto ieri. Scusa, ma non sapevo ancora come dirtelo.» «Bhe, non c’è che dire Tom, ti ci è voluto un giorno intero per partorire questa “delicatissima” uscita?» Cazzone di merda. Sistemo con gesti nervosi il copriletto sotto di me, mentre il tourbus piega fastidiosamente verso destra. Siamo in movimento. Di nuovo in movimento. Ma non verso una nuova data. Verso una villa isolata. Come sono isolato io. «Mi dispiace… non avrebbe fatto nessuna differenza dirtelo in altro modo, mi avresti aggredito comunque. E in ogni caso sono d’accordo, hai bisogno di aiuto.» Lui ammutolisce all’improvviso, ma posso sentire che c’è qualcosa di anomalo nel suo respiro. «E io… non sono stato in grado di dartelo…» Oh, è tutto chiaro. Come ho fatto a non pensarci? «è per quella vacca, vero? Bhe. Meritava di essere licenziata. Mi ha messo le mani addosso. In ogni caso, non andrò MAI da uno strizzacervelli. Chiaro, Tom?» «David non ti permetterà di tornare ad esibirti, se non lo fai. E non lo permetterà nemmeno a noi.» tragiche sentenze, sospiri ingozzati. Bisbigli perduti. «Ma perché dovrebbe importarti, in fondo?» Ok. Lo so cosa pensa. Non mi importa più di nessuno, nemmeno del vuoto che gli ho causato dentro mandando via quella ragazza. Solo io, qui dentro, so autogestirmi e gestire gli altri contemporaneamente? «”Permetterà”? Da quando ho bisogno del permesso di qualcuno per fare qualcosa, per cantare? Troveremo un altro manager. Vaffanculo a Jost e alla sua troupe di merda. Merda Tom.» «Fanculo a Jost? Sappi che io, Georg e Gustav siamo costretti a baciargli i piedi, in questo momento, per farci dare questa opportunità.» «Che cazzo vuoi dire?» La mia voce è alterata, lo sono io. Tutto il sangue al cervello. Tutti i pensieri in confusione si avviano alla bocca. «Vuol dire che non ci sono altri manager, Bill.» «Oh, oh certo. Aspetta, fammi indovinare… “Bill affrontiamo la realtà: sei cieco e nessuno ti vuole.” Bhe VAFFANCULO Tom. Mi avevi promesso che ce l’avrei fatta e ora sono rinsavito e so che, cazzo, io posso fare qualsiasi cosa.» Si, Bill. Puoi fare qualsiasi cosa. Puoi cantare anche se non hai voce, puoi esibirti anche se hai l’angoscia che ti spacca la faccia in due. Bill Kaulitz può fare tutto e il contrario di tutto. L’ha sempre dimostrato. Non smetterò ora. «Domani hai la prima seduta. Ecco, ora sai tutto e il mio compito si limitava a questo, visto che da me non ti fai nemmeno più sfiorare. Vedi cosa fare. Parlare per un’ora o tacere per sempre.» Se mi avesse dato un colpo d’ascia sullo sterno mi avrebbe fatto sicuramente meno male. «Lo farò.» sibilo, prima di sprofondare sotto coperte e cuscini. «Notte, Bill.» Notte eterna.
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martedì, 20 gennaio 2009 alle 19:58
Capitolo 4 I wont talk anymore Ascoltare: una piacevole condanna. Diventato cieco, è come se fossi rimasto anche muto. Se perdi l’uso della voce, nessuno può impedirti di vedere o di ascoltare, ma quando il tuo unico problema è che non vedi, ti resta quell’unico briciolo di autonomia e di libero arbitrio per quanto riguarda la tua facoltà di parlare. Io non voglio parlare. Io voglio tornare a vedere. Vedere le guance rosse di mio fratello mentre mi insapona e strofina schiena e gambe. Vedere il mio esile corpo rabbrividire nel tepore dell’acqua. Vedere scritte sulla lavagnetta in cucina le date di quei concerti nei quali non sarò mai più in grado di esibirmi. Invece brancolo nel buio e mi sento cadere non appena i miei piedi toccano terra e i polpacci troppo magri si ritrovano a sorreggere senza punti di riferimento quest’ammasso di inutile spreco di carne. «Ecco, sei pulito ora.» Tom mi spazzola i capelli con premura, mentre stringo convulsamente un asciugamano attorno alla vita, sperando di potermi aggrappare ad esso per sempre o mai più. È bello essere spazzolati, bello contro ogni aspettativa: ho sempre detestato lasciar curare i miei capelli agli altri, con quello che mi è costato farli arrivare ad essere ciò che sono ora. «Bill mi spaventi se non parli mai… Sono passate quante settimane dall’incidente in piscina? Tre, quattro? È quasi un mese che non apri bocca… ho paura Bill…» La cameriera non ha detto nulla sul nostro incontro, sulla nostra chiacchierata. La prima cosa buona che fa. Tom mi solleva e poi mi posa sul letto, quattro metri e trenta centimetri più in là. Dettagli che non mi sfuggono più. Anche io ho paura, Tom. Anche io. Non sai quanta. E se tornassi ad essere quello di prima, ti piacerei lo stesso? Quello di prima ma senza vista. Quello di prima ma che non può cantare su un palcoscenico. Quello di prima svuotato di tutto ciò che è sempre stato. Bill prima era perfetto. Adesso cosa sono? Dimmelo, Tom. Cosa è rimasto del vecchio Bill? Un corpo vuoto. «Bill, un giorno tornerai a cantare. Quel giorno capirai che niente è finito a meno che non lo voglia tu.» Fino ad allora voglio semplicemente spegnermi, ed aspettare in silenzio. … Il solito prato, la solita voce. Ma questa volta siamo seduti a terra, lei respira con lentezza, accoccolata tra le mie gambe, il suo alito sa di caramelle e fragola. «Devi imparare a vedere, Bill.» «Ma non posso, sono cieco.» Già, sono cieco, non potrò mai più vedere nulla. Sfioro i suoi capelli, sono tagliati in un perfetto caschetto, un taglio alla francese. Provo ad immaginarne il colore, li visualizzo biondi, morbidi, lisci. «Tu non sei cieco.» «Si, si che lo sono. Non posso vederti, non posso nemmeno vedere dove ci troviamo.» «Allora credo tu sia stato cieco tutta la vita.» Ora si è voltata, il suo viso è poco distante dal mio, lo posso sentire. Il profumo è molto intenso. «No, ti sbagli. Prima dell’incidente ci vedevo benissimo.» Produce un suono cristallino, un riso che non ha niente a che vedere con lo scherno o la gioia. Una sottile risata di pietà. «Ne sei davvero convinto?» … Mi sveglio di soprassalto. Grazie per avermi risparmiato la risposta. Che assurdità… io ho sempre visto benissimo, non ho nemmeno mai portato gli occhiali. Mi passo una mano sulla fronte, raccogliendo l’usuale velo di sudore freddo che vi si deposita alla fine di ogni sogno in cui compare lei. Lei che è l’unica al mondo che riesca a fare chiarezza sul mio dolore, l’unica al mondo a non esistere affatto, se non nei miei incubi. «Tom! TOM!» Passi affrettati lungo il corridoio, un corpo che entra dalla porta della mia stanza e si blocca all’improvviso. «Non sei mio fratello, i suoi passi hanno un suono diverso… dov’è Tom?» «Sta dormendo, suppongo. Hai bisogno di qualcosa?» «No. No no vai via. Posso fare da solo.» La ragazza esce, titubante. Attendo esattamente centotrentacinque ticchettii dell’orologio a muro, prima di mettermi a sedere sul materasso. Cerco a tentoni le ciabatte e le infilo con precisione, così da non perderle dove so di non poterle ritrovare. Cammino lungo il corridoio, al di là della mia stanza. Conto mentalmente i passi: la porta di Tom è la terza a destra. Tom ha lottato con lo staff per avere una suite accanto alla mia, diceva che non gli importava, che sarebbe stato bene anche in un ripostiglio, oppure sul pavimento della mia stanza, pur di starmi accanto. Minacciava di cambiare hotel se non lo avessero accontentato. Poi sono stato io a dire che non avevo bisogno di averlo accanto: ce la faccio da solo. «Tom…» busso alla porta. Nessuno risponde. Sfioro con l’indice il cartellino appeso alla maniglia, stampigliato c’è il numero della sua stanza. Dovrebbe essere dentro, quindi. «Tom…» Magari dorme. L’idea mi suona strana: mio fratello che dorme. Ultimamente lo vivo come se fosse un supereroe, l’uomo bionico che non dorme, non mangia e non va in bagno. Ma Tom non è un supereroe. Sono sempre stato io quello perfetto, la metà “esatta” del nostro unico essere gemelli. «Tom… Tom ma ci sei? Uso il tuo bagno… nel mio ho paura… quel fottuto scalino mi fa sempre paura…» biascico, certo che lui non possa sentirmi. Tengo entrambe le mani appoggiate ad una parete ruvida, striscio contro il muro fino ad incontrare uno stipite liscio e freddo, di metallo. Sento un fruscio provenire dal letto, Tom sibila, intimando di fare silenzio. «Cazzo, scusa… non volevo svegliarti.» mormoro, ma mio fratello non si rivolge affatto a me. Mi blocco e balbetto: «Non sei solo, vero?» «Non preoccuparti… aspetta, ti accompagno in bagno.» Cazzo. «Cazzo… no no me ne vado, scusa, non volevo…» «Tranquillo Bill, no mi dai affatto fastidio! Dai vieni…» Prova a prendermi per un braccio, ma dopo appena un metro io lo strattono dall’altra parte. «NO! Io vado… vi… vi lascio soli… scusa, scusate ancora.» Faccio per tornare indietro, ma preso dalla foga inciampo nei miei stessi piedi, atterrando a pancia a terra sulla moquette. Impreco, stringendo i denti: sento la caviglia destra pulsare in modo orribile. «Bill!» Tom atterra accanto a me, sulle ginocchia, prendendomi subito per le ascelle e cercando disperatamente di tirarmi su. Oppongo resistenza solo per qualche secondo, poi mi lascio mettere a sedere. «Ahi… fa male…» «Perché sei così testardo? Mhn?» mi passa un dito lungo la guancia, disegnandone il profilo. Sento una sua mano grande e calda posarsi sul piede dolorante e iniziare a massaggiarlo con energia. «Tom, merda! Qualche mese fa se ti avessi interrotto mentre scopavi mi avresti preso a calci e poi mi avresti sbattuto la porta in faccia… non devi modificare le tue abitudini solo perché…» «Solo perché non ci vedi più? Solo perché stai male? Solo perché hai bisogno di aiuto? Bill… ma ti rendi conto di quello che dici? Coglione sei mio fratello… credi che un paio di tette e una figa contino più di te?» La porta della camera sbatte, mentre un “vaffanculo, stronzo” vola attraverso la parete, fino a noi. Credo che “il paio di tette e la figa” in questione non abbiano gradito il commento di mio fratello. «Mi sa che stasera vai in bianco…» bisbiglio, strappandogli una risatina della sue. «Zitto scemo… ma tu non dovevi andare a cagare?» «Ah. Ah. Ah.» «Dai, vieni.» Mi solleva, mettendomi un braccio dietro la schiena e sospingendomi lentamente verso la nostra destra, fino alla tazza del gabinetto. «Tom…» «Ce c’è?» «Stai qua a guardarmi?» «No idiota, mi tolgo il preservativo, visto che grazie a te stasera dovrò fare da solo.» Sorrido, come se anche lui fosse cieco e non potesse vedermi Non so perché, ma mi piace l’idea che uno di noi sorrida senza che l’altro possa vederlo, perché non è necessario vedersi. Senza lui non so come farei. È il fratello migliore che potesse capitarmi. … Mi sveglio tra le coperte di un letto identico al mio, ma che ha un odore totalmente differente. Immergo il viso nel cuscino ed annuso. Sa di Tom e di un altro profumo. Chanel e cannella? Mi sollevo a fatica sugli avambracci, sommerso da una vaporosa coperta. «Mmmn» «Mmmn?» «Mmmn.» «Mmmn Bill cazzo stavo dormendo!» «Vaffanculo, chi ti ha detto di alzarti scusa? Ho solo mugugnato!» «Taci, torna a dormire.» «Tom perché sono nel tuo letto?» «Cos’è? Ti preoccupi? Non comincerai a credere a quelle psicocazzate sul twincest? Dai, girati e dormi.» ridiamo insieme. «Tom…» «Eh?» «Cos’è questo profumo?» «Ahn, si sente ancora? Bho… quella ragazza ha un profumo strano.» «Quale rag… ahhh ho capito. Scusa per ieri sera!» «Nessun problema… era solo la ragazza del pranzo. Quella ce l’ho sempre sottomano, posso sempre riprovarci.» Tom fa una risatina beffarda delle sue. Io sto in silenzio. Improvvisamente, non riesco più a muovere nulla. Sento così male che nemmeno il buio mi ha mai spaventato così tanto. «To..tom…» ansimo, stringendo la mano destra al petto. «Tom…» un verso strozzato, lo stesso che produrrei che avessi la gola occupata da una grossa spugna. Le mie dita si contorcono, come in preda alle convulsioni. Comincio a strapparmi di dosso la maglia del pigiama ma, quando finalmente sono riuscito a toglierla, non riesco più a fermarmi: inizio a graffiarmi il petto. Non riesco a respirare. Sento la pelle stretta addosso. Mi stringe. Non riesco a respirare. Aiutami Tom! Aiutami…
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venerdì, 09 gennaio 2009 alle 13:16
Capitolo 3
To Feel
C’è tanto sole stamattina. Sento l’acqua clorata della piscina luccicare.
Sento persino il cappellino scorrere sui rasta di Tom, per poi finire a terra.
È già il terzo giorno di vacanza obbligata, ma per me è come se fosse il primo, come tutti quelli che verranno… voglio tornare a cantare, voglio il mio pubblico.
Voglio tornare a vincere.
«Vieni, prendi la mia mano.» la voce di Tom, il suo tocco. Non so come farei senza di lui.
«Ma non posso… David ha detto che devo stare lontano dalle situazioni in cui… com’è che ha detto?... in cui uno come me si potrebbe trovare in pericolo… o un cosa simile. Uno come me.»
«Bill, non mi interessa quello che dice lui… fidati di me. Ci sarò io con te…»
Prendo la sua mano con forza, la stringo nella mia, mi aiuta ad alzarmi.
Sono infermo sulle gambe per via della mia altezza, mi hanno spiegato, poiché senza la percezione di ciò che mi circonda tendo a tenere il busto teso in avanti di quei pochi centimetri che bastano a destabilizzarmi.
Mi aggrappo a mio fratello e questo basta a neutralizzare tutte queste teorie da gran dottori. Li odio.
Il pavimento piastrellato è caldo, bagnato qua e là.
L’aria è calda.
Sento il respiro di Tom, Georg che canticchia pochi metri più in là, un paio di uccellini che litigano.
Il pavimento si fa più bagnato ancora e Tom mi ferma.
«Lasciati andare, ora ti prendo in braccio e ti poso nell’acqua, qui si tocca… ok?»
«Ma… poi vieni anche tu con me?»
«Certo! Puoi stare tranquillo…»
Faccio come mi dice: allaccio le braccia attorno al suo collo e le gambe attorno alla sua vita mentre lui mi sorregge con un braccio.
Ogni suo muscolo è teso, persino quelli del collo… e pensare che io non so nemmeno di averli i muscoli del collo!
Con il braccio libero suppongo stia appoggiandosi alla ringhiera, invece si abbassa con tutto il corpo verso il bordo della piscina. È quasi inginocchiato a terra, sorregge il mio peso e il suo solo con il braccio sinistro.
Mi sussurra di lasciarmi scivolare lungo il suo corpo fino all’acqua e che non mi lascerà finché non gli dirò di aver toccato il fondo con i piedi.
Ma io ho paura.
Deglutisco e provo a fare quello che mi dice.
Sento la punta del piede sfiorare l’acqua fresca. Mi ritraggo di qualche centimetro e mi stringo di più a Tom.
«Dai, ci sei quasi! Non è bella l’acqua?»
Si, è perfetta… posso farcela!
Torno a provarci. Ci sono quasi. Sento Tom ansimare per lo sforzo.
«Tom, sei sicuro che sia una buona idea?» domanda Gustav.
No. No ha ragione, pessima idea, pessima idea.
Preso dall’ansia provo a issarmi nell’abbraccio di Tom, ma ovviamente lui non ce la fa a tirarmi nuovamente su. Mi lascia.
L’acqua è fresca, anche troppo sulla testa che è stata esposta al sole così tanto, un po’ mi entra nel naso e brucia.
Mi muovo per risalire in superficie. Poi ci ripenso.
È questo che cercavo.
Starò qua sotto fino a che non sarò costretto a respirare l’acqua che riempirà i miei polmoni.
Un corpo contro il mio, le sue braccia tornate forti. Oppongo resistenza per quasi un minuto, poi non ce la faccio più.
Mi porta via dal mio sogno proibito, dalla fine. La merito quella fine! La merito perché ci ho almeno provato, ma non riesco… non riesco…
«Bill…» Tom trema, mi accarezza il viso e mi mette a sedere ma io mi lascio cadere steso a terra.
«Mi hai lasciato…»
«Bill è tutto a posto. Ora ti porto dentro e ti lavo.»
«Mi hai lasciato!»
Georg prova a dirmi di non fare così, che è stato un incidente. Ma io non ce l’ho con Tom…
Sento mio fratello piangere, credo si senta in colpa oppure è solo dispiaciuto del mio comportamento…
«L’avevo detto che era un pessima idea.» bisbiglia Gustav, prendendomi in braccio e portandomi in camera.
Sento Tom piangere, inginocchiato.
Sento tante cose, ma nessuna mi piace.
…
Sento profumo di caffè e qualcuno chiude la porta con delicatezza mentre il silenzio viene interrotto solo dal tintinnio di bicchieri, o tazzine.
Liscio ossessivamente la fodera del letto con il palmo della mano e quel qualcuno che è appena entrato provoca una leggera flessione del materasso sedendosi accanto al mio corpo disteso.
«Va meglio?»
La voce di Tom mi fa bruciare gli occhi: sono seriamente dispiaciuto per come ho reagito in piscina ma non ho il coraggio di dirglielo.
«Non fa niente… non serve che rispondi se non vuoi… volevo solo chiederti scusa per… per averti forzato… non… non avrei dovuto…»
Si gratta fugacemente la nuca e poi prosegue con voce leggermente tremante: «Ti ho fatto un caffè forte, come piace a te.»
«Grazie Tom…» mi metto a sedere non senza fatica e porgo una mano verso il punto in cui credo esserci mio fratello. Lui la prende nella sua e vi posa una tazzina sussurrandomi di stare attento perché è calda.
Intenerito da questo gesto, trovo il coraggio di parlargli, dimenticandomi completamente del caffè.
Voglio solo che tutto sia normale, che io possa parlare con mio fratello di ragazze, di musica, di noi… come prima… di…
«Non so se ce la faccio.»
«Perché dici così? Tu ce la fai, Bill. Ti conosco da quando sei nato, so che sei forte. E poi non sei solo. Ci sono io, cazzo, non ti ho mai abbandonato. Non ho intenzione di cominciare ora…»
«Tom…»
«Dimmi fratellino.»
«Tom… vorrei fare una doccia…» lo ammetto non senza uno strano imbarazzo nei confronti della persona che mi ha visto nudo per primo nella mia vita «…non so se ce la faccio da solo.»
Non posso vederlo, ma posso immaginarlo mentre trattiene il respiro e annuisce piano, per poi accorgersi che non posso averlo visto e, dunque, sussurrare un “Si, certo.” Che vorrebbe suonare rassicurante.
Un movimento nervoso, attimi di imbarazzo.
Tradito dalla voce, Tom.
«Certo. Aggrappati con le braccia al mio collo, ti porto in bagno.»
Con molta, forse troppa, delicatezza, mi solleva dal letto e mi porta verso il box doccia.
Con tutta la forza che ho, allaccio le braccia al suo collo ed attendo un qualsiasi segno di stanchezza da parte sua. Non ce n’è.
«Tom… solo oggi, poi ti prometto che sarò in grado di fare tutto… da solo…»
«Lo so Bill. Vedrai, è solo una cosa temporanea: starai molto meglio domani.»
…
Domani è già arrivato, eppure non mi sembra di stare meglio.
Sono le mie peggiori paure, i miei fantasmi sotto al letto.
Il buio è in ogni mio testo, in ogni nota c’è la paura dell’assenza di luce, di un qualcosa che mi cattura, che mi mangia mentre ancora respiro.
Ed ora mi ha preso, alla fine.
Il buio ce l’ha fatta.
Socchiudo gli occhi, anche se sono già chiusi. Immagino di essere sopra al mio amato palco, in mezzo alle luci, alle macchine fotografiche e alle urla cariche di tensione e sudore.
In mezzo ai miei amici e alla mia musica.
Durch Den Monsun.
La prima volta suonatala in tour e la prima volta sentitala cantare in coro da migliaia di persone, il brivido che mi percorre la schiena e si perde chissà dove tra i capelli ingellati e la lingua che si paralizza dalla felicità.
Sembra tutto così lontano.
Tutto così cambiato.
Com’è successo? Quand’è successo?
«Non dipende dal fatto che tu abbia perso la vista, Bill.»
Sollevo la testa ancora umida dal cuscino, non permetto a nessuno di asciugarmi i capelli, ma non ho il coraggio di ammettere che da solo non ci riesco.
La ragazza che ha parlato si siede ai piedi del letto, la sento passarsi una mano tra i capelli e sospirare.
Non riuscirà a farmi parlare, è fuori discussione.
«Sai che è un bel po’ che ascolto i tuoi amici parlare di concerti che non farete e cose così? Fossi in te mi porrei delle domande.»
Alla parola “concerti” mi viene un vuoto nel petto di soli pochi secondi.
«Oh… Tom mi aveva detto che non parlavi. Credevo lo facessi solo con me, d’altra parte dire grazie quando una persona ti porta da mangiare era fuori moda ancora da prima che ti capitasse l’incidente, no? Comunque ti sto parlando da amica, Bill, non dipende dalla cecità. Dipende da te. E se non hai abbastanza coglioni da affrontare questa situazione ti capisco, ma pensaci bene prima di buttare nel cesso tutta la tua vita e la tua passione.»
Il suo orologio produce un microscopico ticchettio.
Mi sale l’ansia su per la gola, comincio a non capire più nulla, eppure tutto si fa un po’ più chiaro.
«Hai detto… passione?» le corde vocali vibrano e si tendono, mi sembra quasi che si vogliano spezzare da tanto grande è lo sforzo di tornare ad utilizzarle dopo tutto questo tempo.
«Si. Parlare di “carriera” mi sembrava un po’ riduttivo… anche se…»
Anche se negli ultimi tempi era così.
«Ora vado, Bill. È stato bello sentirti parlare di nuovo… ti lascio il pranzo sul comodino?»
«No… no non ho fame…»
Lei muove qualche passo sul parquet, verso la porta.
Sento una parola arrampicarsi fino alla lingua per poi uscire con prepotenza, attraverso i denti, in un suono che sembra un sibilo.
«Grazie.»
Lei non risponde, è già uscita.
…
Tom viene a trovarmi nella stanza sempre meno spesso durante la giornata.
Lui dice che è perché gli fa male vedermi anche muto, perché si sente in colpa se ho paura di fare qualsiasi cosa.
La realtà, però, nella mia mente appare diversa: Tom va a delle riunioni con i managers, con
Tom, Georg e Gustav stanno trattando.
E ho davvero paura che sia per la fine di tutto ciò per cui ho lavorato così a lungo, donandomi anima e corpo ai fans e alle interviste.
La ragazza del pranzo non mi parla.
Cioè, non mi rivolge la parola quando entra a portarmi il cibo.
Io non oso parlarle per primo, non vorrei che percepisse che non sono più il Bill di prima, che sono a suo stesso livello.
Io sono sempre il capo qui, loro non sono nessuno.
Nessuno.
« by RedSam ~ commenti (3) °
sabato, 27 dicembre 2008 alle 23:02
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Benvenuto/a nel Blog di RedSam! Qui posto regolarmente le mie fanfiction riguardanti i Tokio Hotel.
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