
Capitolo 3
To Feel
C’è tanto sole stamattina. Sento l’acqua clorata della piscina luccicare.
Sento persino il cappellino scorrere sui rasta di Tom, per poi finire a terra.
È già il terzo giorno di vacanza obbligata, ma per me è come se fosse il primo, come tutti quelli che verranno… voglio tornare a cantare, voglio il mio pubblico.
Voglio tornare a vincere.
«Vieni, prendi la mia mano.» la voce di Tom, il suo tocco. Non so come farei senza di lui.
«Ma non posso… David ha detto che devo stare lontano dalle situazioni in cui… com’è che ha detto?... in cui uno come me si potrebbe trovare in pericolo… o un cosa simile. Uno come me.»
«Bill, non mi interessa quello che dice lui… fidati di me. Ci sarò io con te…»
Prendo la sua mano con forza, la stringo nella mia, mi aiuta ad alzarmi.
Sono infermo sulle gambe per via della mia altezza, mi hanno spiegato, poiché senza la percezione di ciò che mi circonda tendo a tenere il busto teso in avanti di quei pochi centimetri che bastano a destabilizzarmi.
Mi aggrappo a mio fratello e questo basta a neutralizzare tutte queste teorie da gran dottori. Li odio.
Il pavimento piastrellato è caldo, bagnato qua e là.
L’aria è calda.
Sento il respiro di Tom, Georg che canticchia pochi metri più in là, un paio di uccellini che litigano.
Il pavimento si fa più bagnato ancora e Tom mi ferma.
«Lasciati andare, ora ti prendo in braccio e ti poso nell’acqua, qui si tocca… ok?»
«Ma… poi vieni anche tu con me?»
«Certo! Puoi stare tranquillo…»
Faccio come mi dice: allaccio le braccia attorno al suo collo e le gambe attorno alla sua vita mentre lui mi sorregge con un braccio.
Ogni suo muscolo è teso, persino quelli del collo… e pensare che io non so nemmeno di averli i muscoli del collo!
Con il braccio libero suppongo stia appoggiandosi alla ringhiera, invece si abbassa con tutto il corpo verso il bordo della piscina. È quasi inginocchiato a terra, sorregge il mio peso e il suo solo con il braccio sinistro.
Mi sussurra di lasciarmi scivolare lungo il suo corpo fino all’acqua e che non mi lascerà finché non gli dirò di aver toccato il fondo con i piedi.
Ma io ho paura.
Deglutisco e provo a fare quello che mi dice.
Sento la punta del piede sfiorare l’acqua fresca. Mi ritraggo di qualche centimetro e mi stringo di più a Tom.
«Dai, ci sei quasi! Non è bella l’acqua?»
Si, è perfetta… posso farcela!
Torno a provarci. Ci sono quasi. Sento Tom ansimare per lo sforzo.
«Tom, sei sicuro che sia una buona idea?» domanda Gustav.
No. No ha ragione, pessima idea, pessima idea.
Preso dall’ansia provo a issarmi nell’abbraccio di Tom, ma ovviamente lui non ce la fa a tirarmi nuovamente su. Mi lascia.
L’acqua è fresca, anche troppo sulla testa che è stata esposta al sole così tanto, un po’ mi entra nel naso e brucia.
Mi muovo per risalire in superficie. Poi ci ripenso.
È questo che cercavo.
Starò qua sotto fino a che non sarò costretto a respirare l’acqua che riempirà i miei polmoni.
Un corpo contro il mio, le sue braccia tornate forti. Oppongo resistenza per quasi un minuto, poi non ce la faccio più.
Mi porta via dal mio sogno proibito, dalla fine. La merito quella fine! La merito perché ci ho almeno provato, ma non riesco… non riesco…
«Bill…» Tom trema, mi accarezza il viso e mi mette a sedere ma io mi lascio cadere steso a terra.
«Mi hai lasciato…»
«Bill è tutto a posto. Ora ti porto dentro e ti lavo.»
«Mi hai lasciato!»
Georg prova a dirmi di non fare così, che è stato un incidente. Ma io non ce l’ho con Tom…
Sento mio fratello piangere, credo si senta in colpa oppure è solo dispiaciuto del mio comportamento…
«L’avevo detto che era un pessima idea.» bisbiglia Gustav, prendendomi in braccio e portandomi in camera.
Sento Tom piangere, inginocchiato.
Sento tante cose, ma nessuna mi piace.
…
Sento profumo di caffè e qualcuno chiude la porta con delicatezza mentre il silenzio viene interrotto solo dal tintinnio di bicchieri, o tazzine.
Liscio ossessivamente la fodera del letto con il palmo della mano e quel qualcuno che è appena entrato provoca una leggera flessione del materasso sedendosi accanto al mio corpo disteso.
«Va meglio?»
La voce di Tom mi fa bruciare gli occhi: sono seriamente dispiaciuto per come ho reagito in piscina ma non ho il coraggio di dirglielo.
«Non fa niente… non serve che rispondi se non vuoi… volevo solo chiederti scusa per… per averti forzato… non… non avrei dovuto…»
Si gratta fugacemente la nuca e poi prosegue con voce leggermente tremante: «Ti ho fatto un caffè forte, come piace a te.»
«Grazie Tom…» mi metto a sedere non senza fatica e porgo una mano verso il punto in cui credo esserci mio fratello. Lui la prende nella sua e vi posa una tazzina sussurrandomi di stare attento perché è calda.
Intenerito da questo gesto, trovo il coraggio di parlargli, dimenticandomi completamente del caffè.
Voglio solo che tutto sia normale, che io possa parlare con mio fratello di ragazze, di musica, di noi… come prima… di…
«Non so se ce la faccio.»
«Perché dici così? Tu ce la fai, Bill. Ti conosco da quando sei nato, so che sei forte. E poi non sei solo. Ci sono io, cazzo, non ti ho mai abbandonato. Non ho intenzione di cominciare ora…»
«Tom…»
«Dimmi fratellino.»
«Tom… vorrei fare una doccia…» lo ammetto non senza uno strano imbarazzo nei confronti della persona che mi ha visto nudo per primo nella mia vita «…non so se ce la faccio da solo.»
Non posso vederlo, ma posso immaginarlo mentre trattiene il respiro e annuisce piano, per poi accorgersi che non posso averlo visto e, dunque, sussurrare un “Si, certo.” Che vorrebbe suonare rassicurante.
Un movimento nervoso, attimi di imbarazzo.
Tradito dalla voce, Tom.
«Certo. Aggrappati con le braccia al mio collo, ti porto in bagno.»
Con molta, forse troppa, delicatezza, mi solleva dal letto e mi porta verso il box doccia.
Con tutta la forza che ho, allaccio le braccia al suo collo ed attendo un qualsiasi segno di stanchezza da parte sua. Non ce n’è.
«Tom… solo oggi, poi ti prometto che sarò in grado di fare tutto… da solo…»
«Lo so Bill. Vedrai, è solo una cosa temporanea: starai molto meglio domani.»
…
Domani è già arrivato, eppure non mi sembra di stare meglio.
Sono le mie peggiori paure, i miei fantasmi sotto al letto.
Il buio è in ogni mio testo, in ogni nota c’è la paura dell’assenza di luce, di un qualcosa che mi cattura, che mi mangia mentre ancora respiro.
Ed ora mi ha preso, alla fine.
Il buio ce l’ha fatta.
Socchiudo gli occhi, anche se sono già chiusi. Immagino di essere sopra al mio amato palco, in mezzo alle luci, alle macchine fotografiche e alle urla cariche di tensione e sudore.
In mezzo ai miei amici e alla mia musica.
Durch Den Monsun.
La prima volta suonatala in tour e la prima volta sentitala cantare in coro da migliaia di persone, il brivido che mi percorre la schiena e si perde chissà dove tra i capelli ingellati e la lingua che si paralizza dalla felicità.
Sembra tutto così lontano.
Tutto così cambiato.
Com’è successo? Quand’è successo?
«Non dipende dal fatto che tu abbia perso la vista, Bill.»
Sollevo la testa ancora umida dal cuscino, non permetto a nessuno di asciugarmi i capelli, ma non ho il coraggio di ammettere che da solo non ci riesco.
La ragazza che ha parlato si siede ai piedi del letto, la sento passarsi una mano tra i capelli e sospirare.
Non riuscirà a farmi parlare, è fuori discussione.
«Sai che è un bel po’ che ascolto i tuoi amici parlare di concerti che non farete e cose così? Fossi in te mi porrei delle domande.»
Alla parola “concerti” mi viene un vuoto nel petto di soli pochi secondi.
«Oh… Tom mi aveva detto che non parlavi. Credevo lo facessi solo con me, d’altra parte dire grazie quando una persona ti porta da mangiare era fuori moda ancora da prima che ti capitasse l’incidente, no? Comunque ti sto parlando da amica, Bill, non dipende dalla cecità. Dipende da te. E se non hai abbastanza coglioni da affrontare questa situazione ti capisco, ma pensaci bene prima di buttare nel cesso tutta la tua vita e la tua passione.»
Il suo orologio produce un microscopico ticchettio.
Mi sale l’ansia su per la gola, comincio a non capire più nulla, eppure tutto si fa un po’ più chiaro.
«Hai detto… passione?» le corde vocali vibrano e si tendono, mi sembra quasi che si vogliano spezzare da tanto grande è lo sforzo di tornare ad utilizzarle dopo tutto questo tempo.
«Si. Parlare di “carriera” mi sembrava un po’ riduttivo… anche se…»
Anche se negli ultimi tempi era così.
«Ora vado, Bill. È stato bello sentirti parlare di nuovo… ti lascio il pranzo sul comodino?»
«No… no non ho fame…»
Lei muove qualche passo sul parquet, verso la porta.
Sento una parola arrampicarsi fino alla lingua per poi uscire con prepotenza, attraverso i denti, in un suono che sembra un sibilo.
«Grazie.»
Lei non risponde, è già uscita.
…
Tom viene a trovarmi nella stanza sempre meno spesso durante la giornata.
Lui dice che è perché gli fa male vedermi anche muto, perché si sente in colpa se ho paura di fare qualsiasi cosa.
La realtà, però, nella mia mente appare diversa: Tom va a delle riunioni con i managers, con
Tom, Georg e Gustav stanno trattando.
E ho davvero paura che sia per la fine di tutto ciò per cui ho lavorato così a lungo, donandomi anima e corpo ai fans e alle interviste.
La ragazza del pranzo non mi parla.
Cioè, non mi rivolge la parola quando entra a portarmi il cibo.
Io non oso parlarle per primo, non vorrei che percepisse che non sono più il Bill di prima, che sono a suo stesso livello.
Io sono sempre il capo qui, loro non sono nessuno.
Nessuno.
« by RedSam ~ commenti (3) °
sabato, 27 dicembre 2008 alle 23:02
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Benvenuto/a nel Blog di RedSam! Qui posto regolarmente le mie fanfiction riguardanti i Tokio Hotel.
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