Puppetmastaz Crew - Capitolo II


Capitolo II

La famiglia ha sempre ragione.

 

Dormii come un sasso fino al giorno seguente, infatti venni svegliato circa alle sette e mezza di sera da Bill, che armeggiava rumorosamente con quel suo fottutissimo asciugacapelli.

Avevo un gran mal di testa, cosa del tutto prevedibile vista la baldoria a casa di Georg: alzarmi fu una vera tragedia, con tanto di sonori mugugni ed imprecazioni tra le più svariate e fantasiose.

A causa del marasma di neuroni morti a causa di fumo ed alcol che invadeva la mia testa, sul momento non ricordai ciò che avevo combinato la sera precedente. Fu l’espressione intristita sul volto di mio fratello a farmi tornare la memoria.

Era in bagno, nudo fatta eccezione per un asciugamano bianco legato attorno ai fianchi: quando feci la mia comparsa nella stanzetta, illuminata dalle ultime luci del sole morente, lui mi lanciò uno sguardo di silenzioso risentimento tramite la propria immagine riflessa nello specchio a muro.

La mia espressione, al contrario, immagino dovette apparire abbastanza contrita, infatti lui sibilò un “non mi guardare in quel modo, non sono mica morto solo perché tu non c’eri” molto acido, mentre io mi sforzavo in ogni modo di atteggiarmi da dispiaciuto-ma-non-sottomesso.

La recitazione non faceva parte dei miei talenti, pensai, poco ma sicuro.

Arresomi, scossi le spalle, mi grattai il petto sfregandovi una mano e mi affiancai a lui per sciacquarmi il viso nel lavabo.

Il silenzio era abbastanza pesante, ma mai orribile quanto le mie occhiaie.

Scoprii i denti, dedicando un sorriso distorto a ciò che ero. Uno sballato.

Armeggiando con sapone, dentifricio e lozioni, lasciavo di tanto in tanto che la coda dell’occhio andasse a sfiorare i nostri corpi nello specchio.

Eravamo molto diversi per essere gemelli, o, per lo meno, lo eravamo a petto nudo: per quanto magro, io presentavo già accenni ad un fisico appropriato ad un diciassettenne, mentre Bill aveva ancora il torace di un bambino, bianco e secco. Sarebbe stato abbastanza semplice contarvi le costole. Nessuno avrebbe mai detto che eravamo gemelli, se non fosse stato per i capelli: portavamo entrambi i dreadlocks, io biondi e lui scuri.

Avrei voluto, lì per lì, intavolare una sorta di discussione costruttiva tra fratelli, giusto lo stretto necessario a far cessare quell’angosciante guerra fredda, ma non ne avevo il tempo, non ora che sapevo di dovermi preparare al contest. Mancavano solo due giorni, in fondo.

Riordinai mentalmente le cose da fare. Ce n’erano molte, ma le principali erano due: per prima cosa dovevo recuperare, in qualche modo, il denaro da versare per la partecipazione alla battle e, come seconda cosa, dovevo evitare di farmi arrestare, almeno fino a sabato. Sfortunatamente, pensai, il primo compito rischiava seriamente di compromettere di molto il secondo. Ironia della sorte.

Lasciai Bill in bagno a truccarsi, una sua abitudine che odiavo, scartando definitivamente la possibilità di annunciargli il mio ennesimo successo nella scalata sociale. Non mi avrebbe capito e mi avrebbe comunque odiato per non aver passato assieme a lui il nostro compleanno, come gli avevo invece promesso di fare.

Mein Block, mein Block, mein Block

Mi voltai di scatto verso il comodino. Il ronzio della vibrazione si mischiava insistentemente alla suoneria del mio cellulare, mentre il display si era illuminato di azzurro.

Risposi quasi immediatamente, senza dire nulla.

«Tra mezz’ora, angolo est della Fernstaße.»

«Arrivo.» chiusi la chiamata ed infilai l’apparecchio in tasca, insieme alle cartine, all’accendino e a qualche moneta da due euro. Già che c’ero, estrassi una sigaretta dal pacchetto ormai quasi vuoto.

La rigirai qualche istante tra le dita, osservando in totale silenzio la porta chiusa del bagno.

Mi venne la nausea.

 

- A volte ancora oggi mi soffermo a guardare quella porta, come se il legno macchiato potesse in qualche modo riportarmi indietro nel tempo più di quanto non facciano queste mie parole. Vorrei potesse darmi l’occasione di cambiarle cose, ma di cambiarle prima degli errori. -

 

Poggiai la sigaretta sul comodino, con l’intenzione di tornare a fumarla in seguito.

Mentre scendevo le scale a balzi di quattro gradini per volta, venni sorpreso dal pensiero di ciò che davvero avevo per le mani: un’occasione molto buona.

Avevo la possibilità concreta di diventare il primo minorenne della storia a partecipare al RockTheBeat e a vincerlo. Sapevo di essere tra i migliori in assoluto e, a quanto pareva, lo sapevano molto bene anche i big della mia crew.

Sorrisi. Avevo l’occasione di prendermi gloria e denaro in un solo colpo.

Parlando di denaro: anche il Joker, qualche minuto più tardi, nascondeva moltissimo denaro nella tasca interna della propria giacca. Certo, non si trattava di vile denaro liquido, era un qualcosa di molto superiore e molto più pericoloso, quel genere di merce che non mi avrebbero mai permesso di trattare a un pesce relativamente piccolo come me.

Non ancora, per lo meno.

«Bella Uncle Tom!»

Ci trovavamo all’angolo est della Fernstaße, luogo di ritrovo occasionale. Non potevamo stabilirci troppo a lungo nella stessa zona, ovviamente, o avremmo scatenato forti sospetti contro tutti noi anziché contro solo alcuni.

Avevamo imparato a suon di perquisizioni e segnalazioni ad essere prudenti, discreti e a diffidare di qualsiasi cosa: anche i cespugli avevano le orecchie in un posto piccolo come Loitsche.

Mi toccai il cappellino con due dita, nel mio solito gesto di saluto «Bella!» accennai, passando rapidamente in rassegna i presenti.

C’erano più o meno tutti, fatta eccezione per Georg, il quale probabilmente ci stava raggiungendo, Hölle e Dom.

 

- Forse dovrei raccontare del burattinaio, in realtà, di colui che muoveva i fili. Forse dovrei dirgli molte altre cose, ma non so quando troverò il tempo di farlo, o, semplicemente, il momento giusto. Forse non esiste il momento giusto, forse tutti i momenti sono giusti. -

 

Avevamo una sorta di capo, noi della Puppetmastaz, un surrogato di quel Dio in cui non credevamo più da tempo.

Si, credo fosse per questo che ne parlavamo con tanto rispetto nonostante non lo conoscessimo affatto.

Si vociferava che avesse ormai una quarantina d’anni. Solo Mad e il Gordo l’avevano conosciuto bene di persona: in giro per la città, lui non si faceva più vedere. Noi della crew sostenevamo che si fosse trasferito a Berlino per controllare meglio quel giro di droga che non aveva mai smesso di essere la sua occupazione principale. Col rap, d’altra parte, aveva chiuso da ormai molto tempo.

Tutti noi facevamo in qualche modo parte di quella sua rete di inganni e di business, ognuno aveva un suo ruolo e ognuno lo svolgeva sempre al meglio perché tutti ne avremmo guadagnato. Io e Georg, ad esempio, essendo gli unici due ancora inseriti ufficialmente nel mondo della scuola, ci occupavamo di spacciare droghe leggere in quell’ambiente.

Nel frattempo, comunque, il parchetto alle nostre spalle si era completamente svuotato ed un profondo silenzio era calato tra le file della Mastaz.

Il Joker tossì, aveva i polmoni pieni marci di catrame, mi fece cenno di avvicinarmi e mi passò un braccio attorno alle spalle, bisbigliandomi nell’orecchio: «Resta qui, aspetta Georg e, appena arriva, andate entrambi alle scuole medie più in fretta che potete ma senza dare nell’occhio. Noi abbiamo da fare, c’è gente pericolosa che vuole rovinarci i piani, gente che gira con i ferri. Tom, vogliono mandare a puttane l’affare di sabato, ma tenterò di convincerli a starne fuori. Ok? State lontani, noi vi raggiungeremo.»

Annuii, tenendo gli occhi fissi sulla superficie irregolare del marciapiede. C’erano mozziconi di sigaretta e merde di cane ovunque. Qualcosa mi diceva che, a volte, era meglio non porsi affatto delle domande. Al contrario di ciò che faccio oggi, allora decisi di seguire quel mio istinto e non chiedermi nulla di più di ciò che già sapevo.

 

- Il dottore si schiarisce la voce a questa mia affermazione, come se fosse l’ennesima cazzata che esce dalla bocca di uno stolto ignorante come me. Ma ormai sono bravo a non badare a quelli che, come lui, sventolano per aria la loro bella laurea. Io, almeno, ho vissuto sulla strada.

 

I ragazzi scomparvero tutti al di là della recinzione di siepi del parco, nel buio. Il sole era tramontato da tempo, morto affogato dalla sky-line di quella squallida periferia di città.

Guardai ripetutamente l’orologio da polso che mi avevano regalato i miei Brüder per il compleanno. Georg era sempre in ritardo, non ero preoccupato per lui, piuttosto mi infastidiva parecchio l’idea di contraddire le indicazioni del Joker. Se lui mi aveva detto di sparire alla svelta dalla zona, un motivo valido doveva esserci: mi fidavo ciecamente di lui, come lui si fidava ugualmente di me. Funzionava così, all’interno della nostra famiglia.

La famiglia aveva sempre ragione.

Passarono quasi cinque minuti, poi, finalmente, Geo fece la sua comparsa caracollando scompostamente alle calcagna di un’altra persona, tutt’altro che attesa.

«Mi hanno preso!» continuava a gridare quest’ultimo, sfrecciando verso di me.

«Bill??! Che porca puttana ci fai qui?» dovetti aggrapparmi con forza a tutta la mia dignità personale per non stramazzare al suolo.

Mio fratello mi correva incontro, stringendo tra due dita una sigaretta spenta.

Una volta giunto dinnanzi a me, cedette alla fatica e si piegò in avanti, scosso dal fiatone, reggendosi con le mani sulle ginocchia.

Lo lasciai riprendere un attimo fiato, poi tornai all’attacco. «Che cazzo ci fai qui, idiota? E che cazzo strilli?»

«Ho provato a fermarlo ma non mi ha ascoltato!» si intromise Georg. Io lo fulminai con uno sguardo piuttosto scettico, così lui si difese: «è tuo fratello! Non potevo mica pestarlo…» poi aggiunse un «…senza il tuo permesso», lasciando supporre quanto già si stesse pregustando la possibilità di riempirlo di pugni in un futuro non troppo lontano.

Bill, inaspettatamente, recuperata la propria energia psicotica, si frappose tra noi e mi rivolse un sorriso a trentadue denti. «Tomi! Mi hanno preso, mi hanno preso!»

Lo guardai nuovamente perplesso, sorpreso da tanta rinnovata allegria e disinvoltura nei miei confronti, nonché da quel viso che stonava così orribilmente in quel contesto. Non doveva trovarsi lì, proprio non doveva.

Penso che io, comunque, al suo posto, mi sarei portato rancore per tutta la vita.

«Non chiamarmi Tomi. Comunque non capisco Bill, che cazzo dici?»

«Mi hanno preso! Allo stage con la cantante americana! Per il corso di canto all’estero, ricordi? Quello di cui ti parlo da mesi… ricordi?»

L’avrei deluso a morte.

«Oh… oh! Si! Certo che ricordo. Figata!»

Non me lo ricordavo affatto, ovviamente, e, detta con tutta sincerità, in quel momento avere tra i piedi quello scricciolo di mio fratello, per quanto potessi sforzarmi di sembrare felice per lui, non era il massimo della gioia.

Bill non accennava a rilassarsi, né a smettere di essere così sfacciatamente felice, mentre io e Georg cercavamo in ogni modo di controllare che nessuno fosse nei paraggi o potesse vederci. Cominciavamo ad essere abbastanza in ansia.

«Che cos’è quella?» domandai, scontroso, indicando la paglia che Bill stava ancora stringendo in una mano, rischiando di spezzarla.

«Ah si! È tua» disse, porgendomela con gentilezza «l’hai dimenticata a casa, prima… sul comodino.»

«Oh… grazie…» Per un attimo, durante quel semplice istante lungo non più di qualsiasi altro, ci fu una gran calma attorno a noi, come se la serenità di qualcuno potesse influenzare tutto l’ambiente circostante.

Dovevamo allontanarci dal parco, in fretta, specialmente mio fratello: non volevo che qualcuno lo vedesse e, soprattutto, non avevo mai tradito la fiducia della crew.

Proprio mentre, riflettendo su questo, afferravo il braccio di Bill per trascinarlo via facendo segno a Georg di seguirmi, un rumore terribile squarciò il silenzio della notte. Uno sparo fendette l’aria densa della sera, seguito da altri due.

BUM. BUM.

Dopo un primo istante di shock, fu un qualcosa di istintivo: cominciai a correre verso le scuole medie, trascinandomi dietro gli altri due.

Ci precipitammo senza voltarci mai, altri due spari. BUM BUM. E il mio cuore che sbatteva contro la cassa toracica. BUM BUM.

Era tutto molto confuso: il volto spaventato di Bill, l’odore del tabacco che stringevo convulsamente in una mano, il buio e la luce dei lampioni che si alternavano.

Giungemmo al cancello dell’istituto dopo secondi che parvero minuti.

Per quanto stordito, scavalcai la porta e Georg aiutò Bill a fare lo stesso. Atterrammo nella polvere dello sterrato del cortile e rimanemmo lì, sconvolti. Tremavo, ma, a differenza di mio fratello, riuscii a nasconderlo bene.

«Che minchia è successo?» Domandò improvvisamente Georg, violentando il silenzio calato dopo l’ultimo sparo, che si mescolava mestamente al nostro ansimare. «Che. cazzo. è. SUCCESSO?» ribadì, questa volta prossimo ad un attacco di panico.

Non risposi, non sapevo cosa avrei dovuto dire, né pensare. Sembrava che solo l’eco delle parole del Joker riuscisse a sovrastare il caos sonoro che avevo dentro. “Gente pericolosa, gente che gira con il ferro.”

Da quelle parti sapevamo tutti cos’era un ferro, sapevamo tutti che in molti ne tenevano una nella tasca interna del giubbotto, ma nessuno di noi pensava che qualcuno l’avrebbe mai usata. Io, di sicuro, non lo sospettavo nemmeno.

Forse non avevo ancora realizzato davvero che, possedere un ferro in un quartiere come quello che frequentavamo, era a tutti gli effetti come possedere una licenza ad uccidere.

«Tomi… voglio… torniamo… andiamo… a casa. Ti prego… ti…»

Finsi di non sentire le sue suppliche sussurrate a fior di labbra, le trovavo fastidiose, moleste, come qualunque altra voce. Avevo bisogno di restare spento, per qualche minuto, lasciar calmare quel ribollire di sensazioni che mi era esploso nella testa.

«Tom, forse ha ragione lui… cioè, forse dovremmo andare.»

Per quanto sentissi il bisogno di stare solo, mi sentii costretto a riprendere in mano il controllo di me stesso: respirai a fondo diverse volte e gonfia la gola così da ridurre l’effetto stridulo che la paura rischiava di causare sulla mia voce.

«Mi… mi ha detto di venire qua. Aspettiamo qua.» biascicai, alzandomi in piedi.

Bill distorse la bocca in una smorfia di terrorizzata angoscia, spalancando gli occhi, ma non mi contraddisse, si limitò a raggomitolarsi un pochino di più attorno alle proprie ginocchia.

Aspettammo lì per mezzora, il cielo era più nero delle rime di Hölle. Proprio mentre pensavo a quest’ultimo, la sua voce mi giunse alle orecchie: proveniva dall’altro lato della siepe.

«Sicuro che siano qui?» «Si cazzo, ti ho detto di si, è uno con le palle.» «Lo so ma è passata mezzora.» «TOM! SIETE QUI?» «Non urlare idiota!»

Udendo questa conversazione, tutti e tre sollevammo di scatto la testa ed io cominciai a correre verso il cancello.

Quando vidi il volto di Mad comparire da dietro le sbarre, un insolito calore cominciò a diffondersi nel mio petto.

Stavano bene.

«Scheiße!» esclamai, sorridendo come un ebete e fiondandomi fuori.

Erano lì, stavano bene, i loro volti erano integri, escludendo le espressioni dure e tese.

«Cos’è successo? Chi? Cosa? MERDA!» sbraitò Georg, agitandosi alle mie spalle. Con una spallata, mi fece da parte e si piazzò faccia a faccia con Joker. «Cos’è successo?» ribadì.

«Nulla.» rispose l’altro, catatonico, mantenendo la faccia da poker che lo contraddistingueva da sempre.

«Gli spari! Gli spari! Nulla un cazzo! Vi hanno sparato? Cos’è successo?» insistette Georg. Era testardo, sempre, ma era anche sconvolto e la paura gli si leggeva proprio in quel tono così brusco ed accusatorio.

«Nulla.» il Joker diede segno di totale insofferenza, fu allora che capii che non solo era successo qualcosa, ma anche qualcosa di orribile.

«Siete stati voi a sparare, vero?» bisbigliai, facendo attenzione a non tradire la maschera calma ed impassibile che, in quei minuti, ero faticosamente riuscito ad edificare tra miei lineamenti.

Sollevai lo sguardo, lasciai che si scontrasse con quello del mio compagno,di un mio fratello, di uno dei miei mentori, una di quelle persone che più amavo e stimavo al mondo.

«Nessuno ha sparato, va tutto bene.» scandì questi, sicuro, fissandomi come per trasmettermi forza. «Tutto bene.»

Non so come, ma allora mi sentii molto meglio, molto sollevato.

Zittii Georg, quando lui provò a ribattere a quella affermazione, gli feci capire che ne avremmo parlato in seguito, io e lui, ma che non avrei potuto tollerare,in quel momento, ulteriori discussioni.

«Ma io ho sentito.» sussurrò Bill, con voce tanto acuta e sottile da sfiorare la linea di confine tra suono ed ultrasuono.

Venne ignorato, come ogni volta in cui disgraziatamente ci capitava di averlo tra noi, quasi non fosse stato lì.

Tutti lo evitavano, tutti fingevano che, al di là delle pareti di casa mia, non solo non fosse affatto mio fratello, ma negavano direttamente la sua stessa esistenza.

 

- Sollevo lo sguardo, incrocio quello del dottore. Lo so che mi sta giudicando, lo so che, nonostante le promesse, prima o poi lo fanno tutti. Ma io so, so che tutti quello che concerneva mio fratello era pura distorsione delle cose, puro delirio. -

 

«Andate a casa. Ci vediamo domani.» disse Mad, con tono spento, consegnando a Georg la modesta dose di erba settimanale per la quale ci eravamo trovati con lui quella sera.

Senza proferire ulteriore verbo, passai accanto ad Hölle, portandomi via Bill, e mi diressi verso casa.

Percorremmo a ritroso la strada, deviando per poter evitare la zona del parco. Dopo una cinquantina di passi, Georg ci raggiunse di corsa.

«Vai a casa, di qui non ci arriverai mai.» gli intimai, senza guardarlo negli occhi. Non avrei retto.

Cominciavo ad accusare il nervosismo della situazione.

«Ma non capisci? Non hai sentito? Hanno sparato loro, Tom. Hanno sparato a qualcuno, potrebbero aver ammazzato qualcuno!» strillò lui, in risposta, a pochi millimetri dal mio orecchio. Aveva il volto paonazzo e le vene del collo anormalmente gonfie.

Tentai di ignorarlo, ma la confusione nella mia mente era tale da rendere vana ogni volontà.

«STAI ZITTO. Calmati cazzo, pensa a quello che dici. L’hai sentito? Hai sentito cos’ha detto Joker? Non è successo niente. Nessuno ha sparato. NIENTE.»

«Palle, Tom. Lo sai, li hai sentiti anche tu gli spari. Li ha sentiti anche quello lì.» disse, indicando mio fratello. Non usava mai il suo nome di battesimo.

Vidi Bill annuire e sentii d’un tratto tutto il sangue affluirmi alla testa.

«Lascia perdere, adesso non fingere che ti importi qualcosa della sua opinione o di altro che lo riguardi. Se Joker ha detto che non è successo nulla, non è successo nulla. La famiglia ha sempre ragione

Congedai Georg con un cenno del capo, troncando la conversazione e svoltando verso il portone di casa, certo che avremmo risolto tutto l’indomani.

 

« by RedSam ~ commenti °

domenica, 03 maggio 2009 alle 23:38

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