Blind - Capitolo IX


Capitolo 9

bum.

 

 

 

Non capisco se sia davvero sofferenza o solo crisi d’astinenza.

Sento il cuore battere sempre più rapidamente, mentre tutto il resto di me sembra rallentare.

Diviso a metà tra la fedeltà che devo al me stesso cinico e bastardo e la promessa fatta a una ragazza che non esiste e della quale mi sto paradossalmente innamorando.

«A che pensi?»

Sento lo sguardo di Georg su di me. C’è odore di patatine al formaggio, quelle che odio, quelle che ti lasciano le dita sporche e appiccicose e un insopportabile olezzo nelle narici.

«Alla ragazza di Tom.»

«Oh. È simpatica…»

«Si… si lo è…»

La chiamiamo “la ragazza di Tom”. La realtà è che non ci ricordiamo affatto di quale sia il suo nome. Io, per lo meno, non lo ricordo.

E non mi sento un ipocrita.

Però lo sono.

«So che dovrei scusarmi ma non ce la faccio.»

«Bhe credo sia la forza dell’abitudine.» Cosa vorresti dire? «Non ti sei mai scusato… nessun rancore eh, però è così.»

Fantastico, vuoi vedere che mi tocca pure chiedere scusa a Georg adesso? Secondo me non posso farcela. È troppo ironica la cosa.

«Sjuja Geo.»

«Potresti ripetere?»

«Mmm lo sai.»

«No non lo so.»

Lo so che sta ridendo, stronzo, godendo del momento che forse aspetta da un bel pezzo.

Tanto ormai sono privo di una qualsiasi dignità di sorta, quindi tanto vale procedere.

«Ho detto.» Prendo un bel respiro. «Ho detto. Ho detto SCUSA GEO MI DISPIACE DI QUALSIASI COSA TI ABBIA FATTO O DETTO IN PASSATO.»

«E…»

«E… ultimo ma non per importanza… devo scusarmi con un’altra persona.»

«Io direi molte altre persone… ma una credo sia già un buon modo per cominciare.»

Già.

Le sue braccia che mi circondano improvvisamente il busto sembrano tronchi d’albero, torri, così forti, così protettive.

Mi domando come io possa non essermene reso conto prima.

Non l’ho mai abbracciato? Non gli ho mai permesso di proteggermi?

Perché proprio adesso, all’improvviso, cambia tutto?

Nessuno si domanda come mai, cosa mi stia succedendo, cosa mi spinga a stravolgere tutto ciò che sono sempre stato.

Conoscendomi, come possono pensare che sia a causa della cecità, della sconfitta dei TH?

Sto morendo.

Nessuno se ne accorge.

 

 

Non questa volta.

No, non questa volta.

Non resterò indifferente al tuo pianto.

Non questa volta.

Un singhiozzo dietro all’altro. Il suono che mi violenta il cervello, che violenta il mio stesso DNA.

E ci vorrebbe un gesto eclatante, una svolta nella mia storia.

Dammi una svolta.

Dammi un motivo per crescere o morire.

Vedi cos’ho fatto per te?

Vedi dove sono, per te?

Sono all’ultimo gradino della scala alimentare.

Il faraone che diventa schiavo, schiavo di te e di questo stupido gradino che non riesco in alcun modo a superare.

Io ti vedo, lo so che sei l’unica che io riesca a vedere.

Il mio codice.

La mia chiave.

E i singhiozzi, questi non posso più sopportarli.

Improvvisamente, improvvisamente ciò che ho sempre finto di non vedere, improvvisamente è tutto così limpido, così in alta definizione.

Una gamma troppo ampia di sentimenti e sensazioni per poter recitare nella loro assenza.

«Tom non piangere.»

Non riesce a restare silenzioso, la faccia affondata nel cuscino. E so che il suo ego non gli permette di essere umano, lo so perché il mio ego ha sempre fatto lo stesso. Forse ha fatto di peggio.

«Lasciami stare.»

«Tom ti imploro. Ti sto implorando. Smettila, smettila ti prego.»

«Lasciami stare.»

«Mi fa… male.»

Non vedi, non vedi, non vedi?

Perché adesso sono solo io a vedere?

Perché adesso vedo.

Quante persone stanno male ogni giorno? Quante persone ho fatto soffrire? Quante, quante credono che io abbia mollato?

Ti guardo bruciare, ti vedo.

Perché ti vedo.

Addio paura. Non servi più.

Tom raggomitolato nel letto, accanto a me. Triste. Triste a causa mia, a causa del sogno che ha perso.

Si, perché non era solo il mio sogno.

Era anche il sogno di tutti loro.

Ed è bruciato a causa mia.

Mi alzo, mi allontano da questo rumore insopportabile di cose più grandi di me, di cose che non posso affrontare.

Nella mia mente c’è un giardino, in quel giardino c’è Bill Kaulitz.

Non è più un personaggio piatto, scarno, una figurina, ora è diverso. Implica una difficoltà d’interpretazione.

Bill si aggira senza una meta tra sogni e realtà, non riesce più a distinguere il dolore dall’indifferenza o dall’insensibilità. Vive così. Vivo così.

A volte nemmeno ci rendiamo più conto di far parte di questa vita, della stessa vita.

Da unica preoccupazione ad ultima.

Da protagonista a semplice ombra sul fondo del teatro, dietro alla platea.

Da sole a causa di ogni male.

Accanto a Bill c’è una ragazza.

“Bill devi reagire, non è in questo modo che ne uscirai.”

«Sto impazzendo. Ora ti parlo anche da sveglio…»

“Si, forse si. È per questo che sono qui.”

«Vattene, non ti voglio hai solo peggiorato le cose.»

“Non è vero. Ogni grande passo ci fa fare fatica. Altrimenti sarebbe solo un piccolo passo. Un passo mediocre, tu odi la mediocrità. Non è forse così?”

La odio con tutto me stesso. Gioco forza.

Si, ma dai tempi delle scuole medie. Dai tempi in cui ero una nullità ed ogni considerazione mi sembrava meglio di nessuna considerazione.

Paradossalmente è stato allora che mi sono infilato da solo le manette, anche se il carceriere è arrivato solo anni dopo.

Improvvisamente io sono in quel giardino, mio fratello non c’è più. Non lo sento respirare, ansimare, gemere dalla disperazione. La stessa disperazione che leggo nell’erba improvvisamente verde.

Verde speranza. Verde come il vile denaro.

Ho sempre odiato il verde, soldi e speranza sono come un cappio che ti leghi al collo di tua spontanea volontà. Fanno bene, fanno male.

Sollevo lo sguardo, catturato dai riverberi chiari di una figura che non può che essere Lei. Per la seconda volta lei.

«Sei così…» un enorme malvagio mostro si agita, esasperato, nella mia testa. Superficialità? Non avevo mai considerato questa ragazza… «…bella.»

«No, non lo sono. Non nel modo che intendi tu…» non lo dice con pudicizia, le sue guance non si tingono di rosso, c’è solo convinzione nelle sue parole. Sembra molto stanca.

Quasi stanca come me.

Quasi scheletrica come me.

«Si invece! Si, lo sei… ti vedo e sei bellissima. Non ci sono… altri modi per intere ciò.»

Sono tanto testardo quanto te, dovresti saperlo oramai. Che sciocco a supporre che lei non abbia già capito esattamente tutto ciò che sono.

«Bill, questo non è un posto normale. Qui il tuo aspetto è strettamente e direttamente collegato a ciò che provi e dimostri agli altri di provare… detto in maniera più semplice: dipende dalla tua bontà.»

Quando una nuova, inaspettata prospettiva ti inchioda ad un muro che non conosci, conviene fare ciò che si sa fare meglio. Nel mio caso, mi riesce naturale sfoderare uno dei miei tanti talenti: annullo il problema direttamente mettendolo nella mia ombra, nel mio buio.

«Ahah. Starai forse insinuando che non sono… come direbbe Tom? “Il sostituto del sole” in questo posto?»

Il mio sorriso sghembo fallisce nel tentativo di deviarla. Lei rimane concentrata sui miei occhi.

Immobile.

«No.» risponde tranquilla «Volevo dire questo:» estrae uno specchio, il tipico specchio da fiaba, non so dove l’abbia trovato. Comunque niente può stupirmi più, ora, non dopo tutto quello che ho vissuto.

Se posso vedere, non devo temere più nulla.

Lei non abbassa lo sguardo, la scorgo appena porgermi di nuovo, con insistenza, lo specchio. Sembra provare dolore fisico al petto. Sembra provare lo stesso dolore che mi affligge continuamente, quando ciò che sono mi strangola in una ineluttabile morsa di fatalismo.

«Oh, avanti! Non ne ho bisogno.» sento la gola farsi sempre più sottile. «conosco la mia faccia!» sghignazzo, cercando in ogni modo di ignorare la sua proposta, che mi sa incredibilmente di esecuzione. Ma la voce tende a diventare sempre più stridula.

Le peggiori realtà si nascondono dietro alle più ironiche bugie,menzogne recitate ridendo, traumi terribili che si preannunciano in attimi di coscienti allegrie.

È così, è così che allontano da me il tuo cupo fissarmi, è così che scanso, ancora una volta, quello specchio.

«Fossi in te, ci guarderei, almeno per un istante. Potrebbe essere l’istante che cambierà la tua vita.»

Annaspo come un cane nel mare, i muscoli stanchi, le onde aggressive sulla pelle e nulla a cui aggrapparsi. Dopo un po’ decido di stare a galla facendo il morto e mi rassegno.

Calcolo mentalmente le probabilità che ho di svegliarmi proprio adesso, così da sfuggirle. Francamente, conoscendola almeno un minimo, non ne ho.

«è un’imposizione o un consiglio?» mi informo, sollevando appena impercettibilmente un sopracciglio, cercando disperatamente di darmi un tono.

«Il principio fondamentale del mondo ultraterreno è il libero arbitrio.» afferma, sicura di ciò che dice, abbandonandosi a una scomposta posa che le appartiene sicuramente molto di più della plastica staticità che ha mantenuto fino ad adesso, facendola apparire come un’estranea.

Ciò non di meno, tuttavia, appare veramente autorevole.

«Ti sbagli…» sussurro «il principio fondamentale del coso ultraterreno è la volontà di chi lo governa.»

Bill Kaulitz, fan ora e per sempre del termine “coso” riferito a qualsiasi discorso possibile ed immaginabile.

«Non sbaglio. È il libero arbitrio. Punto. Le punizioni, quelle si che sono legate alle competenze di anime superiori.»

Sorvolo sulla parola Punizioni, improvvisa sensazione spiacevole di uno che si sente tirato in causa.

«Vuoi dire che non credi alla predestinazione?» pura, semplice curiosità. Lo ammetto, ne sono vittima. Da sempre.

Anche se, forse, in questo caso gioca molto anche la componente “sviamo il discorso”, dato che le cose si fanno sempre più scomode qui, per me.

«No Bill… credo che siamo tutti destinati a qualcosa, ad un compito ben preciso. Qualcosa che, per quanto piccola possa mai essere, ci renderà in un qualche modo grandi. Mi capisci? Ma anche in questa nostra predestinazione, siamo liberi… liberi di scegliere se inseguire il nostro incarico o no. Spesso non ci si rende nemmeno conto di quale sia. Dicono che siano gli ultimi istanti prima di morire… i rivelatori… dicono che sia allora che comprendiamo tutto.»

Mi corre un brivido lungo la schiena al tragico pensiero di perdere ogni speranza proprio in quegli ultimi attimi di vita. Scoprire che si è sbagliato tutto, che questo stupido libero arbitrio ti ha solo tratto in inganno. Mi rifiuto di credere che sia così.

«In poche parole» tiro una linea sommaria e le conseguenti conclusioni «…in poche parole stai dicendo che è tutta colpa mia.»

«In poche parole, si.»

«La fama, la felicità, la bellezza… è tutto vano? Tutto labile… così labile…» bisbiglio, incantato dai miei stessi ragionamenti, dai concetti che improvvisamente mi sommergono la mente al punto da far annaspare la presuntuosa superficialità di poco fa. Sta cercando di affogarla, le belle unghie smaltate di questa ragazza sprofondano nella sua cute, tenendole la testa sott’acqua. Il cane che si ribella all’oceano, uccidendo il proprio compagno.

Un velo delicato di malinconia rovina la levigatezza del suo volto. Le sue labbra perennemente semidischiuse mi feriscono di compatimento.

«Sono già svanite entrambe da tempo, Bill…»

Sorrido.

Lo immaginavo, sorrido. Sento sapore di emoglobina in fondo alla gola.

Allungo la mano e afferro lo specchio, nello sporadico movimento che tradisce ai suoi occhi il terrore che mi scorre nelle vene.

Chiudo gli occhi, li lascio ruotare lentamente nelle orbite, li rilasso, permetto di loro di ubriacarsi di oscurità per qualche istante ancora prima di socchiuderli ed intravedere la mia stessa pelle riflettersi in questo pezzo di vetro.

La gola si serra. L’emoglobina viaggia verso tutt’altra direzione. Prende il cervello. L’inonda. Inonda il mio essere.

Ansia, angoscia. Ritornano, torna il bisogno di graffiare, di squarciare la causa di questo mio male, deturpare ciò che ormai è stato deturpato tempo fa dalla mia stessa profanazione.

Sfregiare lo sfregiato.

Sfregiato come il mio volto.

Occhi sbarrati, occhi che vedono. Tremo.

«Sono un mostro.» balbetto, affatto stupito da ciò che ora è diventato molto più reale del previsto.

«Sei il cadavere di un mostro» lei si avvicina, seria: con un solo tocco dischiude le mie dita irrigidite, marmorizzate, riprendendosi lo specchio, strappandomi via da quella maledetta visione del mio IO «…ora non ti resta

che seppellirlo e ritentare… sta solo a te Bill.»

Lo so, lo so. E se… e se dovessi rimanere cadavere per sempre?

 

 

Mi sveglio con fatica come se ogni molecola del mio corpo, ogni grammo di coscienza che mi resta volessero tenersi strettamente aggrappati a quel sogno, alle immagini.

Neanche oggi sento il bisogno di cambiare, sciabordio di malinconia e disgusto nei confronti di tutti e di me stesso.

Paradossalmente sono la cosa migliore che mi potesse capitare. La certezza che stanno cercando di abbattere a colpi di piccone.

Non riesco a cambiare, no. È così che sono.

«Bill…» La voce di Gustav mi accarezza un timpano. «Bill, tuo fratello è uscito, è andato a cercare Sam. Se ne è andata questa notte.»

Se ne è andata perché è naturale, tutti vanno e vengono, tutti ci lasciano prima o poi. Non bisogna mai fidarsi.

«Perché lo dici a me? Io non la conosco.»

«è tuo fratello, pensavo volessi saperlo per… sai… è un brutto momento anche per lui.»

Si. Lo è per tutti allo stesso modo.

Ma lui avrà la forza di rialzarsi, la vita lo ha sbalzato giù dalla sella già altre volte, conosce il pavimento abbastanza bene da cadere senza ferirsi. Io mi sono giocato due occhi invece. Ecco la differenza tra le nostre sofferenze.

La flessione delle molle del materasso, Gustav che si avvicina alla porta della stanza.

«Perché non avete cercato di fermarla?» domando, senza nemmeno saperne il motivo.

Il silenzio mi fa credere per un attimo che l’amico sia già andato, poi lo sento trattenere il fiato, come per riflettere.

«Tom dormiva. L’ho vista io, sembrava come… vuota. Come persa nei suoi pensieri.»

Come chi va a commettere un sacrificio o come chi ne sarà l’oggetto.

Come una sibilla che vola a compiere il proprio allucinante lavoro o come un prete costretto ad assolvere un assassino?

Un ricordo si apre come un file nella mia mente, un’immagine raso terra, devastante.

Un’immagine sfocata, torbida, forte.

Un’immagine di morte.

La vedo trafitta dalla mia stessa arma, lo vedo a terra sulla strada. Li vedo distrutti da un carnefice immaginario, da un qualcosa che ho immaginato io.

E capisco, per la prima volta, il senso di tutto ciò che mi sta accadendo.

Sento Tom fare il proprio ingresso nell’appartamento, angosciato dalla forzata solitudine che non gli ha lasciato nemmeno una spiegazione, il tempo di trovarne una.

Gustav mi posa una mano sulla spalla, domandandomi se mi sento bene. Non lo so se sto bene.

Non importa più, non importa più niente a parte lei.

Niente, niente, niente.

La fretta mi paralizza per qualche istante.

Il panico mi svuota il petto tutto d’un colpo.

La mente, in un colpo.

Ho paura.

No, non ho paura.

Stringo denti e pugni e mi spingo con forza verso la porta, verso dove immagino che ci sia la porta, facendo leva con entrambe le braccia.

Al di là del legno leggermente scheggiato, c’è un’altra porta e, al di là di essa, le vecchie scale anti-incendio. Lo ricordo bene, ma, quasi, non me ne rendo conto.

Per saltare qualche gradino mi appoggio con una mano alla balaustra arrugginita, graffiandomi il palmo.

Gemo ma non mi soffermo.

Non c’è tempo, lei non ha tempo.

Assecondo l’oscurità, ne faccio il mio unico e saldo sostegno.

Nemici ed amici siamo. Nella notte. Il buio è inevitabile, protezione e dolore. Nemici ed amici.

E non riesco a non immaginarti al mio fianco, in questo immenso mare di ignoto ed oscurità. Tu, la mia vela, la mia unica vela, l’unica possibilità che mi resta di tornare a volare dolcemente verso spiagge sicure.

Devo arrivare da lei prima che sia troppo tardi.

Lei mi salva, mi salva. La salverò.

«Bill porca puttana torna indietro!»

No Tom, mi dispiace ma non tornerò indietro.

Indietro dove? In quella casa, a quella vita? Indietro quanto? Tornare ad essere ciechi, ciechi dentro?

Lei mi stava insegnando tanto… e forse ora è troppo tardi.

Troppo, ma non abbastanza da tornare indietro.

I miei piedi nudi sull’asfalto e il vento sul mio volto producono uno straziante suono di violini strangolati.

Inizio ad ansimare furiosamente: davanti a me rumore di macchine e motori che sfrecciano.

Tutto questo stravolgente caos si affievolisce per qualche secondo, giusto il tempo che mi occorre per spaventare la paura con il pensiero di perderla e di dover tornare ad immergermi nel buio del mio cuore, ora così meravigliosamente vicino alla luce.

Potrei morire attraversando così, senza avere idea di quando potrei incorrere in un veicolo.

Improvvisamente tutto ciò non ha più molta importanza. L’importante Bill Kaulitz non ha più valore di fronte alla vastità del mondo che mi si sta aprendo innanzi. Il mio valore ora dipende da lei, la mia felicità risiede in lei, in ogni suo respiro, in ogni più piccolo suo dettaglio, nel suo sorriso storto, nel suo profumo di fragola che non è mai uguale per due giorni di seguito, nel suo rotolino di ciccia intorno alla vita.

Mi annullo.

Da ora Bill Kaulitz non è più importante degli altri.

Corro.

La traversata della carreggiata sembra non finire mai. Passano i secondi, troppi.

Qualcosa non va, però io sorrido tra le ansiose lacrime del tuo destino già annunciato.

«Sto arrivando» sussurro.

 

BUM.

 

 

« by RedSam ~ commenti °

lunedì, 16 marzo 2009 alle 18:20

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