
Capitolo 6 Psychology. «Cosa provi?» Tipica domanda da strizzacervelli. Cosa provi. Ma sono stupidi o fanno finta? Cosa vogliono che si provi? «Niente. Niente di particolare.» «Questo non può essere vero, Bill. Capisci?» Altra caratteristica degli psicologi: ripetono mille volte il tuo nome, come a sottolineare che se lo ricordano addirittura, che sei importante. Fottiti, sono sempre stato importante: c’è chi si toglierebbe la vita per passare due minuti scarsi con me. Io sono l’importanza fatta a persona, sono Bill Kaulitz, per Dio! «Cosa vuole che le dica?» «Dimmi cosa provi Bill, cosa provi. Usa parole tue, Bill. Lascia che i pensieri diventino parole… è facile, Bill.» «Ok, dottoressa, ci provo. È facile, no, dottoressa? Basta lasciare che i pensieri fluttuino, che si cristallizzino in lettere, dottoressa, in disegni che poi diventano suoni. Basta lasciare che ciò che sono venga catturato in un qualcosa di statico ma al contempo maneggiabile e temporaneo come le parole, dottoressa, come il suono della mia voce. Che altro valore avranno mai, in fondo, i miei pensieri? Sono solo monologhi con me stesso, sono solo sensazioni, sono solo ciò che provo. D’altra parte, dottoressa, si dice “un penny per i tuoi pensieri”, no? non possono valere più di così, i pensieri. Li svendiamo, i pensieri, dottoressa, tutti i giorni. Li regaliamo, come quando scriviamo una canzone e la cediamo ad altri per dodici euro al cd, come quando un artista vende i suoi quadri sul lungomare a dieci euro al pezzo. È normale. Gettiamo via i nostri pensieri da quando nasciamo, trasformandoli i parole e figure. Ha ragione, dottoressa, è facile. Ora ci provo: Ha presente quando nuoti, al mare, al largo… non si vede il fondale. L’acqua è scura. Non importa che tu sappia che là sotto non c’è niente che possa farti del male: tu non vedi cosa c’è sotto, se anche avessi la certezza che ci sono solo sassi e sabbia, il dubbio che uno squalo possa staccarti una gamba con un morso ti resterebbe sempre cucito addosso come un vestito. Ciò che non vedi ti spaventa molto più di ciò che vedi. Il buio, dottoressa, il buio è il mio primo pensiero. Un penny dottoressa, prego.» … Torno da Tom, traballando sulle gambe. Mi ha sfinito, questa semplice ora di conversazione. Mi ha svuotato di energie come si svuota un limone del proprio succo. Mi ha svuotato di ogni pensiero, chiedendomi di renderlo pubblico. Ma alla fine, alla fine ho vinto io. Perché quello che ho dentro è troppo oscuro e nascosto per costringermi a svelarlo del tutto. Non immagini nemmeno cosa ho dentro, penso, mentre Tom mi sfiora un braccio come per congratularsi con me dello sforzo appena compiuto. «Sono molto fiero di quel che hai fatto. Per il gruppo e… bhe per te stesso.» C’è un filo di imbarazzo nella sua voce, quel tanto che basta per tradire la sua immaturità, a discapito della forza con cui sta affrontando questa situazione. «Voglio un caffè.» sbotto, scostandomi dal contatto con lui. Come per magia, un caffè, di quelli nei bicchierini di plastica, si materializza tra le mie mani. Mi chiedo fino a che punto sarò costretto a spingermi per poter tirare avanti con la stessa dignità e la stessa celebrità di prima. Mi verrà chiesto di fingere di vedere? Lo farò. Mi verrà chiesto di fingermi sofferente e bisognoso? Lo farò. Non mi importa più di nulla. Rivoglio la mia vecchia vita, rivoglio il mio successo, rivoglio la mia faccia sulle copertine di tutte le riviste del mondo. «Ora che hai cominciato un percorso con lo psicoterapeuta» inizia Gustav, in macchina sulla strada verso casa, «Jost ci darà il via libera per ricominciare a produrre… dovremmo pensare al terzo album… o per lo meno, iniziare a scrivere un paio di singoli nuovi mentre riorganizziamo il tutto… non sarà mai del tutto uguale a prima, ma non è detto che debba essere drammaticamente differente.» Il tono di voce che sceglie è spensierato, quasi entusiasta della nuova occasione che ci viene regalata. «Non me ne frega una minchia di quello che dice Jost. Abbiamo già delle canzoni nuove, le abbiamo scritte ancora prima di pubblicare Zimmer… aveva detto che avremmo potuto usarle in seguito… bhe questo è ciò che io chiamo “seguito”, quindi sarà meglio che mi lasci fare, almeno per una volta…» Cera quella canzone, quella canzone bellissima. È ancora lì, nel cassetto di camera mia. La sento scivolare nelle mie terminazioni nervose, smuovere con delicatezza la libidine in fondo al mio cervello. È ora di liberarla, di lasciarla librare tra le note più alte che io possa raggiungere anche solo sfiorando un microfono con la punta delle dita. In quel delicato gracchiare della mia anima crudele appena rinata dalle proprie ceneri. «Meglio se ne parliamo, prima di arrivare alla riunione di domani… se no sappiamo tutti come va a finire.» «Ha ragione Tom, dobbiamo essere preparati per domani.» «Non saprei… quel che diremo non avrà così tanto peso Gus. Va a finire che loro sanno già quel che vogliono fare, non dipende solo da noi.» «Ok, però devi ammettere che eravamo più piccoli e meno indipendenti dal punto di vista discografico.» Parole parole parole. Li lascio parlare, mi accascio nel sedile posteriore e chiudo le orecchie. Posso solo provare ad estraniarmi dal loro morboso interesse nei confronti del nostro futuro. Non capisco questa preoccupazione, non comprendo questo accanirsi su insignificanti dettagli discografici. Io non sono dubbioso. Io sono sicuro di farcela, non ci sono nemmeno dubbi. «Tom, a che ora è l’appuntamento di domani?» «Verso le due del pomeriggio, perché?» Intuisco dal borbottio ansioso di Georg che temono che io voglia annullarlo o posticiparlo. Infedeli. «Nulla, stavo considerando che è abbastanza sul tardi e che potrò dormire tanto domani. Penso che starò sveglio stasera.» Piego leggermente le labbra in una smorfia spiacevole. La macchina si ferma con dolcezza, accostandosi al marciapiede davanti a casa nostra. Scendiamo uno dopo l’altro e percorriamo il vialetto senza dire nulla. Interrompo il silenzio con una richiesta innovativa. «Tom, hai ancora il numero di quelle tipe del night club?» Lui risponde un po’ stupito: «Credo di si… si… quali delle tante?» «è indifferente. Portami un paio di quelle troie a casa, stasera. Vi aspetto alzato.» Ri-crolliamo rovinosamente nel silenzio. Portamele. Portami un po’ di oblio e di sollievo dalla pulsione sessuale. Portami la voglia di dominare qualcuno, almeno una volta, almeno una volta ancora. Perché so già cosa mi attende. So già che, a partire da domani, dovrò venir sodomizzato per il resto della mia vita artistica. Per un ultima volta, voglio essere ancora io a metterlo nel culo a qualcuno. La mia ultima notte da Bill Kaulitz. … Mi abbandono, sfinito, sul letto. La ragazza, ancora ansimante e dolorante, attende per qualche secondo una mia richiesta. Non ricevendone, decide di darsela a gambe. Francamente, non mi interessa. Ho sempre ripudiato il contatto fisico, persino quello sessuale. L’ho sfruttata, l’ho sottomessa, l’ho distrutta. Le ho impedito anche solo di sfiorarmi. E questa fottuta irrazionale ansia, protagonista travestita da comparsa, passante casualmente permanente. Cicatrizzati mio eroe. Panico. Così devastante ed organizzato, prevedibile nella sua potenza. Quel pensiero fisso che mi tormenta, questa previsione di catastrofe imminente che solo il buio sa potarmi. E forse scopare serve solo a svuotarsi di quest’ultima aspettativa. E cercare una promessa in quelle urla di dolore. E sapere che chi stringi forte per i fianchi non finge, perché tu non saresti comunque in grado di apprezzare visivamente i suoi sforzi. … Giunge l’alba scura di questa giornata tanto attesa. Ancora non lo so. Giunge il mezzogiorno di sangue dell’anima mia. Senza aspettare che arrivi Gustav ad impormi di farlo, costringo le membra a sollevarsi ed affrontare l’aria gelida della paura. Da domani dovremmo ricominciare a registrare. Scendo in cucina. Tra solo tre ore abbiamo l’appuntamento e devo ancora iniziare a vestirmi. Tosto una fetta di pane e ci spalmo della marmellata. Sono settimane che non canto nemmeno una nota. Getto il panino senza nemmeno toccarlo. Stop. Rewind. Play. Che film strano, la mia vita. Odore d’aria pulita. Il mio profumo copre a stento la puzza di stantio che, nonostante tutto, ancora non riesco ad allontanare da me. C’è odore d’aria pulita. Ammazza i miei polmoni. Ammazzo i miei polmoni. «Bill butta via quella roba!» «Ma che buttarla! Dalla a me…» «Taci Tom, ha ragione lui… non dovrebbe fumare.» Assaporo Un altro tiro. Ma chi siete voi? Chi siete voi per darmi ordini o consigli? Sento dentro un grande vuoto interpretativo, una grande carenza di consistenza. Datemi qualcosa da fare, qualcuno da interpretare, una vita da vivere. Ridatemi qualcosa, ridatemi ciò che è mio, ridatemi qualcosa da essere. «Vogliamo muoverci?» ringhio, salendo in macchina per la prima volta da settimane. Cala il silenzio, getto il mozzicone dal finestrino. Sfrigola sull’asfalto umido e si spegne come si spegne ogni mia profonda certezza. Arriviamo da Jost giusto in tempo, come nella scena che ho sognato stanotte. Precisa, molto precisa. Giusto in tempo. Per assistere. Alla parola fine.
« by RedSam ~ commenti (2) °
martedì, 27 gennaio 2009 alle 16:56
Capitolo 5 You’re fired. *Flashback* Tom mi batte di nuovo alla play. Lancio con rabbia il joystick. «Vaffanculo.» «Eheh non siamo capaci di perdere eh?» «Taci!» gli scaglio contro un cuscino del tourbus. Non lo sapevo, non sapevo quanto quel giorno avrebbe cambiato la mia esistenza. «Ragazzi, volevo presentarvi il nuovo membro dello staff.» ci annuncia svogliatamente Jost «lei è…» smetto istantaneamente di ascoltare. Ma chi cazzo se ne frega? Lancio un’occhiata alla ragazza che ha appena fatto la sua comparsa nella stanza, un unico pensiero mi attraversa la mente come un jumbo-jet: è brutta. Lei stringe la mano ai membri della band, uno ad uno. Quando tocca a me, noto che non dimostra una netta predilezione per nessuno di noi. Sembra semplicemente contenta di essere qui. «Molto felice di fare la tua conoscenza!» esclama, sorridendo. «Si.» rispondo, atono. Ovvio che sei contenta, cogliona. Dovresti considerare un miracolo già il solo essere qui nella mia stessa stanza. Francamente, averla attorno tutto il santo giorno non mi cambia la vita. Passiamo con lei solo pochi minuti, poi Jost la chiama nell’area privata per spiegarle alcune formalità da rispettare. Noi riprendiamo a giocare: non mi lascerò sconfiggere così facilmente da mio fratello! «è orrenda!» «Bill merda non esagerare! Ha un culo veramente perfetto! Cerca di guardare ai lati positivi della cose.» il sorriso beffardo da marpione di Tom, la risposta scherzosa degli altri due. Ho bisogno di silenzio e di riflettere. «è inguardabile! Mi si stavano per bruciare le retini!» esclamo di nuovo. «Bill, taci!» sibila Gustav, dandomi una gomitata nelle costole. Io proseguo. «No, seriamente: dovrebbe buttare giù un po’ di chili e pensare seriamente a una plastica al naso perché ci potrei allegramente costruire una capanna.» Un’altra gomitata. Mi volto verso il punto che Tom fissa con insistenza. Lei è lì, dietro di noi. Quando i nostri sguardi si incrociano, per un breve istante, lei sorride e finge di non aver sentito nulla. «Avete fame ragazzi? Posso prepararvi subito la cena se desiderate.» sorride ancora, gli occhi solo lievemente arrossati. No grazie, mi è passata tutta la fame. … «Non lo so… stavamo parlando e all’improvviso…» A volte cerchiamo delle soluzioni a problemi che non abbiamo ancora analizzato. Desideriamo risposte a domande che non abbiamo ancora formulato. Ci illudiamo di averle intraviste in quegli occhi che ora non possiamo più vedere. Sbattiamo la testa al muro: ho perso ogni possibilità. E allora chiudo gli occhi, mi elimino, erodo le mie colpe. Perché allora ti ho sentita così persa? Perché, se ciò che più conta nella mia vita sono io? Se ciò che più conta nella mia vita è già perso? «Gli era mai capitato prima?» «No… no mai…» Tutti quei ricordi, li senti? Mi schiacciano. L’eco di quei colori… i colori, quelli mi schiacciano. Li senti, li percepisci come me? Ci fanno del male, i ricordi. Ascoltali, non resta altro che io possa fare. «Sicuro?» «Si cazzo sono il suo gemello, so più cose io di lui che nostra madre.» «Si, si calmi. Va tutto bene. Guardi è sveg…» «Non mi dica che va tutto bene, bastard… oh… Bill sei sveglio!» Cinquantotto simpatici chilogrammi mi saltano praticamente addosso. Solo ora realizzo di essere ancora in vita, per quanto non mi senta affatto “vivo”. «Tom. Spostati… mi fai male…» La scena si ghiaccia. «Non sono io. Sei stato tu…» bisbiglia. Mi prende una mano, la sospinge con delicatezza verso il mio sterno. Poi un po’ più in basso. «Senti? Sei stato tu… ti giuro non ho potuto fare nulla per fermarti eri troppo… forte» soffia d’un fiato, mentre il mio fiato si spegne. Squarci, tagli, graffi. Tanti, troppi per una sola mano. Troppi persino per due mani. Non fanno male. Non fanno male. «Non fanno male.» «Sei ancora sotto gli effetti degli anti dolorifici. Sta arrivando l’altro medico con l’occorrente per richiuderle. Devi stare tranquillo, ci sono io con te.» «Come sempre, Tom.» «Si, come sempre.» … «Hai paura?» È sdraiata sopra di me, profuma di caramello. «Di cosa?» «Di te stesso…» Ogni volta che la corrente mi spinge al largo arriva lei, tocca la carne scoperta delle mie ferite e qualcosa, ultimamente, qualcosa comincia a rimarginarsi. Mi sto perdendo di nuovo. «Mi domando cosa resti ancora… da perdere.» Raggiunge il mio volto con le labbra. Mi alita addosso parole che non comprendo «Chiediti piuttosto quanto resta ancora da scoprire.» Il nostro prato oggi è più fresco del solito. Sento la rugiada nelle narici, i fiori, non ancora sbocciati, tra le dita. Il calore della sua nuca sul mio petto. «Si.» «Si?» «Si, ho paura di me stesso.» … Mi sveglio di soprassalto. Era un sogno. Solo un sogno. Mi sento turbato, come ogni volta che apro gli occhi e trovo che niente è cambiato. Niente cambia più, la mia vita è destinata a diventare statica, più statica di quelle vite così terribilmente squallide che ho deriso fin’ora. Si, mi sento molto turbato. Prendo un bel respiro: mi calmo, almeno apparentemente. Asciugo il sudore che cola copiosamente sulle mie spalle, sul mio petto. Tutto solo un sogno. «Stai bene?» Sobbalzo nell’udire la sua voce. Così banale, così… «Certo che sto bene.» sbotto, alzandomi e muovendo qualche breve passo verso il bagno. Mi blocco: il sudore non smette di impregnarmi la maglia. Porto una mano contro la pelle chiara. Sento bruciare. Ok. Non era un sogno. Mi sento molto, MOLTO turbato. «Forse non dovresti stare solo, lo dirò a tuo fratello. Non dovrebbe lasciarti solo potrebbe venirti un’altra crisi.» Mi riscuoto e, in una mossa che non mi sarei mai aspettato da me stesso in una situazione del genere, le afferro il braccio, lo torco dolorosamente verso un lato. La ragazza del pranzo si scuote, provando a liberarsi dalla mia presa. A nulla serve: quando faccio il cattivo, divento incredibilmente forte. Come un serpente, comincio a sibilare. «Perché, di grazia, non dovrei stare solo? E per quale motivo ti senti in dovere di dare sì ben-pensati consigli a mio fratello? Forse per il fatto che te lo scopi?» Sento la bile ribollire e una strana sensazione invadermi il cervello. Non so più nemmeno io cosa dico o perché lo dico. È un attimo. Lo schiaffo mi raggiunge in piena guancia, con una forza notevole. Sento la carne formicolare e il sangue affluire allo zigomo. Mollo istintivamente la presa su di lei. La sento ansimare all’improvviso, probabilmente spaventata. «Scusami…» bisbiglia, agitata «scusami, perdonami… è solo che…» Cosa fai? Piangi? Tu non hai idea di chi sono io, forse. No, non hai ancora capito entro quali confini devi stare. Forse perché a disegnarli sono solo ed esclusivamente io. Mi ricompongo, raddrizzandomi e sistemando la maglia del pigiama. Fisso il mio sguardo cieco su di lei. La penetro con il buio dei miei occhi perennemente chiusi. Le sorrido. «Sei licenziata.» concludo. Addio, patetica sottoposta. … «Devi andare da uno psicoanalista. O non potrai tornare a lavorare.» Butta la bomba così, senza darmi nemmeno l’anticipo necessario a prepararmi una reazione incontrollatamente aggressiva ma studiata. Resto inebetito. «Non ho bisogno di…» «David me lo ha detto ieri. Scusa, ma non sapevo ancora come dirtelo.» «Bhe, non c’è che dire Tom, ti ci è voluto un giorno intero per partorire questa “delicatissima” uscita?» Cazzone di merda. Sistemo con gesti nervosi il copriletto sotto di me, mentre il tourbus piega fastidiosamente verso destra. Siamo in movimento. Di nuovo in movimento. Ma non verso una nuova data. Verso una villa isolata. Come sono isolato io. «Mi dispiace… non avrebbe fatto nessuna differenza dirtelo in altro modo, mi avresti aggredito comunque. E in ogni caso sono d’accordo, hai bisogno di aiuto.» Lui ammutolisce all’improvviso, ma posso sentire che c’è qualcosa di anomalo nel suo respiro. «E io… non sono stato in grado di dartelo…» Oh, è tutto chiaro. Come ho fatto a non pensarci? «è per quella vacca, vero? Bhe. Meritava di essere licenziata. Mi ha messo le mani addosso. In ogni caso, non andrò MAI da uno strizzacervelli. Chiaro, Tom?» «David non ti permetterà di tornare ad esibirti, se non lo fai. E non lo permetterà nemmeno a noi.» tragiche sentenze, sospiri ingozzati. Bisbigli perduti. «Ma perché dovrebbe importarti, in fondo?» Ok. Lo so cosa pensa. Non mi importa più di nessuno, nemmeno del vuoto che gli ho causato dentro mandando via quella ragazza. Solo io, qui dentro, so autogestirmi e gestire gli altri contemporaneamente? «”Permetterà”? Da quando ho bisogno del permesso di qualcuno per fare qualcosa, per cantare? Troveremo un altro manager. Vaffanculo a Jost e alla sua troupe di merda. Merda Tom.» «Fanculo a Jost? Sappi che io, Georg e Gustav siamo costretti a baciargli i piedi, in questo momento, per farci dare questa opportunità.» «Che cazzo vuoi dire?» La mia voce è alterata, lo sono io. Tutto il sangue al cervello. Tutti i pensieri in confusione si avviano alla bocca. «Vuol dire che non ci sono altri manager, Bill.» «Oh, oh certo. Aspetta, fammi indovinare… “Bill affrontiamo la realtà: sei cieco e nessuno ti vuole.” Bhe VAFFANCULO Tom. Mi avevi promesso che ce l’avrei fatta e ora sono rinsavito e so che, cazzo, io posso fare qualsiasi cosa.» Si, Bill. Puoi fare qualsiasi cosa. Puoi cantare anche se non hai voce, puoi esibirti anche se hai l’angoscia che ti spacca la faccia in due. Bill Kaulitz può fare tutto e il contrario di tutto. L’ha sempre dimostrato. Non smetterò ora. «Domani hai la prima seduta. Ecco, ora sai tutto e il mio compito si limitava a questo, visto che da me non ti fai nemmeno più sfiorare. Vedi cosa fare. Parlare per un’ora o tacere per sempre.» Se mi avesse dato un colpo d’ascia sullo sterno mi avrebbe fatto sicuramente meno male. «Lo farò.» sibilo, prima di sprofondare sotto coperte e cuscini. «Notte, Bill.» Notte eterna.
« by RedSam ~ commenti (2) °
martedì, 20 gennaio 2009 alle 19:58
Capitolo 4 I wont talk anymore Ascoltare: una piacevole condanna. Diventato cieco, è come se fossi rimasto anche muto. Se perdi l’uso della voce, nessuno può impedirti di vedere o di ascoltare, ma quando il tuo unico problema è che non vedi, ti resta quell’unico briciolo di autonomia e di libero arbitrio per quanto riguarda la tua facoltà di parlare. Io non voglio parlare. Io voglio tornare a vedere. Vedere le guance rosse di mio fratello mentre mi insapona e strofina schiena e gambe. Vedere il mio esile corpo rabbrividire nel tepore dell’acqua. Vedere scritte sulla lavagnetta in cucina le date di quei concerti nei quali non sarò mai più in grado di esibirmi. Invece brancolo nel buio e mi sento cadere non appena i miei piedi toccano terra e i polpacci troppo magri si ritrovano a sorreggere senza punti di riferimento quest’ammasso di inutile spreco di carne. «Ecco, sei pulito ora.» Tom mi spazzola i capelli con premura, mentre stringo convulsamente un asciugamano attorno alla vita, sperando di potermi aggrappare ad esso per sempre o mai più. È bello essere spazzolati, bello contro ogni aspettativa: ho sempre detestato lasciar curare i miei capelli agli altri, con quello che mi è costato farli arrivare ad essere ciò che sono ora. «Bill mi spaventi se non parli mai… Sono passate quante settimane dall’incidente in piscina? Tre, quattro? È quasi un mese che non apri bocca… ho paura Bill…» La cameriera non ha detto nulla sul nostro incontro, sulla nostra chiacchierata. La prima cosa buona che fa. Tom mi solleva e poi mi posa sul letto, quattro metri e trenta centimetri più in là. Dettagli che non mi sfuggono più. Anche io ho paura, Tom. Anche io. Non sai quanta. E se tornassi ad essere quello di prima, ti piacerei lo stesso? Quello di prima ma senza vista. Quello di prima ma che non può cantare su un palcoscenico. Quello di prima svuotato di tutto ciò che è sempre stato. Bill prima era perfetto. Adesso cosa sono? Dimmelo, Tom. Cosa è rimasto del vecchio Bill? Un corpo vuoto. «Bill, un giorno tornerai a cantare. Quel giorno capirai che niente è finito a meno che non lo voglia tu.» Fino ad allora voglio semplicemente spegnermi, ed aspettare in silenzio. … Il solito prato, la solita voce. Ma questa volta siamo seduti a terra, lei respira con lentezza, accoccolata tra le mie gambe, il suo alito sa di caramelle e fragola. «Devi imparare a vedere, Bill.» «Ma non posso, sono cieco.» Già, sono cieco, non potrò mai più vedere nulla. Sfioro i suoi capelli, sono tagliati in un perfetto caschetto, un taglio alla francese. Provo ad immaginarne il colore, li visualizzo biondi, morbidi, lisci. «Tu non sei cieco.» «Si, si che lo sono. Non posso vederti, non posso nemmeno vedere dove ci troviamo.» «Allora credo tu sia stato cieco tutta la vita.» Ora si è voltata, il suo viso è poco distante dal mio, lo posso sentire. Il profumo è molto intenso. «No, ti sbagli. Prima dell’incidente ci vedevo benissimo.» Produce un suono cristallino, un riso che non ha niente a che vedere con lo scherno o la gioia. Una sottile risata di pietà. «Ne sei davvero convinto?» … Mi sveglio di soprassalto. Grazie per avermi risparmiato la risposta. Che assurdità… io ho sempre visto benissimo, non ho nemmeno mai portato gli occhiali. Mi passo una mano sulla fronte, raccogliendo l’usuale velo di sudore freddo che vi si deposita alla fine di ogni sogno in cui compare lei. Lei che è l’unica al mondo che riesca a fare chiarezza sul mio dolore, l’unica al mondo a non esistere affatto, se non nei miei incubi. «Tom! TOM!» Passi affrettati lungo il corridoio, un corpo che entra dalla porta della mia stanza e si blocca all’improvviso. «Non sei mio fratello, i suoi passi hanno un suono diverso… dov’è Tom?» «Sta dormendo, suppongo. Hai bisogno di qualcosa?» «No. No no vai via. Posso fare da solo.» La ragazza esce, titubante. Attendo esattamente centotrentacinque ticchettii dell’orologio a muro, prima di mettermi a sedere sul materasso. Cerco a tentoni le ciabatte e le infilo con precisione, così da non perderle dove so di non poterle ritrovare. Cammino lungo il corridoio, al di là della mia stanza. Conto mentalmente i passi: la porta di Tom è la terza a destra. Tom ha lottato con lo staff per avere una suite accanto alla mia, diceva che non gli importava, che sarebbe stato bene anche in un ripostiglio, oppure sul pavimento della mia stanza, pur di starmi accanto. Minacciava di cambiare hotel se non lo avessero accontentato. Poi sono stato io a dire che non avevo bisogno di averlo accanto: ce la faccio da solo. «Tom…» busso alla porta. Nessuno risponde. Sfioro con l’indice il cartellino appeso alla maniglia, stampigliato c’è il numero della sua stanza. Dovrebbe essere dentro, quindi. «Tom…» Magari dorme. L’idea mi suona strana: mio fratello che dorme. Ultimamente lo vivo come se fosse un supereroe, l’uomo bionico che non dorme, non mangia e non va in bagno. Ma Tom non è un supereroe. Sono sempre stato io quello perfetto, la metà “esatta” del nostro unico essere gemelli. «Tom… Tom ma ci sei? Uso il tuo bagno… nel mio ho paura… quel fottuto scalino mi fa sempre paura…» biascico, certo che lui non possa sentirmi. Tengo entrambe le mani appoggiate ad una parete ruvida, striscio contro il muro fino ad incontrare uno stipite liscio e freddo, di metallo. Sento un fruscio provenire dal letto, Tom sibila, intimando di fare silenzio. «Cazzo, scusa… non volevo svegliarti.» mormoro, ma mio fratello non si rivolge affatto a me. Mi blocco e balbetto: «Non sei solo, vero?» «Non preoccuparti… aspetta, ti accompagno in bagno.» Cazzo. «Cazzo… no no me ne vado, scusa, non volevo…» «Tranquillo Bill, no mi dai affatto fastidio! Dai vieni…» Prova a prendermi per un braccio, ma dopo appena un metro io lo strattono dall’altra parte. «NO! Io vado… vi… vi lascio soli… scusa, scusate ancora.» Faccio per tornare indietro, ma preso dalla foga inciampo nei miei stessi piedi, atterrando a pancia a terra sulla moquette. Impreco, stringendo i denti: sento la caviglia destra pulsare in modo orribile. «Bill!» Tom atterra accanto a me, sulle ginocchia, prendendomi subito per le ascelle e cercando disperatamente di tirarmi su. Oppongo resistenza solo per qualche secondo, poi mi lascio mettere a sedere. «Ahi… fa male…» «Perché sei così testardo? Mhn?» mi passa un dito lungo la guancia, disegnandone il profilo. Sento una sua mano grande e calda posarsi sul piede dolorante e iniziare a massaggiarlo con energia. «Tom, merda! Qualche mese fa se ti avessi interrotto mentre scopavi mi avresti preso a calci e poi mi avresti sbattuto la porta in faccia… non devi modificare le tue abitudini solo perché…» «Solo perché non ci vedi più? Solo perché stai male? Solo perché hai bisogno di aiuto? Bill… ma ti rendi conto di quello che dici? Coglione sei mio fratello… credi che un paio di tette e una figa contino più di te?» La porta della camera sbatte, mentre un “vaffanculo, stronzo” vola attraverso la parete, fino a noi. Credo che “il paio di tette e la figa” in questione non abbiano gradito il commento di mio fratello. «Mi sa che stasera vai in bianco…» bisbiglio, strappandogli una risatina della sue. «Zitto scemo… ma tu non dovevi andare a cagare?» «Ah. Ah. Ah.» «Dai, vieni.» Mi solleva, mettendomi un braccio dietro la schiena e sospingendomi lentamente verso la nostra destra, fino alla tazza del gabinetto. «Tom…» «Ce c’è?» «Stai qua a guardarmi?» «No idiota, mi tolgo il preservativo, visto che grazie a te stasera dovrò fare da solo.» Sorrido, come se anche lui fosse cieco e non potesse vedermi Non so perché, ma mi piace l’idea che uno di noi sorrida senza che l’altro possa vederlo, perché non è necessario vedersi. Senza lui non so come farei. È il fratello migliore che potesse capitarmi. … Mi sveglio tra le coperte di un letto identico al mio, ma che ha un odore totalmente differente. Immergo il viso nel cuscino ed annuso. Sa di Tom e di un altro profumo. Chanel e cannella? Mi sollevo a fatica sugli avambracci, sommerso da una vaporosa coperta. «Mmmn» «Mmmn?» «Mmmn.» «Mmmn Bill cazzo stavo dormendo!» «Vaffanculo, chi ti ha detto di alzarti scusa? Ho solo mugugnato!» «Taci, torna a dormire.» «Tom perché sono nel tuo letto?» «Cos’è? Ti preoccupi? Non comincerai a credere a quelle psicocazzate sul twincest? Dai, girati e dormi.» ridiamo insieme. «Tom…» «Eh?» «Cos’è questo profumo?» «Ahn, si sente ancora? Bho… quella ragazza ha un profumo strano.» «Quale rag… ahhh ho capito. Scusa per ieri sera!» «Nessun problema… era solo la ragazza del pranzo. Quella ce l’ho sempre sottomano, posso sempre riprovarci.» Tom fa una risatina beffarda delle sue. Io sto in silenzio. Improvvisamente, non riesco più a muovere nulla. Sento così male che nemmeno il buio mi ha mai spaventato così tanto. «To..tom…» ansimo, stringendo la mano destra al petto. «Tom…» un verso strozzato, lo stesso che produrrei che avessi la gola occupata da una grossa spugna. Le mie dita si contorcono, come in preda alle convulsioni. Comincio a strapparmi di dosso la maglia del pigiama ma, quando finalmente sono riuscito a toglierla, non riesco più a fermarmi: inizio a graffiarmi il petto. Non riesco a respirare. Sento la pelle stretta addosso. Mi stringe. Non riesco a respirare. Aiutami Tom! Aiutami…
« by RedSam ~ commenti (2) °
venerdì, 09 gennaio 2009 alle 13:16
About Me
Benvenuto/a nel Blog di RedSam! Qui posto regolarmente le mie fanfiction riguardanti i Tokio Hotel.
Giu| 17 anni| Bologna| kikitrack@gmail.com| NO MSN
Nella sezione "Links" troverete tutti i miei vari accounts n_n
Du Wirst Fur Mich...
...Immer Heilig Sein.
Poche Regole
Ich L i e b e…
♥Deutsch
♥Hot chocolate
♥Ice cream
♥Heart shaped glasses
♥Sweets
♥Traveling
♥Sushi dipendence
♥Vintage stores&shoes
♥American cupcakes
♥Late nights parties
♥American t.shirts
♥Decadent music
♥Friends and chinese food
♥Compulsive shopping
♥Sashimi
♥Writing thoughts
♥Lovelovelove
♥Late nights fever
♥Singing stupid songs
♥Hot voyage tea
♥Japanese & american fashion
♥Hollywood life
♥Fake eyelashes
♥Futuristic technology
♥Saki
♥Mineral water
♥Fresh fruit
♥Sweden cities and Danemark
♥Germany, in my heart
♥Lui.
Ich H a s s e…
†Ipocriti
†Amare troppo
†Superficiali
†Truzzi
†Oche
†IlNonSaperOdiare†Illudermi†Chi non sa ascoltare†Chi non vuole capire†Chi non sa divertirsi †I pregiudizi †Lui
Music
La musica che Amo
???
W i s h l i s t
FF Online
Ecco una lista delle mie FF online su questo blog. In seguito ne verranno aggiunte altre attualmente online su altri domini.
Commenti Recenti
RedSam in Blind - Ultimo, Capi...
utente anonimo in Blind - Ultimo, Capi...
Categorie
bill kaulitz
blind
fanfiction
gemelli kaulitz
georg listing
gustav shafer
info & iniziative
nevica febbre
not real
one shot
puppetmastaz crew
tokio hotel
tom kaulitz
tom kaulitz von mystified
Archivio
Links.
Dove trovarmi:
;Netlog
;EFP
;MySpace
;Facebook
<3
Sucker love is heaven sent
You pucker up, our passion's spent
My hearts a tart, your body's rent
My body's broken, yours is spent
Carve your name INTO my arm
Stats&Credits.
Se passi, lascia un commento; inoltre puoi commentare la grafica CliccandoQuì;
*loading* utenti hanno visitato il mio blog: Danke shoen!
Template © ~ G i u .;
Template distribuito esclusivamente su Taiwan Graphix