Not Real - Ringraziamenti e Citazioni


Ringraziamenti.

 

Not Real giunge al termine. Not Real. Due parole che incontro spesso.

Poniamoci qualche domanda e misuriamo i nostri sentimenti, ma non cerchiamo di razionalizzare l’irrazionalizzabile.

 

Ringrazio Bill, Tom, Georg, Gustav, Saki, Ali, David Jost, Matt Turk, la donnina del Mc Donald’s e altri perché li ho trasformati senza pietà in burattini nella mia storia.

Ringrazio Ruki dei The GazettE per aver interpretato il ruolo di Dio.

Mi scuso con Brian Molko e i Placebo per averli citati così tante volte in una storiella come questa.

Ma ringrazio soprattutto chi l’ha letta e commentata, chi mi ha seguito in questo folle viaggio in ogni mio alto e basso stilistico, in ogni strafalcione e in ogni momento chiave.

Grazie a tutti. Davvero.

 

Lista delle citazioni:

 

Chap 1:  Prelude - My Chemical Romance

Chap 2:  So I thought – Flyleaf

Chap 3:  A Modern Myth – 30 seconds to Mars

Chap 4:  So I thought – Flyleaf

Chap 5:  /

Chap 6:  Liquor & Love Lost - Bring Me The Horizon

Chap 7:  Breath Today – Flyleaf

Chap 8:  Nothing’s like before – Devilish

Chap 9:  Piano Bar – De Gragori

Chap 10:  For A Pessimist I'm Pretty Optimistic - Paramore

Chap 11:  Dal capitolo 11 di Not Real

Chap 12:  There for You – Flyleaf

Chap 13:  Eifersucht (traduzione) – Rammstein

Chap 14:  /

Chap 15:  /

Chap 16:  /

Chap 17:  All Around Me – Flyleaf

Chap 18:  In die Nacht – Tokio Hotel

Chap 19:  /

Chap 20:  Love Song – Pink

Chap 21:  Who Knew – Pink

Chap 22:  I know – Placebo

Chap 23:  You’ll be in my heart – Phil Collins

Chap 24:  Protégé Moi – Placebo

Chap 25:  Running Up That Hill - (Kate Bush) Placebo

Chap 26:  Running Up That Hill - (Kate Bush) Placebo

 

La prossima FF arriverà presto, promesso.

Volevo aver pronti almeno i primi capitoli prima di iniziare a pubblicarli…

Ebbene si, non l’ho già scritta tutta come avrei voluto fare.

Purtroppo ho tante i dee e troppo poco tempo per realizzarle tutte, spero capiate.

Vi chiedo di pazientare un paio di giorni, poi il primo capitolo sarà qua *-*

 

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sabato, 31 maggio 2008 alle 21:57

Not Real - 26


Ultimo capitolo.

Fa male scrivere queste parole, ma ogni cosa ha un termine, specialmente questa storia.

Dedico questo capitolo a una persona speciale, Alice.

Che ha seguito questa storia anche nei retroscena, imparando lentamente a conoscermi.

Forse io non sono sempre stata in grado di capire lei, ma so che parlarle mi ha fatto bene e mi ha fatto scoprire aspetti diversi della vita.

Grazie Ali, grazie di tutto.

Hai un grande talento, non buttarlo via, credici fino in fondo. Io ci credo ^-^

Chap 26

 

“It doesn't hurt me.
You want to feel, how it feels?
You want to know, know that it doesn't hurt me?
You want to hear about the deal I'm making.
You, (If I only could, be running up that hill)
You and me (If I only could, be running up that hill)”

 

Prendo una boccata d’aria insieme a lui.

Tanto cosa cambia oramai?

Tanto l’ipocrisia regna.

Tanto lui sa che io e Tom abbiamo fatto sesso quella notte.

Tanto io so che lui ha fatto sesso con la giornalista bionda quella notte.

Tanto stava scritto nel cielo pieno di stelle di quando ci siamo conosciuti che sarebbe finita così.

Lui svetta altissimo tra tutti nel cortile della villa, gli abiti aderentissimi e i capelli lisci e neri. Nuovo taglio. Nuovo trucco. Nuovo Bill.

Non l’ho mai visto così bello, non l’ho mai visto così MORTO.

Mi manca il mio Bill.

Chissà se a lui manco io, o se ormai ha altro a cui pensare.

Tom si aggira attorno al buffet, lanciando sguardi pigri nella mia direzione, di tanto in tanto. Sembra un cane bastonato da quando gli ho detto che non esiste, che non tradirei Bill mai e poi mai. L’acohol ci ha giocato un tiro mancino.

Si, illuditi che sia così.

Probabilmente è andato tutto come doveva andare.

Il destino forse esiste: parti da casa senza un soldo e senza un lavoro e ti ritrovi a guardare le stelle con colui che hai sempre sognato di incontrare.

Così cieca da non accorgerti che quello che ami non è lui, ma è lui. L’altro lui. Quello che ti ha salvata, quello che hai scambiato per illusione.

L’unico che ti ha amata.

Perso per sempre.

Come i miei sogni.

Persi per sempre.

Georg mi sfiora una mano passandomi accanto. Incrocio il suo sguardo: c’è tristezza nei suoi occhi, come se sapesse già che oggi è l’ultimo giorno.

Che non ha più senso che ci prendiamo in giro.

Suona il cellulare e Bill risponde. È lei.

Perfetto, ora risponde alle sue chiamate anche davanti a me, dato che sappiamo entrambi che non serve più a nulla mentire.

Non sono gelosa: non c’è nulla per cui valga la pena essere gelosi.

Io vedo Tom, lui vede lei.

Peccato che Tom sia suo fratello e che non gli farei mai una cosa simile.

Dunque io sola, lui con lei.

Sola perché Bill non esiste più. Bill è bellissimo, Bill è MORTO.

Non c’è più luce nel suo sguardo, non c’è più sangue ad affluire nel suo cuore.

L’ho perso, perso per sempre.

Come se lo avessi mai trovato. Non l’ho mai trovato.

Quanto passerà prima che ammetta con sé stesso che noi due abbiamo perso la battaglia, la sfida? Cantante e cameriera possono stare insieme.

Illusa e illusione no.

«Vado in camera.» sussurro, certa di passare inosservata.

Lui chiude la chiamata e mi guarda.

Per un attimo colgo una sfumatura di interesse nel suo sguardo.

O vuole fare sesso, oppure anche lui, come Georg, ha capito.

Abbasso la testa e cammino lungo il vialetto.

Ci credo ancora? No. Non ci credo più.

Le scale sembrano così ripide, così scivolose. Ci rischio la pelle, faccio fatica a scalarle. È dura sapere che perderò quell’unica certezza. Bill. Che, anche se non mi ama più, anche se mi lascia bere senza dire nulla, anche se il massimo è il sesso, era l’unico.

Spalanco la porta con un colpo secco e un pezzo di carta mi attende sul letto.

Sorrido.

Eccola.

L’aspetto da tanto.

È così che Bill dice addio di solito. L’ha detto Tom quel giorno afoso ad Amburgo. Sembrano passati mille anni.

Scoppio a piangere prendendola in mano.

Scoppio a piangere dopo settimane che non accadeva più.

«Perché non piangi, perché non ti sfoghi?» mi domandava Tom, dopo che per l’ennesima volta Bill era tornato a casa con l’odore del sesso addosso. Sesso con un’altra.

«Perché se non mi anestetizzo muoio, Tom.»

Una bella busta, sicuramente Bill l’ha scelta di persona.

È di un delicato color panna, decorata da un motivo anticato a fiori.

“Per Te” c’è scritto, anche la calligrafia è la sua… almeno ha evitato la bassezza di scriverla a computer.

Non la apro.

Non la leggo.

Va bene così, davvero. Va bene che sia andata così. Va bene anche se la smettiamo di farci del male.

Infilo la lettera nella borsa: non è la Gucci che mi ha regalato per farsi perdonare la prima scappatella, è la piccola borsa nera da viaggio che avevo alla mia partenza da Milano. Un po’ consumata.

Dentro ci sono giusto pochi soldi, i CD dei Placebo e dei TH che avevo portato e qualche foto di me e loro.

E ora una lettera.

Che non ho intenzione di leggere.

Uscendo dalla stanza lancio un’ultima occhiata ai mobili e tiro su con il naso: basta piangere.

 

 

Tom mi vede da lontano mentre salgo sul taxi.

Lo scorgo riflesso nello specchietto retrovisore.

Ha un’espressione indecifrabile cucita addosso: non vuole rendersi conto, lui sa solo amare ingenuamente. Non sa cosa sia l’odio, non conosce il dolore.

Una lacrima gli riga il volto mentre il taxi gira l’angolo.

Anche lui svanisce.

 

 

“Non credere che non veda la tua sofferenza. La vedo. La percepisco.

Soffro anche io.

Ma a cosa serve dirtelo? Lo sai già… tu sai sempre tutto. Tu sai sempre tutto di me.

Tu hai visto qualcosa che gli altri non hanno mai voluto vedere.

Hai baciato le mie vene, ne hai risucchiato la vita e l’hai resa tale. Tu mi hai fatto vivere.

Tu hai preferito me all’infinito che stavi cercando. Tu mi ha avuto.

Non so a cosa serva specificarlo in questo momento, ma tu mi hai posseduto. Solo tu.

È inutile raccontarci altre bugie.

Potrei dirti che sei la sola al mondo, la più bella che esista, l’unica.

La verità è che non sei l’unica. Non sei la sola. Lo sappiamo entrambi.

La verità è che non sei la sola, semplicemente sei la sola per me. Nient’altro.

Che tu ci creda o no, non sono morto. Solo non provo più nulla.

Bacia mio fratello, facci quello che vuoi.

Non mi interessa.

Non mi interessa se esco con altre donne, come non interessa a te. Loro non sono nulla. Loro sono sesso.

Non raccontiamoci bugie: io non valgo molto.

Sono un cinico bastardo che preferisce ignorare te e il tuo dolore piuttosto che chiederti se possiamo ricominciare, se c’è ancora speranza.

Ed è da persona egoista ed egocentrica che ti imploro di restare. Non abbandonarmi qui, tra sorrisi e facce che sono solo maschere. Non abbandonarmi dove so di non poter sopravvivere.

Smettiamola di raccontarci bugie.

Proviamo a non farlo più.

Proviamo a cercare le stelle, ricordi? Non le vediamo, ma da qualche parte dovranno pur essere… si saranno nascoste per un po’… ma io le devo cercare, per continuare a vivere.

Non abbandonare questo cinico bastardo che per te, lo so, conta ancora qualcosa.

Non lasciarmi, Giu… io non lo farò mai.

Ti amo, per quanto possa valere.

E sono disperato.

Sono cieco. Senza di te.

 

Bill.”

 

 

La pioggia uccide il marciapiede.

Lo colpisce, lo affoga.

I passeggeri scendono assieme a me e imprecano per via del tempo.

Io il tempo lo ringrazio.

Perché ora sono qui, un po’ d’acqua non può farmi soffrire.

Nella folla un paio di occhi accarezzano i miei: eccola.

Non è cambiata come non sono cambiata io, colori di capelli a parte.

Ci salutiamo con un sorriso e un muto abbraccio: cosa potremmo dirci in questo momento?

Nulla. È andato tutto com’era prevedibile che andasse. E lei è stata sempre accanto a me.

Un uomo sulla cinquantina mi sorride, lo sguardo stanco ma felice.

Nemmeno mio padre è cambiato, i suoi capelli sono neri e argentati come lo erano tempo fa.

Li abbraccio entrambi, lasciando cadere a terra i bagagli.

Pitty indica l’angolo della lettera che sporge dalla tasca della mia borsa.

«Cos’è quella?»

«Una sua lettera.»

«L’hai letta?»

Scuoto la testa. Sa già tutto. E lo so anche io.

«Hai intenzione di leggerla?»

Ci guardiamo fisso per un secondo.

Guardo prima loro due, poi la busta.

Non torno più indietro.

Senza smettere di guardarli, allungo un braccio e la lascio scivolare a terra.

Si inzuppa e la carta si scioglie.

Fingo di non vedere un “Ti amo” trasparire dalla pagina bagnata.

Gli permetto di sbiadire come è sbiadito ciò che provo. L’inchiostro sparisce mentre prendo per mano Pitty e mio padre.

 

Siamo sole in un parchino per bambini.

Si sta facendo buio, ma non voglio andare a casa senza prima aver finito di ascoltarla.

È da tanto che non parliamo. Che stupida, è come se l’avessi sostituita con Bill in questo periodo, come se chiamarla non fosse poi così vitale se c’era lui.

Lui non era vitale.

Lei è vitale. Noi siamo le Taiwan Albergo, per Dio!

Noi non moriremo mai.

«C’è una persona per te…» sussurra all’improvviso, indicando qualcuno alle mie spalle.

L’altalena cigola, mi si ferma il cuore.

Non può essere lui.

Mi volto con lentezza, socchiudendo gli occhi nella speranza di attutire la fitta al cuore nel caso fosse davvero così.

Non può essere.

 

 

Un ragazzo alto e magro la guarda dritta negli occhi.

Sorride, non batte nemmeno le palpebre.

Lei sa chi è lui.

Lo credeva perso per sempre.

«Tu vedi quello che vuoi vedere, senti ciò che vuoi sentire… ricominciamo insieme…»

Bisbiglia il ragazzo, nel buio.

Lei le conosce queste parole. Le sono state bisbigliate nell’orecchio in una notte di disperazione. In quella notte che doveva essere l’ultima. L’ultima della sua esistenza.

Il ragazzo si avvicina di un passo, ma non serve: lei gli già gettato le braccia la collo e passa una mano tra i suoi capelli corti. Sono bianchi.

Lei piange.

Lui avrà al massimo vent’anni ma ne dimostra molti di meno.

Lei beve ogni singolo secondo che passa sfiorando i suoi lineamenti spigolosi e aggraziati.

Lui si lascia toccare, lo sguardo intenerito, il cuore che finalmente batte. Batte come prima non poteva fare.

«Sei molto più bello quando non sei lui.»

Giulia si alza sulle punte dei piedi e affonda le labbra in quelle di lui.

Colui che lei aveva cacciato via.

Colui che le aveva salvato la vita.

Colui che non doveva essere reale.

L’unico che era reale davvero.

Ora lei ha una seconda possibilità, concessale da uno strambo ometto vestito di rosso, bastardo dentro, che si  privato di un angelo per renderlo umano.

Ora lui è vivo. Ora lui è reale.

A volte passiamo la vita alla ricerca di qualcosa, non accorgendoci così che tutto ciò di cui avevamo bisogno era proprio lì, accanto a noi sin dall’inizio.

 

E, anche se  doloroso, è giunto il momento di porre due paroline in fondo a questa pagina, con la speranza che continuerete a seguirmi: 

…Fine.

Grazie a chi ha seguito questa fic e ha lasciato commenti!

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mercoledì, 28 maggio 2008 alle 21:00

Not Real - 25


Chap 25

 

“And if I only could,
Make a deal with God,
Get him to swap our places,
Be running up that road,
Be running up that hill.”

 

Io lo odio. Lo odio lo odio lo odio lo odio lo odio.

E mi odio per aver ceduto al suo fottuto fascino.

E mi odio per averlo cercato.

È un po’ con la storia del topo che va a cercare il formaggio nella trappola a molla pur sapendo che verrà inesorabilmente schiacciato. Perchè il formaggio per lui è irresistibile, è come una ragione di vita. E allora anche il pericolo della morte passa in secondo piano.

Percorro il corridoio di fretta, in cerca di una boccata di ossigeno e di una via di fuga dal pensiero insistente e doloroso di lui e di quel Ti Amo che non ha detto.

Mi sarei accontentata anche di un patetico “Anche io.”, ma forse ad essere patetica sono solo io.

Entro in ascensore e sistemo i capelli cotonati e sparati in tutte le direzioni: sono perfetti nella loro statica frenesia. Mi assomigliano un casino, per questo li adoro.

«Buondì!» Tom mi accoglie con un bacino sulla fronte, un gesto che, ai miei occhi, lo fa apparire come un gigante fuori dal mondo, troppo alto persino per me che sono 1.75 metri.

«’Giorno… tuo fratello chiede se gli porti un croissant in camera.»

Tom mi lancia uno sguardo provocatorio e interrogativo che preferisco evitare di osservare troppo.

«Io non gli porto proprio un cazzo. E comunque sono le sei di sera, non fanno più servizio bar…» risponde, affondando la mani nella larghe tasche dei jeans e alzando un sopracciglio.

«è quello che dico anche io, in questi casi. Cosa facciamo stasera? Io non ho voglia di stare in hotel.»

Lui e Georg annuiscono: siamo più o meno sulla stessa lunghezza d’onda quando si tratta di uscire in compagnia, anche loro, come me, preferiscono i pub alle discoteche, decisamente troppo affollate e troppo rumorose.

Tom aspetta di restare solo con me per un minuto, mentre Georg si allontana per comunicare a Saki i nostri presunti programmi per la serata, poi si avvicina un po’ di più.

«Se le cose con Bill non vanno bene… non è colpa tua.» bisbiglia, tenendo lo sguardo mascherato dal grosso paio di occhiali da sole.

«No, con Bill va bene…  solo che… sembra strano, sembra che non gli importi più nulla. Come se fossero bastate poche settimane per far svanire la magia.»

«Magia?»

«Quel groppo in gola che senti quando… quando ami…»

«Amore…»

Non mi crede, vero? Non crede che Bill sia mai stato innamorato di me.

Io invece continuo a crederci.

Anche quando non possiamo vederle, le stelle ci sono. Non è così?

 

 

«Come va?» la mia voce cade nel silenzio più assoluto. Gustav si schiarisce la voce, nervoso.

Sento che sto impallidendo: temo di averla fatta davvero grossa questa volta.

Che poi, nessuno mi obbliga a dirle che la amo, no?

E poi, la amo? Non lo so.

È carina, simpatica, dolce, lunatica, interessante. Non posso amare una ragazza così.

Non posso amare proprio.

Tenerla nascosta, tenere tutto dentro, continuare a mentire, giocare a dadi con il destino in attesa che un qualsiasi paparazzo sbatta in prima pagina una foto di noi in camera che facciamo l’amore così che tutto il mondo possa darle della troia.

Che amore è il nostro…

Che amore siamo noi…

Una cosa che non è reale.

Un’illusione.

Siamo due illusi.

Lo siamo sempre stati.

Saki parcheggia davanti all’ingresso del club con una brusca manovra e ci fa segno di scendere: due addetti alla sicurezza in borghese ci attendono già.

Nessun fotografo.

Provo a prendere la mano di Giulia nella mia ma lei non ricambia la stretta: la sento debole, distante, fuggevole.

Ho paura.

Lei no.

So che lei ha Tom adesso. Mio fratello la sta portando via. Via dall’illusione.

Lui non parla mai d’amore, non ci pensa neanche. Forse è di questo che lei ha bisogno: del gemello concreto, del gemello umano, della versione simpatica e meno isterica e paranoica di me.

Il locale è denso di gente e a mala pena si riesce a vedere il bancone del bar.

E per fortuna che abbiamo evitato la discoteca proprio per questo motivo.

«Ho bisogno di qualcosa di forte.» bisbiglia lei, trascinando Georg verso un bar-man.

«TU sei troppo piccola per bere!»

«Siamo qui per distendere i nervi, no?»

Già.

Che altro potremmo fare noi due fuori il sabato sera?

 

 

«Cosa vuoi tu da bere?»

Tom si appoggia con un fianco al bancone.

Sta benissimo nella maglietta rossa che gli abbiamo regalato come ricordo dell’ultima tappa del tour.

Cerco con lo sguardo Bill, ma l’ho perso.

Un pensiero che fa male se formulato così.

«Non lo so. Un Daiquiri alla fragola…»

«Ok…» sorride e si rivolge al barista «Un Daiquiri rosso e un Angelo azzurro.»

Un angelo.

Un angelo.

Che ho cacciato via per sempre.

Al primo bicchiere ne seguono altri cinque.

Annego adesso.

Annego qui.

Annego tra le sue braccia, e dimentico.

 

 

Il mondo appare e scompare, fumoso e accaldato, tra le luci colorate ad intermittenza.

Cerco con lo sguardo Giulia ma, nella folla, non riesco più a trovarla.

Spero non sia sola e che non si sia messa nei guai: non potrei mai perdonarmelo.

In un angolo scorgo Tom in compagnia di una ragazza alta poco meno di lui, snella, capelli lunghi e chiari. Una bella scelta.

Ballano strettamente allacciati, il bacino di lui spinge aritmicamente contro il corpo di lei.

Tutto il club si muove a ritmo dei Vengaboys e, in un attimo, mi trovo abbastanza vicino alla coppia da poterle guardare le gambe. Sono lunghe come piacciono a me.

Vorrei domandare a Tom se ha visto Giulia, ma lo vedo troppo impegnato in una “conversazione” che sembra farsi più spinta ogni istante che passa.

Sento il sangue pulsare e scivolare torrido verso il basso ventre, mentre la lingua di Tom entra ed esce con passione e frenesia dalla bocca della ragazza.

Le sue mani scendono sul seno di lei.

Con lentezza.

Mi eccita davvero osservare Tom in atteggiamenti simili? Forse si, perché non riesco a fare a meno di pensare a lei.

Il piacevole tepore dell’erezione mi provoca il famigliare vuoto mentale che mi invita sempre più ad avvicinarmi ai due corpi allacciati.

La febbre della danza non mi facilita i movimenti, eppure in poco tempo arrivo alle spalle della sconosciuta.

«Tom.» tento di chiamarlo, la musica è troppo alta.

«TOM hai visto…?»

La domanda cade nel vuoto, troncata senza pietà da una stretta allo stomaco: la ragazza barcolla e lascia cadere a terra il bicchiere di alcohol, travolta dall’attacco di Tom.

Tom e Giulia.

Mi hanno tradito entrambi.

E lo stupido in tutto ciò sono solo io, che prendo ed esco dal club, sfoderando il cellulare e cercando un numero.

«Pronto?»

«Sono Bill. Bill Kaulitz.»

«Bill! Oddio che sorpresa! Speravo mi avresti chiamato! Ma… stai piangendo?»

 

 

Una stanza nera.

Odore di alcohol.

«Dove siamo?»

-Mh. A casa mia.-

Sento la testa che smette improvvisamente di girare e il corpo tornare pesante, vivo.

Sollevo gli occhi e incrocio quelli di un uomo mortalmente pallido, vestito di velluto rosso e con un grosso cappello. Il suo sguardo è surreale.

Il suo occhio destro, quello azzurro, mi fissa come se volesse trapassarmi.

Un brivido lungo la schiena.

«Cazzo. Questo deve essere una specie di incubo o un’allucinazione, vero?»

-Può essere: guarda là sotto in che stato sei.-

L’uomo indica con un’unghia lunga e smaltata il pavimento fattosi improvvisamente vuoto.

Vedo me stessa che barcolla e cade tra le braccia di Tom.

Si sente fin qui l’odore del suo alito mischiarsi con il mio.

Sanno di gin, cointreau e rum.

Sanno di amaro.

«No, quella non sono io.»

-Io dico di si. Io so sempre tutto.-

Lo vedo con la coda dell’occhio mentre sorride.

La certezza mi scende dal petto allo stomaco. Oddio.

«Tu chi saresti? Dio? O Satana? Dei due non so con chi mi piacerebbe di più scambiare due chiacchiere.»

-Se fossi Dio probabilmente a quest’ora tu saresti abbracciata a Bill in riva al mare mentre il sole tramonta o qualcosa del genere, non credi? Se fossi Dio tu e lui sareste felici come desiderate.-

«Lui non mi ama, vero?»

-Vuoi la verità o quello che vorresti sentirti dire?-

Non rispondo.

Non sono sicura di volermi scontrare con la realtà.

L’irreale è molto meglio.

L’illusione mi fa star bene.

Nella realtà sono sbronza e ballo con Tom. Nella realtà non esisto.

La mia stessa voce mi giunge estranea e rotta dal pianto: «Se non sei Dio, allora chi sei?»

-Mi considero un buon mix.-

«Curioso. È così che ti ho sempre immaginato.»

-Per questo mi sei sempre piaciuta.-

Gli sorrido senza allegria.

E non chiedo altro che restare qui per sempre.

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sabato, 24 maggio 2008 alle 14:14

Not Real - 24


Chap 24

 

“Sommes-nous les jouets du destin?
Souviens-toi des moments divins
Planants, éclatés au matin
Et maintenant nous sommes tout seul
Perdu les rêves de s'aimer
Le temps où on avait
rien fait
Il nous reste toute une vie
pour pleurer
Et maitenant nous sommes tout seul.”

 

Il ragazzino trema lievemente, seduto sullo sgabello. So riconoscere un tremito da stress.

Si porta un’unghia perfettamente smaltata a pochi centimetri dagli occhi, per poterne controllare la superficie: è a posto.

Torna a rigirarsi il microfono tra le mani, in quel gesto così tipico di lui ed ingenuamente carnale che a impazzire chi lo guarda.

Lo guardo.

Ma non impazzisco.

Mi pagano per fare questo lavoro, tanto vale che lo svolga al meglio e che trovi una notizia veramente sensazionale da sbattere in prima pagina.

Solita domanda, non spero di ottenere una buona risposta.

«No,non sono mai stato innamorato davvero fino ad ora. Aspetto il vero amore e so che u giorno lo troverò… quello che ti fa girare la testa e vivere per l’altra persona.»

Come programmato.

Lui si passa un dito sotto all’occhio, cercando di catturare un grumo di matita nera che, ribelle, si è incastrato tra le ciglia.

Bill Kaulitz. 1 settembre 1989. Gemello di Tom Kaulitz. Cantante dei Tokio Hotel. Alto 1.83 cm. Peso 58 kg. Sfigato cronico in amore.

Ma oggi c’è una novità, qualcosa che nemmeno lui dovrebbe aver calcolato: le notizie viaggiano, non troppo in fretta, ma viaggiano.

«Alcune fans sospettano che la ragazza che hai atto salire con te sul palco a Lione non provenisse dal parterre in qualità di fan, ma dal backstage. Qualche dichiarazione al riguardo?»

Il ragazzino si irrigidisce sul posto, a disagio: non se lo aspettava. Buon segno.

«Riassumo brevemente i fatti di quella sera al Le Dome di Lione per i radioascoltatori che non avessero ancora carpito informazioni al riguardo. Dopo aver interrotto il concerto a due sole canzoni dalla fine, Bill Kaulitz sarebbe sparito nelle quinte, facendo calare dai tecnici un drappo bianco a coprire parte della scena e i colleghi musicisti. Corretto?»

Bill annuisce, quasi fosse dimentico di trovarsi in una stazione radio. Tiene lo sguardo fisso sulle mie scarpe, fino quasi a mettermi a disagio.

O è in preda a un qualche intenso flashback, oppure è un feticista dei tacchi a spillo, la qual cosa mi farebbe rabbrividire.

«Dopo qualche minuto sull’improvvisato megaschermo avrebbero cominciato a scorrere parole rivolte al pubblico che imploravan…»

«Ho solo domandato, con molta serietà, di restare in totale silenzio fino al primo ritornello di Durch Den Monsun. Spiegando che si trattava unicamente di fare una sorpresa ad una persona.»

«Esatto! E, a quel punto, hai portato una ragazza sul palco tenendola in braccio. Giusto?»

Annuisce di nuovo quasi impercettibilmente, mentre, perso nei suoi pensieri, arrossisce. Lo sguardo basso. Gli trema il labbro inferiore. Decido che è il momento opportuno per infierire.

«Ed ora sorgono spontanee alcune domande: innanzitutto, un cantante di fama internazionale come te e con il tuo fascino da teenager, come poteva pensare di far tacere una folla di 12000 persone? Non hai pensato ai rischi?»

«Mi pare abbia funzionato, no? Si fidano di me.»

«A proposito di fiducia: ci sembra giusto ora dare una risposta alla moltitudine di tue ammiratrici ora in crisi a causa dei pettegolezzi che girano attorno al “mistero di Lione”: Chi era la ragazza?. Una fan speciale o qualcosa di più?»

 

 

Dopo quasi un’ora di interrogatorio, l’intervista si conclude.

Faccio scorrere la mano lungo la parete bianca del corridoio e rischio di avere un mancamento. Bevo un caffè della macchinetta e provo a fare respiri profondi e lunghi. Era molto più semplice la vita prima di lei. No? Possibile che stia cercando in tutti i modi una scusa plausibile a quello che sta accadendo o forse la mia è solo paranoia?

Un ticchettio incalzante alla mie spalle: la bionda intervistatrice mi si avvicina con fare rapace.

«Visto? Ti avevo promesso che ci saremmo rivisti.» sorride, falsamente, sfiorandomi incantatrice il braccio mentre con la mano libera mi infila in tasca un pezzo di carta.

«Chiamami, Mr Kaulitz.» mi fa l’occhiolino e si avvia verso il suo ufficio, con passo sicuro e rumoroso sulle decolté nere.


 

Perché, tra tutte, proprio tu?

Perchè non la cameriera, la groupie, la truccatrice?

Perché tu?... Tu

Tra tutte, proprio solo ed esclusivamente TU.

Il modo in cui rimescoli il thé fa rimescolare ugualmente il sangue nelle mie vene.

Le tue mani si torturano in continuazione, i tuoi pensieri sono assorbiti da altro.

Immergi il cucchiaino nel liquido caldo e lo fai ruotare assieme allo zucchero sul fondo della tazzina.

Liquido caldo: un brivido che viaggia verso il basso ventre. Un brivido che mi assale alla gola.

Sono goloso, cosa posso farci?

Giri una pagina del libro in un fruscio infinitesimale che mi sembra durare un anno.

Le tue dita sulle pagine bianche mi appaiono incredibilmente erotiche, il tuo sguardo che legge un’altra frase, invece, semplicemente dolce.

Un’immagine di te che soffi sulla tazzina per non scottarti, rassicurante.

Mi schiarisco la gola, a disagio in questa totale e languida visione di te. Proprio te. Tra tutte.

Provo dolore e piacere nella certezza che non sarai mai mia, perché io devo scegliere questa via. Io mi trovo costretto a sceglierla, a guardarti da lontano e bearmi della tua innocenza. Del tuo fidarti incondizionatamente della mia amicizia disinteressata.

E vagherò per sempre nel dubbio della giustizia di questa mia risolutezza.

O te o lui. Semplice. La scelta è immediata.

Tu sei il piacere di un minuto di insania, lui è l’affetto di una vita intera.

Anche per te è così, non è forse vero?

Annuisci, leggendo una frase interessante. Nella mia mente annuisci per me.

Come se potessi ascoltare i miei pensieri, alzi lo sguardo nella mia direzione.

Attraverso le ciglia folte ed intrecciate intravedo i tuoi occhi ed è la fine.

Perché proprio tu?

 

 

«Tom, si può sapere cos’hai?» gli dedico un sorriso a fior di labbra, intenerita dal suo sguardo assorto.

Chiudo il libro e lo appoggio accanto a me.

Il tourbus vibra sotto di noi, sfrecciando alla massima velocità consentitagli sull’autostrada.

I sedili in pelle della zona relax ci fanno sudare e Tom sta seduto placidamente dall’altra parte del tavolino, le gambe spalancate e i rasta raccolti nella cuffia beige.

Risponde alla mia domanda con una risatina nervosa e mi fa cenno di avvicinarmi a lui.

Non raccolgo.

«Sei strano oggi, continui a fissarmi.»

«Sarà perchè non mi spiego come tu possa bere il thé caldo con i quaranta gradi che ci sono…»

«Anche io non mi spiego come mai tuo fratello è chiuso di là da quasi tre ore rifiutando di parlarci, però lo lascio lì a sbollire: ognuno ha le sue stranezze.»

«Bella risposta.»

Il pensiero resta a Bill e al suo silenzio.

Fa male più di quanto lui possa immaginare e il peggio è che non ha motivo di essere arrabbiato con noi, dunque deve essere qualcosa d’altro a turbarlo.

Forse dovrei tentare di nuovo un approccio, ma sono sicura che otterrei solo un ringhio smorzato dalla porta del bagno che ci separa.

Torno a guardare Tom.

Niente pare smuoverlo, è come acqua di lago, stagnante e serena nella propria posizione.

Io non riesco ad essere così, non riesco a trovare pace se non cambio di continuo.

«Credo che dovresti provare tu a parlarci, sai? Forse il problema è troppo personale e non… non riesce a condividerlo con me.»

Ammetterlo è doloroso, certo, ma sono consapevole di stare condividendo la mia vita con lui da solo poche settimane, anche se il mio cuore gli appartiene da molto più tempo.

Tom vive con lui da sempre, sicuramente di lui si fida di più.

«Se è questo che desideri, lo farò. Ma sappi che lo faccio per te, perché di parlare con quell’esserino schizofrenico e paranoico io non ho voglia.»

 

 

Il sole parigino fa capolino dalla finestra e mi scopre abbracciato a lei.

La osservo distendere con lentezza i muscoli intorpiditi, la schiena nuda scossa da un tremito di meraviglia alla vista del cielo terso e sereno.

«Buongiorno.» mi sussurra, senza girarsi.

Per un attimo nutro l’assurdo sospetto che ancora un po’ si vergogni a farsi vedere nuda.

Sorrido.

Ci siamo svegliati alle cinque del pomeriggio, cosa del tutto usuale quando si parla di me, e ancora più usuale se ho passato l’intera nottata a fare del buon sano sesso.

Sesso con la S maiuscola.

Un pensiero che sarebbe tipico di Tom, suppongo. Il pensiero di lui in questo contesto mi infastidisce ultimamente, le mie preoccupazioni in questo verso possono essere nascoste, ma non annullate.

Lei sbadiglia accanto a me e si concede un gemito sorpreso quando legge l’ora sul quadrante luminoso della sveglia.

«Cazzo abbiamo dormito fino a pomeriggio!»

«Così sorpresa? Hai presente fino a che ora siamo stati svegli?»

«Ero troppo occupata a far altro per guardare l’orologio.»

Si volta, mostrandomi un sorriso malizioso che mi fa letteralmente risvegliare di botto.

La bacio.

Meglio fare la doccia prima che sia già ora di tornare a letto.

Inoltre un po’ d’acqua fresca mi aiuterà a smorzare gli effetti che la visione del suo torso nudo mi provoca.

«Ti amo.» mi sussurra in un orecchio, mentre lascio scivolare a terra i boxer e mi trascino verso il bagno.

«Se non esco in tempo, ci vediamo a colazione, ok?» rispondo, stappando la boccetta dello shampoo.

Rifletto sul discorso fatto con Tom in tourbus, ieri.

Esaustivo.

Posso fidarmi di lei, ma non di lui.

E, dunque, non posso fidarmi di nessuno.

Strofino con cura ogni angolo della cute con la schiuma ai frutti di bosco, godendo la sensazione di frescura portatami dal getto della doccia.

Ogni sensazione, ogni dubbio, ogni problema, ogni microscopico imprevisto viene amplificato mille volte da quando la conosco. Forse è per questo che mi piace. Ma se non fosse lei la causa di tutto questo? Se mi avesse solo fatto aprire gli occhi di fronte a una realtà terribile ed eccitante quale può essere solo la mia vita da rockstar?

Si, probabile.

No, sconveniente.

Sono innamorato di lei e basta. Lei mi ha fatto scoprire tante cose… dovrei esserle grato.

Strizzo via l’acqua in eccesso dai capelli e faccio scorrere un’anta del box per poi atterrare su un morbido asciugamano steso a terra.

Scorgo il mio riflesso deformato rispecchiarsi nel vetro appannato.

«Giuly, mi porteresti qui il croissant? Non ho tanta voglia di fare colazione con mio fratello.»

Come unica risposta una porta che sbatte.

E, come un fulmine a ciel sereno, il ricordo di un “Ti amo” al quale non ho dato risposta.

Sono un fottuto bastardo.

*Ecco il nuovo capitolo! Scusate eventuali errori di battitura ma, per mancanza di tempo, non ho avuto modo di rileggerlo ^_^ lo farò domani sera o lunedì. Ho voluto postarlo subito questa sera perchè domani sarò via tutto il giorno e lunedì voglio dedicarmi agli ultimi capitoli! Buona lettura =) - Giu*

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sabato, 17 maggio 2008 alle 20:41

Not Real - 23


Chap 23

 

“For one so small,
you seem so strong
My arms will hold you,
keep you safe and warm.”

 

Saluto la folla a fine concerto.

Mentre mi avvio alle quinte parole scritte da me cominciano a scorrere sul megaschermo e la folla inizia a leggere, quasi in silenzio.

È una preghiera.

Rivolta a loro.

Una richiesta.

Una solo possibilità.

Con la promessa che canterò ancora.

 

 

Il caldo è insopportabile e l’adrenalina nell’aria mi stordisce.

Saki tiene le grosse mani sulle mie spalle, spingendomi con delicatezza verso il punto in cui è appena comparsa la figura di Bill, sottile e sudata.

Mi domando più volte come possa apparire così tremendamente bello anche in queste condizioni. Non esiste risposta.

«Ma non avete ancora suonato In Die Nacht… e nemmeno An Deiner Seite.» osservo, dopo averlo abbracciato. Ci tengo particolarmente a quelle canzoni a fine concerto.

Lui scuote le spalle.

Io faccio lo stesso.

Vorrei abbracciare Tom e congratularmi con tutti, ma loro ancora non si vedono. Sono già andati.

«Ti devo mostrare una cosa nel mio camerino. No, non posso dirti cos’è, è una sorpresa! Chiudi gli occhi e vieni con me.»

Sento le sue dita vibranti e appiccicose posarsi sui miei occhi mentre lui si posiziona dietro di me.

Accompagna il suo corpo al mio aderendoci perfettamente e guidandomi alla nostra sinistra.

Cerco di seguire mentalmente il percorso ma dopo pochi passi perdo il senso dell’orientamento.

Lui mi solleva, non senza fatica, e mi prende in braccio tenendo il mio viso contro la sua spalla così che io non possa vedere la sorpresa prima del dovuto.

«Cosa devi farmi vedere?» gli domando.

Percepisco che ci stiamo muovendo su una breve scala, forse in salita.

Non ottengo risposta, lui ansima leggermente per lo sforzo di tenere me e contemporaneamente camminare.

Siamo in un ambiente umido e carico di un silenzio così totale che è quasi denso.

Mi poggia a terra e torna a coprirmi gli occhi. Qualcosa si agita vicino a noi, animali?

Mi gira delicatamente.

Sento il suo cuore sobbalzare allegro contro la mia schiena.

Un colpo di tosse fende il silenzio, in lontananza. Molto in lontananza. Ma dove siamo?

«Bill…»

Batteria. Colpi delicati, come carezze. Basso. Un plettro che raschia con decisa potenza. Chitarra. Qualcuno vive e muore per lei.

Bill si libera una mano coprendomi gli occhi con solo la sinistra, ampia sufficientemente.

Canta.

Perché qualcuno non può far altro.

Canta nel microfono che prima era al suo fianco. Una strofa di Durch Den Monsun nell’ancora pressoché totale silenzio.

“Das fenster öffnet sich nicht mehr
Hier drin' ist es voll von dir - und leer
Und vor mir geht die letzte kerze aus
Ich warte schon 'ne ewigkeit
Endlich ist es jetzt soweit
Da draußen zieh'n die schwarzen wolken auf.”

Il mio petto scoppia di eccitazione nel pensare a un concerto privato, solo per me. Timida spettatrice di un sogno troppo grande.

Senza che nessuno chieda loro di farlo, le mie labbra iniziano a seguire ogni parola, come una filastrocca imparata da anni e mai scordata.

Poi avviene tutto in pochi secondi.

Mentre protesto debolmente contro la temporanea cecità, Bill mi lascia andare, la musica è altissima adesso, apro gli occhi su dodicimila persone che ora possono cantare in libertà il ritornello della canzone.

Trattengo il fiato.

Siamo in mezzo al palco del Le Dome.

“Ich muss durch den monsun
Hinter die welt
Ans ende der zeit
Bis kein regen mehr fällt
Gegen den sturm
Am abgrund entlang
Und wenn ich nicht mehr kann, denk'ich daran
Irgendwann laufen wir zusammen…”

E lui ha occhi solo per me, protagonista del suo sogno. Non più troppo grande.

“Durch den Monsun.”

 

 

Una settimana dopo.

 

 

Non so come abbia fatto. Non lo ha voluto dire a nessuno di noi.

Sappiamo solo che ha implorato per far si che un intero palazzetto fosse in totale silenzio quella sera.

Continuo a ripensarci, steso sul lettino del tourbus, i rasta malamente raccolti in una cuffia e i placebo a palla nelle orecchie.

Non riesco a togliermi dalla testa il sorriso stupefatto di lei quando Bill le ha fatto cantare Durch Den Monsun assieme a lui… e di quando le ha dedicato Hilf Mir Fliegen.

Saremo presto nei guai per questa geniale trovata di mio fratello: logico, gli dicono di tenerla nascosta e lui la fa salire sul palco! Certe volte mi fa incazzare davvero.

«Ancora sveglio?» qualcuno mi sfila una cuffietta e mi scocca un bacio alla frutta sulla guancia.

«Ehi… si, non riesco a prendere sonno. Perché tu sei sveglia, piuttosto?»

«Continuo a pensare all’intervista di domani.» Giulia si siede tra le mie gambe e mi guarda come se aspettasse un rimprovero.

«Sai che Bill dirà esattamente quello che ha sempre detto, vero?»

«Si…» sospira «ma una parte testarda e un po’ bambina di me continua a sperare che…»

«Non dirà mai di aver trovato il vero amore. Lui non vuole condividerti con il resto del mondo.»

«Ma l’ha già fatto! No? Sul palco… quando ha cantato con me. Quando ha cantato per me.»

Scuoto la testa con gentilezza.

Non capisce che tutto questo era sbagliato dall’inizio. Il bel tempo aveva fatto illudere anche me per qualche giorno che potesse funzionare tra loro.

Ma allora perché ora sembra tutto di nuovo disordinato e senza un senso?

Una folgorazione.

Due neuroni muoiono nel nascere di una nuova sinapsi.

Lei mi piace veramente… le scosto una ciocca di capelli tigrati dalle labbra, dove si erano peccaminosamente andati a posare.

«Credi che lui ci stia ripensando?» domanda timorosa, abbassando lo sguardo sul lenzuolo bianco.

Una parte di me vorrebbe abbracciarla e consolarla come farebbe un’amica, una di quelle che non vede più da tempo. L’altra parte di me, quella “tommosa” ed egoista vorrebbe in un certo senso sfogare alcuni istinti che stanno nascendo nella parte poco furba del mio cervello e nella parte bassa del cuore, la più sincera.

Non posso fare questo a mio fratello. Ma non posso nemmeno mentirle, vero?

«Non lo so, piccola.» lui la chiama sempre così, ma lei sa che io non sono Bill. Lo sa. «David gli fa pressione perché si sbarazzi di te… le fans ti detestano e…»

Mi zittisco e sospiro.

«Scusa Giu. Non volevo essere così…»

«Brutale? No, hai fatto bene.»

Annuisco.

«Senti, che ne dici se domani prima dell’intervista ci facciamo un giro per la città io e te? … per allentare un po’ la tensione, per te…» spero non si accorga dell’espressione troppo impertinente e speranzosa, ma, se anche fosse così, lei preferisce non darne segno e accetta di buon grado.

 

 

«Noi andiamo.»

«Dove???»

«Tre passi prima dell’intervista, ci accompagna Saki.»

Lo prendo da parte con energia e gli domando con non troppa delicatezza cosa diamine pensa di fare in giro per Nizza con la MIA ragazza.

«Rilassati, Drama Queen… non te la tocco. Ha solo bisogno di parlare con qualcuno.»

Guardo offeso Tom.

«Scusa, e io chi sono? Anche io sono qualcuno… non può parlare con me?»

«Bill, guardiamo in faccia la realtà! Non sai nemmeno tu cosa fare… figuriamoci se sapresti consigliare lei. E poi sei un po’ occupato con David, no? Devi pur sempre salvare la tua faccia di fondotinta dai pettegolezzi.»

3

2

1

Non posso più trattenermi, gli colpisco una guancia in pieno con il pugno chiuso.

Non con uno schiaffo da prima donna.

Ma con un cazzotto che lo lascerà a terra per almeno venti secondi.

O no?

«Ma io ti ammazzo!» Tom salta su come una furia e mi sbatte contro il muro, dove mi tiene bloccato con un braccio.

Ok, forse ho fatto male i calcoli e il mio pugno non è così potente come pensassi.

«CHE CAZZO TI è PRESO?» mi sbraita in faccia. Il suo alito sa di caramella. Tremendamente simile a quello di lei.

«Vi divertite alla mie spalle, vero?»

«Cosa?»

«Certo, tanto io non ho sentimenti, sono solo Bill Kaulitz che sculetta sul palco e fa il divo paranoico, no?»

Lo sposto con ritrovata energia e mi allontano di qualche passo.

Provo solo disgusto quando vedo formarsi sul suo volto un’espressione di pura perplessità.

Chi credono di prendere in giro?

Come ho fatto ad essere così stupido?

«Andate pure a farvi quel fottuto giro. Io vado a prepararmi per l’intervista.»

Giro i tacchi e mi avvio verso la sala trucco.

 

 

«Veramente noi speravamo di camminare un po’…» mi sporgo verso i sedili anteriori, così da raggiungere facilmente l’udito di Saki.

«Anche a me sarebbe piaciuto fare il ballerino. È la vita!»

«Che guardia del corpo simpatica che mi tocca avere!»

Torno a sedermi accanto a lei.

«Credo che ci toccherà stare in macchina… a quanto pare le fans sono ovunque intorno alla zona degli studi.»

«Non preoccuparti Tom…»

Sembra di cattivo umore, continua a mangiarsi le unghie e a guardare fuori dal finestrino.

«Il tuo ragazzo ha dato di matto prima.»

«Ma non mi dire…»

«Te ne sei accorta, eh?»

«Prima sono andata a salutarlo e mi ha solo detto di continuare così che forse entro domani io e te scopiamo… ma che cazzo aveva?»

Non ne ho idea. Sembra che Jost gli stia facendo il lavaggio del cervello. E la cosa peggiore è che funziona.

«Forse è lo stress.» prosegue lei «Insomma… anche io ho avuto delle crisi di nervi quando a casa mia le cose non andavano bene… subivo pressioni da parte di mia madre e, indirettamente, anche dai miei amici.»

«Si ma tu non sai che tipo di pressioni possa subire uno come Bill. Potrebbero raccontargli qualsiasi cosa e lui ci crederebbe.»

«Mia madre era persuasa del fatto che la vostra musica istigasse al suicidio.»

«Ma va? Tipo?»

«Der Letzte Tag… quella canzone la terrorizzava a morte! Credeva fosse colpa vostra se stavo male.»

Mi agito sul sedile, a disagio. Preferisco non restare in argomento, preso dal panico dico la prima cosa che mi viene i mente:

«Der Letzte Tag aveva un video carino.»

Idiota.

Ma che cazzo sta a significare questa frase?

«Una volta mia madre è entrata in casa proprio mentre lo passavano su MTV e mi ha guardato che se avessi avuto in mano una lametta o un cappio.»

«Merda… si è arrabbiata? Tu che hai fatto?»

«Ho alzato il volume al massimo e mi sono messa a cantare. E saltare!»

Il suo sorriso mi entra dentro e mi scioglie il cuore.

Mi piace.

Forse no.

Non so più niente.

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venerdì, 16 maggio 2008 alle 14:49

Not Real - 22


Chap 22

 

“I know, you love the song but not the singer
I know, you've got me wrapped around your finger
I know, you want the sin without the sinner
I know, the past will catch you up as you run faster
I know, the last in line is always called a bastard
I know, the past will catch you up as you run faster.”

La osservo dormire nel mio lettino.

È bellissima… la guardo come si guarda un’opera rara in un museo d’arte. Ogni giorno la vedo più elegante, più donna. Come se stesse crescendo tra le mie braccia.

Forse sono pensieri stupidi, ma è questo che provo.

Le carezzo i capelli aspirandone il profumo leggero di lacca e shampoo alla frutta.

Improvvisamente sento una leggera vibrazione venire dalla sua borsa. So che non dovrei, ma la curiosità mi spinge a rovistare più o meno discretamente tra le sue cose fino a trovare il cellulare.

Era solo un messaggio del suo operatore telefonico. Mentre un po’ deluso lo rimetto via, le mie mani incontrano qualcosa: un pacchetto di fogli.

Lo estraggo e lo porto sul tavolino.

La luce dei raggi lunari mi permettono di distinguere la sua calligrafia.

Leggo?

Non leggo?

Scorgo un nome tra le fitte parole di queste lettere: Bill Kaulitz.

La curiosità è alle stelle e una domanda mi martella contro le tempie.

Non è davvero un’effrazione della privacy se le lettere sono indirizzate a me, no?

Lei respira leggermente, mentre Tom comincia a russare in modo fastidioso.

Mi decido a tagliare lo spago e a spiegare il primo pezzo di carta.

La calligrafia è piccola e tondeggiante, gentile, la tipica calligrafia femminile di una diciassettenne.

Scorro il testo lentamente, accelerando mano a mano che i battiti del mio cuore accelerano:

 

Non pretendo che qualcuno possa capire...
Ci incontriamo nella notte e tutto finisce lì
Rimane solo il tuo sapore di irrealtà ad accompagnarmi
E il gioco dei tuoi occhi che non è per me...
Non abbandonarmi ora:
Io credo in te.
Io credo che tu sia fragile...
Ma la forza si mostra sotto tanti aspetti.
Io soffro se tu soffri.
E più mi rendo conto di questo,
più mi convinco che sei r e a l e.
Grazie amore mio, grazie
amico
mio, grazie illusione mia...
Grazie chiunque tu sia...
Le stelle ci sono anche quando non possiamo vederle
Io
non smetto di crederci.

 

Trattengo il fiato.

Sento gli occhi inumidirsi.

La foga di leggere altro mi attanaglia la gola e cerco subito un altro foglio.

 

Provo a non pensare a te,
a quanto sei lontano

ma mi sorprendo a volte
nella notte
a sorridere
per
te...
perchè ti immagino lontano, si,
ma
realizzato

e non capisco come mai
in non riesco a fare quello che hai fatto tu:
volare via.

 

Faccio scorrere una mano di nuovo tra questi pezzi di vita, questi frammenti delle sue paure. Ne trovo altre. Alcune sono parole scarabocchiate su ritagli di quaderno, altre sono eleganti ed ordinate follie. L’angoscia mi attanaglia come se leggendo io diventassi parte di lei, parte del suo cuore e della sua testa.

 

Domani ancora sto fuori da scuola...
Domani
ancora
sola
Domani ancora un altro giorno...
Quanti domani ci saranno ancora prima che possa essere felice?

 

Ancora.

 

Tutto finirà... bene? Male?
che importa?
Finirà... basta questo.
Amici ditemi cosa devo fare... sorridere per voi? lo farò.. ma non
abbandonatemi
...
lo farò, sorriderò per finta.
Lo farò per voi...
Per me non faccio più niente.
Sto morendo
.
Un po' alla volta sto morendo.
Li consideravo tutto, mi hanno salvato la vita, mi ha salvato la vita.
Con quella canzone, le parole, i pugni allo stomaco che si trasformavano in brividi.
L'ho amato... lo amo.
Ma non si può amare un'illusione, un fantasma.
Ho paura di svegliarmi un giorno da questo brutto sogno, e di accorgermi che ho passato la vita a inseguire qualcosa che non c'è.
Voglio
odiarlo, mi viene naturale, mi viene spontaneo, ma poi l'odio svanisce...
e mi accorgo che l'amore fa molto più male.
Sembra una barbie, un prodotto del mercato... sembra uno schifo che non era mai stato.
Dove sei?
Ti prego torna... non da me... non sei mai stato con me...
Torna quello di una volta.
Torna il bimbo che mi sorride dall'altra parte dello schermo.
Torna ad essere la parte felice di me
.
Mi manca, mi manchi.
Torna.
Ho paura... non riconosco più niente della mia casa, non esisto più, scompaio un pezzo alla volta. Respirare brucia.
Ed è con il magone che scrivo queste righe, perchè so che ancora una volta mi sto illudendo.
Non tornerai, e con te non tornerà la mia felicità... quella che mi avevi donato tirandomi giù dal cornicione
Bill. Ricordi? no.. non puoi... non c'eri... ma c'eri
.
Non mi hai salvato, mi hai condannato.
Schiava di te.
Schiava dell'illusione.

 

Questo ha fatto male davvero.

Malissimo.

Ora piango sul serio.

A quante altre persone ho fatto del male senza nemmeno volerlo?

Quante altre persone soffrono a causa mia?

Quante persone mi vedono diverso?

Ogni tanto guardo il tuo autografo, appeso alla parete di camera mia...
Vorrei tanto che lo avessi fatto per me...
Non tanto per la firma, per il sorriso che mi avresti potuto regalare.
Invece non è per me...
Dovrei strapparlo e buttarlo via...
Ma è l'unica prova che ho della tua esistenza.
Sei Reale?

Ha un mio autografo?

Ma non l’ho fatto per lei. Io non l’avevo mai vista prima, ne sono sicuro. Non fosse così me la ricorderei di sicuro, no?

 

Passi tutta la tua vita a parlare con gli angeli… loro sono perfetti, luminosi, belli.

Passi la tua vita a raccontare loro i tuoi sogni, anche quelli più segreti, profondi, oscuri… quelli che ti permettono di andare avanti.

Tutti ti raccontano che sono solo stupide illusioni fatte di nulla e di sofferenze che dovrai affrontare.

Ma tu sai… tu d e v i sapere, che tutto ciò è la tua vita.

E chi ti impedisce di innamorarti di un’illusione?

 

Chi… se non gli altri, quelli che ti prendono in giro, quelli che smettono di amarti per non essere contagiati dalla tua irrazionalità.

Ho il respiro corto, accelerato, come se avessi fatto un lungo viaggio correndo. E forse è così.

Possibile che bastino poche righe, parole dettate dalla paura e dalla solitudine per farci rivivere una vita intera?

Mi sento distrutto, stanco.

E la amo.

La amo come non avevo mai fatto prima, perché fino a pochi minuti fa ero innamorato di una ragazza fragile come ogni adolescente, un po’ pazza e sorridente.

Ora ho conosciuto la vera lei.

Quella che per me ha fatto tutto. E non ha preteso niente.

Tocca me ora fare qualcosa per lei. E lo farò.

 

 

“Wilkommen im Tokio Hotel, Zimmer 483.”

La voce è profonda e scatena un’ondata di eccitazione nel Le Dome, a Lione.

Le fans sono accaldate dopo decine di ore in attesa della nostra comparsa, ed eccoci qui.

Cerco con lo sguardo lei, ma so benissimo che non è possibile, tra il buio e la folla, trovarla, così,dopo l’intro di Tom mi impegno solo a cantare e svuotare la mente.

 

 

Sistemo gli occhiali sul naso e mi preparo. La ragazzina è al mio fianco.

Ha cambiato colore di capelli, ma il taglio è lo stesso scompigliato e cotonato.

La tracklist prosegue inesorabile tra urla e pianti. Ma lei no. Lei sorride al mio fianco, stringendomi di tanto in tanto la mano emozionata nel vederlo esibirsi da così vicino.

«Saki… credi che io possa assistere al meet&greet postconcerto?»

«Ehm… si suppongo di si. Dovresti fingere di essere una fan.»

«Ma io SONO una fan. Guarda, te lo dimostro!»

Mi prende per mano e comincia a saltare e urlare, invitandomi a fare lo stesso.

E, che volete farci?, la sua energia mi costringe a cantare.

« by RedSam ~ commenti (3) °

martedì, 13 maggio 2008 alle 16:29

Not Real - 21


Scusate, non è un capitolo molto intrigante, avevo ispirazione pari a 0, oltre al fatto che la situazione in  casa non è delle migliori e ciò influisce negativamente sulla mia creatività... mi farò perdonare ^_^

Grazie in anticipo a chi commenterà comunque!

Chap 21

 

“I took your words
And I believed
In everything
You said to me”


 

Fresco è il suo corpo, a contatto con il mio provoca una serie di brividi che partono concentrici dal petto per estendersi ovunque. Brividi di piacere, pelle d’oca. Una sua mano mi sfiora la gamba nuda e liscia, dapprima con innocente curiosità, poi con sempre più tridimensionale erotismo.

Mi osserva mentre mi scosto lentamente e mi alzo in piedi, gli porgo un mio dito e lui lo stringe con delicatezza tra i denti, per poi passarvi la lingua e bagnarlo con la saliva.

Sorrido passandomi quello stesso dito lungo un braccio, poi sulle labbra e, infine, sotto una spallina del leggerissimo vestitino di seta azzurra.

Lo scosto di qualche millimetro.

Scivola a terra in un lievissimo fruscio.

La stanza è quasi totalmente buia, solo poca luce filtra dalla finestra.

Lui segue con interesse il dolce cadere dell’indumento, poi mangia con gli occhi ogni mia curva, ogni spostamento, seppure impercettibile, dovuto al mio respiro.

In un attimo i nostri vestiti giacciono a terra, abbandonati gli uni sopra gli altri, un po’ come noi.

Bill prende l’iniziativa: mi trascina al suo fianco, mi rotola addosso e comincia a contemplare il mio petto nudo, ogni mia singola cellula.

Dimentichiamo la pudicizia, scordiamoci delle regole. Non esistono regole, non qui, non adesso.

«Sei bellissima…» ansima cercando sollievo contro il mio corpo.

Gli faccio cenno di stare in silenzio, posandogli il dito indice sulle labbra piene ed arrossate.

Sei mio stanotte.

Con delicatezza lo spingo verso il basso e lui si dedica al mio seno, le sue mani mi esplorano spalle e schiena in cerca di un sospiro, di un gemito.

Vorrei farlo cercare ancora un po’ ma, non potendomi più controllare, lo accontento a fior di labbra, gettando indietro la testa.

Soddisfatto, Bill scivola lungo il mio corpo, verso il basso, tra le mie cosce.

«Hai un buon profumo…» sussurra, sorridendo contro la pelle che ha poco prima assaporato con le delicate mani.

Con garbo scende tra le mie cosce, piccole e morbide, per insinuarsi indiscreto nella mia intimità.

La sua bocca è rovente e mi strappa continui sospiri, stringo convulsamente le lenzuola in uno strenuo tentativo di resistergli: ovviamente, piacevolmente, incredibilmente, e una serie di altri avverbi uno migliore dell’altro, non ci riesco.

Il respiro accelera, si fa incontrollato. Sento i muscoli tendersi e inarco spontaneamente la schiena per offrirmi a lui sempre più. Un ultimo grido.

Risale lentamente lungo il bacino, la pancia, si sofferma sull’ombelico, poi sul petto e, infine, mi raggiunge con un bacio.

I nostri respiri si mischiano affannati, il mio fiato sulla sua lingua e sulla sua saliva. Sa di orgasmo.

 

 

La luce è la soluta, famigliare, intensa, fredda, calda, ustionante, gelida. Ho paura, ma come sempre la paura svanisce finché non compare LUI.

Lui con i suoi occhi disuguali e l’alito che sa di alcohol e morte e di bosco.

Sento qualche lacrima sfuggire, mio malgrado, lungo le guance. Una reazione deplorevolmente umana.

Ti prego… ti prego…

Le lacrime cadono, ma sono pesanti, è difficile ignorarle. Non sono più lacrime inesistenti, ora sono lacrime dolorose.

È finita… è finita…

Niente finisce così facilmente. Sarà finita quando IO deciderò che sia così.

Ti prego…

Non implorarmi.

Ho bisogno di lei… io… la Amo.

Così è troppo facile. Io desidero divertirmi un po’…

Abbi pietà!

Pietà? Non esiste la pietà. La pietà è per i film e gli stolti. Io non concedo la pietà se non ne ho voglia.

La ferita nel petto non mi lascia stare da quando ho trasgredito la SUA legge, e poco alla volta comincio a provare le stesse sensazioni di vita che prova la gente comune.

La paura di fa più intensa.

Ho fatto ciò che volevi, ci ho provato… ma ho dovuto intervenire. Ho dovuto!

Risparmiati queste idiozie.oggi patirai la pena maggiore: la vita.

Da

 

 

È già mezzogiorno, tra una cosa e l’altra, quando finalmente riusciamo a riunirci tutti e cinque nella Sala Grande dell’hotel.

Gustav sorride beato dopo un’ora di salutare esercizio fisico, Georg sbadiglia assonnato come se si fosse alzato dal letto cinque minuti fa, cosa del tutto probabile, mentre Giulia mi tiene per mano, salutando Tom con un bacio leggero sulla guancia. I capelli di lei sono vagamente scompigliati residuo del nostro amplesso segreto e prolungato oltre misura…

Passando accanto, mio fratello sorride malizioso probabilmente conscio del fatto che, presi come siamo, nemmeno ce ne accorgeremo.

«Allora… dove avete detto che dovete andare?» domanda la mia amante in soffio.

«Intervista. 3.15. Non vedo l’ora di rivederti.» le rispondo, mordicchiandole il labbro inferiore.

Sarà una sofferenza non sentire il suo odore, non sfiorare il suo corpo.

 

 

«Una domanda per Bill ora. Hai mai amato qualcuna, DAVVERO, nel vero senso della parola?»

«No!» rispondo ridendo. Anche gli altri componenti del gruppo ridono.

Dentro non rido.

Dentro mi sento morto.

 

 

«Bill!» mio fratello di gira e così faccio anche io. Chissà perchè quando chiamano lui è come se chiamassero anche me.

Una bionda alta poco più di un metro e 80 corre in bilico sui tacchi a spillo: l’intervistatrice.

Sorride con aria predatrice avvicinandosi a lui, l’unico pensiero che mi attraversa il cervello è che è molto attraente, e che vorrei essere al posto di Bill quando lei gli sfiora la guancia in un bacio fugace.

«è stato un VERO piacere conoscerti Bill! Spero di vederti presto, non necessariamente per un’intervista.» corona l’invito con un occhiolino malizioso e un movimento sensuale delle labbra.

Bill si irrigidisce nel giacchetto di pelle nero e bianco.

Lo vedo sorridere forzatamente ed annuire quasi impercettibilmente, si volta verso di me in cerca di supporto ma non so cosa dirgli.

La donna si struscia contro la sua gamba spostandosi verso David Jost, che ci ha raggiunto poco fa, e sussurra qualcosa all’orecchio del manager.

Uscendo dalla sala ondeggia sinuosa. Ha un paio di gambe da far girare la testa.

 

 

Ci troviamo sul tourbus. Desideravo salirci da una vita, ora sono qui.

I sedili odorano ancora di macchina nuova.

«Giu… mi sembri… stanca.»

Decido di sviare il discorso: «Com’è andata l’intervista?»

In realtà non mi serve una risposta, l’ho ascoltata tutta per radio, ma non intendo farglielo sapere. So che qualunque cosa lui dica in quelle situazione resta solo una maschera per celare qualcosa di più reale, più vero. Però le parole feriscono comunque.

Devo fingere indifferenza. Devo fingere indifferenza. Devo fingere indifferenza. Devo evitare la maschera.

«Mmm… la solita… noia. Solite cose.» è Tom a rispondere.

Annuisco distrattamente.

«Quando, quand’è il concerto?» domanda Georg con aria assente.

«Tra due giorni, alle 9 e 30, Le Dome.» snocciolo rapidamente, sforzandomi di sorridere, Magicamente la mia falsa allegria contagia tutti i presenti nel bus.

«Sei una fan coi fiocchi, eh? Sai meglio di noi dove dobbiamo suonare!»

«Diciamo che… avevo… avevo già il biglietto per questo concerto. Io… stavo risparmiando… mi mancavano solo i soldi del biglietto del treno… avevo in programma di venire qui di nascosto con una mia amica.» arrossisco violentemente, pensando a quanto debbano suonare patetiche le mie parole in questa situazione.

Bill mi si stringe ad un fianco.

«Ma, hai solo diciassette anni. I tuoi genitori… insomma… almeno avvertirli!»

«Non mi importa cosa dicono loro.» mi rendo conto di aver utilizzato un tono piuttosto brusco da come Tom e Gustav mi squadrano, perplessi.

«Cioè…» mi affretto ad aggiungere «loro… loro non… mia madre non mi sta nemmeno cercando forse.»

«Cercando?» Bill aggrotta la fronte e mi si para davanti.

«Noi… ehm.. togliamo il disturbo.» Gli altri tre si rendono conto di essere in una situazione delicata, così si dirigono al tavolino qualche metro più avanti mentre noi restiamo seduti su un lettino, quello di Bill.

Lui ha un’ombra di preoccupazione che insistente si affaccia nel suo sguardo.

«Mi devi delle spiegazioni.»

«Non so di cosa tu stia parlando.» evito di guardarlo, lui invece cerca il contatto visivo con me come se ne dipendesse la sua stessa vita.

«Abbiamo parlato molto di me, di te non mi hai raccontato quasi nulla… ho rispettato il tuo silenzio perché credevo avessi bisogno di tempo per fidarti. Ma ora mi rendo conto che c’è dell’altro, vero? Chi sei tu?»

Mi si stringe lo stomaco e sento che potrei vomitare da un momento all’altro.

«è successo tutto così in fretta... tra noi…»

«è vero.» ora anche lui abbassa lo sguardo «Però. È bastato, vero? Insomma…»

«Si, oh si Bill. Io mi fido di te. Davvero, non credere che io non ti abbia detto niente per quel motivo… solo, non ritenevo necessario…»

«Dirmi che sei scappata di casa?»

Annuisco in silenzio, una lacrima mi fugge lungo una gote. Avevo quasi scordato da dove vengo. Ora i problemi mi crollano addosso così come il suo respiro affannoso.

«Io ho bisogno di sapere che… che tu ti senti libera di dirmi tutto ciò che desideri. Io faccio lo stesso con te: ti parlo di ciò che mi fa stare male e di ciò che nella mia vita è andato o va storto…»

«Si ma tu sei Bill Kaulitz.» mi blocco all’improvviso.

Non dovevo dirlo.

No.

Stupida…

«Era ciò che temevo.» sussurra lui.

«No, aspetta… non era quello che volevo dire. è che tu hai un altro carattere, tu non sei me. E io NON sono te. Capisci?»

«Si ma vorrei che tu mi parlassi liberamente. E vorrei sapere da dove vieni, qual è la tua famiglia, cosa ci fai qui…»

«Hai tempo da dedicarmi?»

 

 

La faccio sistemare tra le mie gambe e mi assicuro che nessuno possa sentire ciò che sta per raccontarmi.

Trattengo il respiro sempre più ad ogni parola.

Mi uccide.

Senza fretta.

«I miei sono separati. Quando accadde io ero piccola e tutto ciò a cui pensavo era che non dovevo far sentire in colpa i miei genitori, così imparai a nascondere il mio dolore. Presto imparai ad indossare una maschera che variava a seconda delle persone con cui mi rapportavo… in poco tempo mi costruii così tante personalità diverse che non riuscii più a controllare la situazione e tutto mi crollò addosso. Non ero più nessuno, non potevo essere io per non far soffrire gli altri, ma nemmeno potevo continuare a fingere. E poi… arrivasti tu.»

Una fitta al petto.

«Tu eri… tutto ciò che non avevo mai trovato. Tu avevi il coraggio di vivere il tuo sogno, tu eri così… Irrealmente Reale. Nelle tue parole, nella tua musica io vedevo qualcosa che non avevo mai avuto la possibilità di conoscere: la libertà. All’inizio stavo meglio, grazie a te: pensavo solo a come sostenervi, a seguirvi nelle interviste, nei giornali, a comprare i vostri cd. Nessuno vi conosceva a parte me nella mia città e questo dava un senso al mio stare sola. Tu mi davi una ragione per essere me stessa. E “me stessa” era diversa dagli altri. Andava tutto bene. Poi la situazione cominciò a peggiorare senza un controllo.»

«Cosa… cosa intendi dire?» deglutisco pensando a come mio fratello Tom abbia significato più o meno la stessa cosa per me quando da piccoli il mondo ci era crollato addosso, quando né a casa né a scuola le cose andavano come avrebbero dovuto.

«Se all’inizio mi bastava una foto del tuo sorriso, una sola parola pronunciata da te per star meglio, presto tutto questo cominciò a non bastare più… Cominciasti a diventare famoso anche dove abitavo io e tu smettesti di essere “Mio”, se capisci cosa intendo. Io avevo bisogno di te, e non potevo averti. Mia madre inoltre collegava ogni mio problema a voi: se andavo male a scuola, era colpa tua. Se litigavo con un amico, era colpa dei Tokio Hotel. Se mi piaceva tingere i capelli, era colpa della tua influenza. Non era così, non era vero, lo giuro. Io non ero ossessionata. Ero innamorata.»

Scoppia a piangere tra le mie braccia e la stringo.

So che non è tutto e infatti continua a parlare, con il viso affondato nella mia maglietta e le lacrime che la fanno singhiozzare tra una parola e l’altra.

«Suona patetico dirlo, ma io ti amavo sul serio Bill.» la guardo intenerito. Le credo? Si, credo di si.

«Un giorno non ce l’ho fatta più. Più… capisci? Sono salita sul tetto di casa mia e…»

Trattengo il respiro. Non è più una fitta al petto, ora è un vero e proprio incendio che mi consuma dall’interno.

«…ma tu mi hai salvato.» sussurra lei, poi tace.

«Ti amo.» tento di rassicurarla, ma non ce n’è bisogno: lei regolarizza il respiro semplicemente abbracciandomi.

So che sta ascoltando il mio sangue pulsare. E va bene così.

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sabato, 10 maggio 2008 alle 22:19

Not Real - 20


Chap 20

 

“I've never written a love song
That didn't end in tears
Maybe you'll rewrite my love song
If you can replace my fears”

 

Apro lo specchietto da viaggio e controllo il trucco messo appena pochi minuti fa e, di conseguenza, ancora perfetto. Devo assolutamente imparare a trovare scuse più sensate quando voglio evadere l’insistenza delle ragazzine.

Sospiro e con una mano provo a coprirmi le orecchie: tutte queste urla, tutto questo isterismo mi danno sui nervi.

Vedo mio fratello firmare l’ennesimo autografo e bisbigliare con Gustav, poi entrambi guardano un punto fisso tra le fans e Tom comincia ad urlare parole che non comprendo.

Seguo con lo sguardo la scena e proietto le urla di mio fratello in mezzo alla folla fino ad individuare ciò che lo ha fatto così incazzare. Un capannello di uomini della sicurezza, sotto di loro alcune ragazze che colpiscono qualcosa. No, qualcuno.

Mi sento morire.

«Cazzo!» urlo, gettandomi oltre la marea di gente fino a loro, riesco a respingere pure tre guardie del corpo e un paio di ragazzine, prima di essere fermato da Saki.

«Calmati Bill!»

«NO CAZZO MERDA LASCIAMI, PORCO CA…»

«EHI! Calmati ti ho detto!»

Con piacere noto che gli uomini della security hanno allontanato tutte le fans, comprese le isteriche che hanno iniziato la rissa. Tra di loro compare lei. Ha la maglia strappata e un taglio sulla guancia, ma per il resto sembra ok.

Tom è il primo ad avvicinarsi, assieme a Georg. Le chiedono come sta, la aiutano a tirarsi su.

Io li raggiungo non appena Saki realizza che ormai non c’è più alcun rischio; «Però stai attento, ok?» mi sussurra prima di lasciarmi andare.

«Giulia…» la abbraccio rapido e con naturalezza, stringendo il suo corpo contro il mio.

«Bill…» è trafelata ed è arrossita di colpo, come se ciò che è accaduto comportasse una terribile vergogna per lei. Mi piace anche perché è assurda… la lascio andare.

«Tu… tu sei venuta…» balbetto, con il cuore a duemila e un sorriso speranzoso che si fa largo sul mio viso contro ogni mia volontà.

Con una sguardo eloquente faccio capire a Tom e Geo di spostarsi e loro finalmente ci lasciano un po’ soli.

Ci guardiamo in silenzio qualche secondo, distraendoci di tanto in tanto perché nessuno dei due sa con esattezza cosa dire.

Quando inizio finalmente a parlare lei chiude gli occhi, incapace di sostenere il mio sguardo:

«Ti amo.»

OddioCosaHoDetto?

Oddio… Bill, respira. Crisi isterica in arrivo. Oh no Oh no. Tranquillo. RESPIRA.

Pessimo inizio! Se volevo metterla a proprio agio ho decisamente sbagliato strategia.

R E S P I R A.

Lei posa una mano sulla mia guancia destra e torna a sorridere, c’è tanta dolcezza nel suo sguardo.

Dev’essere questo il colore del perdono.

«Anche io.» sussurra.

Cuore a tremila, sento i muscoli delle braccia e del petto gonfiarsi e vorrei poterla baciare con tutto ciò che sento dentro, darle tutto me stesso.

Ma, contro ogni aspettativa, è lei a prendere l’iniziativa.

Bacio lento, sussurrato.

Lingue che fanno l’amore.

Noi non centriamo più niente.

Ti amo, penso ancora ogni istante.

«Sei venuta…» ripeto contro la pelle umida attorno alle sue labbra, mentre una sorte di commozione prende possesso dei miei occhi. Non credevo l’avrebbe fatto…

Mentre lei accenna a rispondere, la mia attenzione vola ad una borsa da viaggio appoggiata con non curanza vicino ai suoi piedi.

Senza permetterle di allontanarsi da me, interrompo il bacio e sollevo il sopracciglio destro spostando lo sguardo da lei alla valigia.

«Parti?»

«Certo.»

So che è straniera, che non è tedesca, ma non ho mai pensato a come mai sia in questo paese. Improvvisamente mi sento molto egoista ed egocentrico.

Una stretta insostenibile allo stomaco mi impedisce di domandarle dove sia diretta e se la rivedrò, un giorno.

Lei si accorge della mia espressione improvvisamente rabbuiata:

«Bill, qualcosa non va?»

Si mette in punta di piedi per far si che i suoi occhi siano sullo stesso piano dei miei. Sorprendentemente mi accorgo che sta sorridendo delicatamente, come se sapesse cose che io non so, come se io fossi un bambino, ma troppo cresciuto.

Ricambio il suo sguardo, perplesso, ma non il sorriso. Ho paura di non vederla più.

«No, è solo che… tu ora vai… e io… vado…»

«Si, andiamo…»

«Ti rivedrò? Dammi un indirizzo, qualsiasi cosa… ti prometto che… che…» annaspo, cercando aria da respirare che non mi faccia bruciare insistentemente i polmoni, perso in questo senso di abbandono totale, quando solo fino a pochi secondi fa ero io ad abbandonare lei. L’ho già provata questa sensazione in passato ma ripensarci è troppo doloroso, fingere indifferenza impossibile.

«Il mio futuro indirizzo…» sussurra muovendo una mano verso il mio petto «…è esattamente qua.» posa le dita affusolate sul punto dove sprofondato giace il mio cuore pulsante.

Gli occhi mi si riempiono di lacrime e il mio molto poco mascolino e quasi assente pomo d’adamo sembra essersi bloccato a metà gola, senza poter più scendere o salire.

Lei, sorridendo imperterrita, lascia scivolare quella stessa mano, che mi aveva posato sul petto, dentro la mia giacchetta di pelle bianca, nella tasca interna, quella posata sul cuore.

Ne estrae un pezzetto di carta, il biglietto da visita di un hotel.

L’hotel dove alloggeremo in Francia.

Le lacrime si cristallizzano lì dove sono, in bilico sulle ciglia. Ci metto una decina di secondi buoni a capire, ma poi il risultato del suo gesto è straordinario: in un moto che per me risulta incredibilmente atletico, la sollevo tra le braccia e la stringo con forza.

Non saremo più soli. Affondo il viso nel suo collo.

Non mi interessa ciò che dirà Jost, nemmeno cosa dirà Tom o quel buonista di Gustav.

Desidero solo te.

Abbiamo l’opportunità di dimostrare che questa canzone dipende esclusivamente da noi. Mancano solo poche strofe… poi sarà nostra per sempre.

Per una volta soltanto il nostro futuro dipende solo da me e te, come se avessimo improvvisamente trovato il bandolo della matassa.

Manca così poco.

Tutto con te è un po’ come il nostro primo bacio… lo desideri per giorni, ore che sembrano anni, e solo quando credi che non arriverà mai ecco che ti sorprende… ed è meglio di come te lo aspettassi, indipendentemente dalle difficoltà.

Camminando verso l’imbarco, mano nella mano, realizzo finalmente di aver dimenticato una cosa abbastanza importante:

«Cos’è successo prima?»

«Con le ragazzine che strillavano per te?»

Io annuisco serio, lei sembra essere divertita.

«Mi hanno riconosciuta. Sai… dalle foto di noi al ristorante. Credo non fossero proprio entusiaste di vedermi lì… così vicina a te.»

Con sguardo corrucciato assorbo il suo sorriso e mi concentro sulla ferita che esibisce quasi orgogliosa sotto l’occhio sinistro.

«Non fa poi così male… non sono nemmeno brave a far rissa le tue fans…»

Deve essere stato provocato da un calcio quel taglio, penso, piuttosto violento anche.

Un brivido mi corre lungo la schiena e sento il bisogno che qualcuno mi trasmetta sicurezza, così che poi io possa donarne a lei.

O qui sono l’unica che si sente maledettamente insicuro, instabile, come un equilibrista su un filo invisibile teso sopra la rovina?

Tom e Georg ci seguono a pochi passi, chiacchierando sommessamente e concitatamente. Gustav parla con Saki, un po’ più avanti, entrambi si girano di tanto in tanto per lanciarci furtive occhiate.

Vorrei poter leggere nelle loro menti, sondarne le intenzioni anche per un solo, scarso minuto per armi un’idea di ciò che pensano della relazione che intrattengo con questa ragazza fragile e pericolosamente particolare che cammina accanto a me cercando di tenere il viso affondato nell’incavo del mio collo, così che la gran massa dei miei capelli possano nasconderla ad occhi indiscreti.

La domanda ora è una e molto semplice: come reagirà il nostro management?

 

 

L’hotel è molto più grande di quello ad Amburgo, ma molto diverso come stile: ampi spazi caratterizzano sia i luoghi comuni che le camere, le pareti sono tutte in bianco e sottolineate da stipiti color panna. Le finestre sono immense e le tende sono leggerissime, paiono galleggiare nella brezza.

Siamo a Nizza e siamo unito, contro ogni previsione, dati gli avvenimenti della tappa tedesca.

Bill siede comodamente su una poltroncina di paglia chiara intrecciata, Giulia è accoccolata tra le sue braccia. Parlano con Tom e sembrano allegri, lei accenna una risata.

Mi piace questa ragazza, non è come ci si potrebbe immaginare: è fresca, spontanea, timida ma non troppo… è perfetta per lui sotto molti versi, sbagliatissima per altri.

«Ti vedo pensieroso, grande orso…»

«No Geo… è solo che credo che Bill sia incazzato con me.»

«Perché?»

«Mi vedeva un po’ incerto, in aeroporto, sul fatto della ragazza.»

«Non è forse così?»

«No…»

«Io lo sono, un po’… insomma… se David dovesse dirgli che lei non può restare con noi? Lui ne rimarrebbe deluso…»

«Santo cielo Georg! Parli di lei come se fosse un cucciolo randagio che lo ha seguito fino alla porta di casa!»

«è che mi sembra così… così… fragile.»

La guardiamo entrambi, le sue mani sfiorano la pelle di Bill con tanta delicatezza che lo fa sembrare quasi… attraente, bello.

Scuoto la testa.

«Ho chiamato David, lei può restare.»

«COSA?»

«Abbassa la voce!» sussurro, leggermente irritato.

«Giusto, scusa: cosa?»

«L’ho chiamato e… bhe ho messo una buona parola… e anche Saki lo ha fatto…»

«Ecco perché confabulavate prima! Sembravate entrambi scocciati dalla sua presenza…»

«Non è così. Comunque… Davy è d’accordo con noi sul fatto che Bill abbia bisogno di lei in questo momento, di affetto. L’importante è che non si facciano vedere, o che spargiamo la voce che lei sia solo una truccatrice o… non so… la stilista.»

Il bassista annuisce soddisfatto: abbiamo fatto un bel lavoro di squadra e ora forse potremo goderci un po’ di felicità, questa volta tutti e cinque insieme.

Raggiungiamo il gruppetto di amici proprio mentre Tom si esibisce in una penosa imitazione di amplesso, condito di gemiti e ancheggiamenti vari, facendo morire tutti dalle risate.

Tutti compreso Bill, che tuttavia i interrompe per riservarmi un’occhiata gelida non appena mi siedo di fronte a lui.

Solo qualche minuto più tardi, terminato il Little-Pervert-Tom-Show, rivelo a tutti ciò che ho fatto.

Il Buon Vecchio Gusty colpisce ancora!

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giovedì, 08 maggio 2008 alle 13:52

Not Real - 19


Chap 19

Ogni tanto qualcuno mi domandava se nella mia vita avessi fatto pazzie per i Tokio Hotel,

la risposta era una, sempre la stessa: “Certo, li ho amati. Se non pazzia questa!”

 

Non è così semplice comprendere i moti profondi che stanno dietro ad una passione… non è facile spiegarsi come una fan dei Placebo e dell’emocore sia finita ad innamorarsi dei Tokio Hotel.

Non è così semplice scendere le scale accanto a lui e non scappare via per sempre…

Non è così semplice credere.

Ma alla fine chi lo sa?

Era solo follia la mia, oppure era realtà?

Qualche passo verso la sala da pranzo. Ci sono i manager. E c’è lui, al mio fianco.

Mi giro a guardarlo.

Bill sorride debolmente, come insicuro, come se temesse di spezzare il muro di quiete che Tom ha costruito tra noi per impedirci di esplodere l’uno addosso all’altra, poi torna a posare lo sguardo sulle piastrelle del pavimento che lentamente scorrono sotto di noi.

Le nostre strade si dividono: io al tavolo dello staff, tu al tavolo delle celebrità.

Aiutami a crederci ancora.

 

 

La stanza è lunga dieci passi.

Li consumo in pochi secondi, ancora e ancora.

Getto anche la sesta sigaretta dalla finestra, incurante dei divieti. Ne accendo subito un’altra, tanto il riflesso del mio viso oscurato dalla tensione non cambierà per un po’ di nicotina in più.

Respiro il fumo, lascio che prenda possesso dei polmoni e del sangue, che mi avveleni lentamente per poi darmi la tregue che cerco dal suo sguardo.

Cosa faccio? Le parlo? Si… non resta altro.

«Non posso perderlo, capisci?»

Nessuno risponde, il silenzio si fa pesante.

«Non sono geloso di lui, e nemmeno lo sono di te. Vorrei solo che andasse tutto… nel migliore dei modi. Perché lui… ecco, è sensibile, troppo. Se soffre non lo fa come una persona normale. Lui soffre con il cuore, il cervello, lo stomaco, i polmoni e con ogni singolo centimetro quadrato di pelle che ha addosso… capisci?»

Lei guarda a terra, entrambe le mani in grembo, le sopracciglia curate leggermente increspate dai pensieri.

«Ha sbagliato, per paura. Tu hai sbagliato, per dolore. Ora dovete solo lasciare tutto alla spalle e tornare a vivere quello che ancora non avete costruito, ma nemmeno distrutto del tutto.»

Quando i miei sentimenti per lei hanno cominciato a cambiare?

«So di aver cercato di dividervi e di averlo fatto nel modo sbagliato… so anche che non avevo capito niente di te…» mi interrompo per incrociare il suo sguardo, ma niente: lei resta silenziosa e chiusa. Come un fantasma. Speravo che almeno questa mia confessione la smuovesse, ma è come vuota da ieri.

«Devi perdonarlo, devi permettergli di dimostrarti che non è così che lui è di solito. Che tu hai conosciuto il VERO Bill Kaulitz all’inizio e che in questo momento è solo… nascosto…»

Vorrei che rispondesse, vorrei che dicesse qualcosa così non sarei costretto a dirle ciò che sto per dire.

«Se davvero hai deciso di odiarlo… posso solo darti ragione. Però, almeno vieni a salutarlo stasera. Almeno un’ultima volta

Percepisco con la coda dell’occhio un movimento agitato sulla sedia di ferro bianco al centro della stanza. Sento il suo cuore accelerare i battiti, non so nemmeno io come.

«Tom… ultima volta?»

Improvvisamente i suoi occhi si puntano nei miei e vorrei tanto che non fosse accaduto. Sono molto più chiari e profondi di quanto avessi memorizzato, fanno quasi male. Si riempiono di paura.

«Partiamo domani…» provo a dirlo con delicatezza, ma la mia voce resta comunque troppo bassa e gutturale per risultare gentile.

«Ma… era venerdì… dovevate… partire venerdì…»

«Hanno le vostre foto Giulia.»

Mi guarda senza capire, finché un’ombra di consapevolezza le attraversa le labbra con un tremito.

«Le foto del ristorante.» sussurra a sé stessa.

Io annuisco. Un paparazzo ha inviato le foto a Jost ed ha esplicitamente detto che le avrebbe fatte pubblicare.

Nicotina, ho bisogno di nicotina.

«Lui…» esita «Lui… è nei guai per colpa mia?» bisbiglia, alzandosi in piedi.

«No, no niente di serio… però David… ecco, sostiene che non dovrebbe più farsi vedere con te. O le fans potrebbero pensare che…»

«…stiamo… insieme.»

«Si ma dovete fregarvene! Voi STATE insieme. Lo state dal primo istante in cui vi siete visti… lo sappiamo tutti, lo sai anche tu. Per questo David ha anticipato la partenza…» mi affretto a chiarire, prima che lei svanisca nel nulla come una bolla di sapone. Come…

«Allora è finita sul serio, no? A cosa serve prolungare la cosa… che io torni dal lui o no, che lo perdoni o no, ci dovremo dividere e questo è quanto.»

«è una scelta che spetta solo a te… ora riposa, ascolta un po’ di musica, pensaci un attimo… a volte le cose appaiono più complicate di quanto non siano in realtà.»

Mi avvicino a lei e le lascio un bacio sulla guancia, certo che sarà l’ultimo. Non verrà a salutarlo, glielo si legge negli occhi.

 

 

Due passi tra me e la porta, mi riprometto di non dare in escandescenze ma evidentemente è troppo tardi: li percorro entrambi snocciolando maledizioni contro me stesso, contro il fottuto fotografo e contro il fottuto David-èMeglioAndarsene-Jost.

Solo al pensiero che abbia preso una decisione così importante senza nemmeno chiedermi un parere o avvisarmi prima sento ribollire il sangue nelle vene. Dopo tutta la mia fedeltà nei suoi confronti, dopo essermi quasi ammalato per non deludere lui e gli altri, dopo aver rinunciato alla mia vita per il suo stupido progetto di conquista del mondo.

Solo quando mi ritrovo solo in camera, con una grossa valigia aperta e ancora vuota sul letto e un sacchetto della Mango ancora abbandonato su una sedia, mi rendo conto di quanto io sia nei casini in questo momento.

Anche l’ultima speranza di sistemare le cose con Giu è sfumata e posso solo pregare che lei venga stasera a prendermi a schiaffi perché me ne vado per sempre. Tutto sommato mi basterebbe anche solo rivederla per qualche istante, schiaffi o no, non chiedo che mi perdoni, non oso nemmeno sperare in un bacio.

Comincio ad accatastare magliette sporche accanto al letto e a piegare boxer e jeans e altra roba pulita in un'unica pila ordinata alla mia destra, sul letto.

Con un gesto nervoso della mano faccio cenno al caro Gustav affinché metta su un po’ di musica, solo così mi rendo effettivamente conto della sua presenza.

«Gus… che ci fai qui?»

«Niente…» si agita un po’ sulla sedia, mettendosi più comodo «volevo vedere come stavi.»

«Benissimo.»

«Mmmpf…»

«Ok, non benissimo. Diciamo che… ecco… ci spero ancora.»

«Hai fatto un bel casino l’altra sera. Ma è vero che l’hai trovata mezza svenuta in camera sua?»

«Si… volevo chiederle scusa e stare con lei un po’, ho trovato la porta aperta e lei era lì…» la vista mi si offusca riportando alla mente il ricordo di quella scena, di lei. Lascio la frase in sospeso, Gustav decide di lasciar perdere e fa partire lo stereo.

Dentro c’è il cd dei Placebo e parte una delle mie canzoni preferite, EveryYouEveryMe.

Sucker Love.

Mi manca l’idea di non essere più un corpo vuoto. Mi manca quella ragazzina che mi odiava (?!?) più di qualunque altra persona al mondo.

E so di mancarle, almeno un pochino.

Every Me, Every You.

Quante personalità che ho… quante facce della stessa medaglia. Come posso pretendere che qualcuno provi qualcosa per me? Come posso tenerla qui quando so che non posso restare nemmeno io… non c’è molto altro da fare.

Abbiamo perso.

Every me Needs You.

 

 

Dal tuo punto di vista.

È tutto così sfocato.

Dal tuo punto di vista.

È quasi ingiusto.

 

“Io…

 

Prendi il piano e capovolgilo

 

Io…

 

Cado.

 

Senza di te, non sono niente
Senza di te, non sono niente
Senza di te, non sono niente

 

Prendi il piano , capovolgilo
Senza di te non sono assolutamente niente.”  *

 

Abbiamo scritto quasi tutta la storia, manca solo il capitolo finale… è così, vero?

Senza te non sono niente.

Ed è tutto in mano mia… sta a me decidere se questa sarà davvero la più triste fine.

Se questa sarà davvero la volta buona che mi arrendo.

Che ti lascio andare, che mi lascio andare.

Io, inutile, illusa e disillusa.

Dal tuo punto di vista però c’è altro… dal tuo punto di vista sono solo Io.

Dal tuo punto di vista ci si innamora di me.

Aiutami a crederci ancora.

Perché senza di te non sono assolutamente niente.

 

 

Anche l’ultima traccia della mia presenza finisce nella valigia. La camera è vuota… però il nostro profumo sembra voler attardarsi ancora qualche minuto aleggiando sul cuscino.

Ogni tanto mi volto, spaventato, a cercare tracce di sovrannaturale nello specchio. Niente.

Eppure la presenza resta e anche non voglio ammetterlo, io ci credo.

Non ho sognato, non ho creato allucinazioni.

Ogni parte di me sta lasciando questo posto… tutte, tranne una.

Una parte di me si trova qualche piano più sotto e forse ancora mi odia.

Spero solo che ti ricorderai di me, diciottenne con già tutto il mondo sotto le scarpe sporche e una gran voglia di mollare e passare anche solo dieci minuti abbracciato a te senza dovermi nascondere da un flash e una manciata di urla.

Grazie comunque. Grazie di tutto…

Senza di te non sono niente di ciò che avrei voluto essere. Sono solo speciali desideri che terrò qua accanto al mio cuore, non c’è bisogno che qualcuno li veda. Ci sono. Per te.

Senza me tu sarai tutto il resto del mondo.

Basta questo.

 

 

Bill inforca gli occhiali di Chanel che gli ho regalato a Natale.

Gli coprono gli occhi e gran parte del viso. Bene, penso, almeno si sentirà libero di sfogarsi… nessuno lo vedrà piangere, nemmeno le fans in aeroporto.

«Fratellino, tutto bene?»

Allungo una mano verso il suo viso per saggiarne il calore ma lui si sposta di quei pochi millimetri che mi fanno comprendere il suo disagio.

«Non chiamarmi fratellino… non sono più piccolo…»

Mi scansa di colpo e accelera il passo verso la struttura in vetro, costringendo le guardie del corpo ad inseguirlo, letteralmente.

Saki no, lui resta con il grosso del gruppo, senza però esimersi dal tenere il frontman sottocchio, da sopra il profilo della folla.

«Ha qualcosa di strano, vero?» biascica nella mia direzione, accennando a Bill e al suo caratteraccio di questa mattina.

«Si… sai è per via di una…»

«Ragazza.» Completa lui con l’aria di chi la sa lunga «immaginavo!»

«Già…»

Tento di tagliare corto, in effetti non saprei che altro aggiungere: la storia con Giulia è stata solo un gran casino dal primo momento. È quasi incomprensibile come sia andata a finire così.

I classici cinque giorni che ti rovinano, la conferma che l’amore che tanto cerca Bill in realtà, per quanto sia vicino, non potrà mai essere raggiunto.

Arriviamo alla sala dei Check-In e qualche decina di fans ci accoglie tra urletti isterici e saltelli eccitati, pregando per autografi e foto.

Mentre noi ci impegniamo per accontentarne qualcuna, Bill lascia perdere e sta in disparte, controllandosi il trucco mentre aspetta che Saki finisca la coda.

Qualcuno mi tira per la maglia larga e mi sento chiamare: «Tom… ehi, Tom… guarda là…»

Gustav indica fugacemente con una mano verso le fans a destra.

Per un attimo non capisco cosa voglia mostrarmi, poi vedo.

«Oh.»

***

* la parte in corsivo è la traduzione di un pezzo della canzone "Without You I'm Nothing" dei Placebo.

Ho voluto citarne un pezzo perchè la trovo una canzone assolutamente divina, proprio come "Every You, Every Me" ,sempre dei Placebo, che ho utilizzato come "spunto" per la parte di riflessione di Bill.

Quest'ultima canzone infatti parla anche della "multipersonalità" dell'uomo. ^_^

Vi consiglio di scaricarvi l'album "best of" dei Placebo intitolato "Once More With Feeling" che contiene tutte le canzoni iù belle di questo gruppo più il duetto di Whitout You I'm Nothing con il grandissimo David Bowie.

 

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martedì, 06 maggio 2008 alle 21:12

Not Real - 18


Capitolo un po' complicato ^^' per chiarimenti lasciate un commento o email a kikitrack@gmail.com

Non è come ce lo si aspettava immagino...

Chap 18

Zusammen

In die Nacht

 

Ho perso il senso del tempo che scorre, immersa nella vasca, l’acqua calda che brucia sulla pelle, la carne scoperta sul braccio destro, il tuo nome disegnato con un dito nella condensa sul muro.

Ho perso il senso del tempo che resta, le lancette dell’orologio girano senza un senso.

TicTacTicTac.

Non so più chi sono. Non so più cosa voglio. Un tempo volevo te, respiravo te, ero te. Non ci sei più.

Mi hai buttato via come un giocattolo vecchio e sei andato avanti per la tua strada fatta di feste, amici, donne. Donne. Non come me, non ragazzine… donne. Donne con il sesso scritto in faccia e un corpo migliore del mio.

Tic.

Vorrei poterne uscire.

Vorrei abolire questa carne impura e sbagliata.

Il suicidio non rappresenterà mai più una soluzione, l’hai portato via da me per sempre con due parole, con un sorriso e qualche bacio. Niente più scappatoie.

Non ci sono più vie da percorrere, non c’è più il tempo. Posso solo aspettare.

Tac.

In mir wird es langsam kalt
wie lang könn' wir beide hier noch sein

TicTac.

Scusa, non profanerei mai la vostra canzone se queste parole non fossero perfette.

Non ho mai voluto dividervi. Non avrei mai voluto vederti soffrire… pensavo volessi la stessa cosa per me.

Halt mich. sonst treib ich alleine in die Nacht
Nimm mich mit und halt mich
sonst treib ich alleine in die Nacht.

Sprofondo nell’acqua tiepida e singhiozzo nel tepore.

Non ci crederai ma per qualche istante ti ho amato sul serio con tutta me stessa, con il cuore, con la mente, razionalmente, irrazionalmente, con le parole, con i gesti. Semplicemente.

Provo a respirare sott’acqua ma non ne sono capace. Per qualche folle istante mi convinco che se tu fossi qui con me riuscirei a fare pure quello, che riuscirei a fare qualsiasi cosa.

Riemergo tossendo.

TicTac.TicTac.

Battito accelerato.

Non credere che ci cascherò. Non sei tu a guardarmi riflesso nello specchio, non sei tu.

Sei una mia fantasia, sei la mia mente che si sdoppia per salvarmi ancora una volta da me stessa e dalla mia paura.

Dalla solitudine.

Si, prendimi tra le tue braccia, bagnati la maglia cercando di tirarmi fuori di qui, urlami contro il viso che sono pazza, urlami che mi ami, chiedimi se so sto bene. Fingi che ti importa qualcosa di me! Fingi di essere reale! Fallo!

Entri nella vasca assieme a me e piangi, mi scuoti con tutte le forze che ti sono rimaste. Mi abbracci come se esistessi solo io come anima, come se il mio corpo non avesse più importanza. Provi a raggiungermi mentre io sento la vita scivolare via.

Non dal braccio, non dalle vene, non dalla mente.

Non provare ad aggiustarmi, io non sono a pezzi.

Hai un corpo, non sei caldo, non sei un angelo.

Bleib Hier.

TicTacTicTacTicTacTicTac. Tempo scaduto.

 

 

 

 

Affondo il viso nel suo petto e lo bacio, nudo, bagnato, sporco di sangue, ancora caldo.

Non lasciarmi.

Tutto ma non questo.

Non oggi.

Non così.

Non a causa mia.

«Odiami piuttosto, ti prego. ODIAMI! ODIAMI! ODIAMI!»

Non so più perché urlo. Presto non potrai più sentirmi.

«Alzati! Ti prego non chiudere gli occhi… ti prego! TI SUPPLICO, NON COSì!»

E poi sussurri.

«Bleib Hier.»

Sento il cuore fare un salto nel petto e picchiarmi in gola.

Ti stringo ancora e ancora.

Non lasciarmi.

«Ich bin da» rispondo tra le lacrime. Anche tu hai pianto, si vede: hai gli occhi gonfi e rossi.

«Bleib Hier.» ripeti in un soffio.

Si resto! Non ti lascio. Non più, mai.

Ho un brivido mentre i nostri cuori battono all’unisono.

Ancora una volta.

Ti prego.

 

 

«Credevo fossi…»

«Morta?»

«Sembrava avessi tentato di…»

«Suicidarmi? Non l’avrei mai fatto…»

Si zittisce all’improvviso. Si mordicchia il labbro inferiore torturandosi il piercing.

«Mi dispiace.» continuo distogliendo lo sguardo e accennando al bagno «di avervi spaventato.»

Bill è là dentro da mezz’ora e vomita piegato in due sul water.

Ha i vestiti bagnati e appiccicati al corpo, il mio sangue li macchia di paura e imperfezione.

«No.» Tom scuote la testa. «No non devi dire così… non hai colpa, anzi!... Noi… non… l’importante è che stai bene.»

Annuisco con poca convinzione e mi sistemo l’accappatoio addosso sperando di non essere pallida e sfatta quanto penso di essere.

«Sai… quando vi ho visti in quella vasca… non ho capito più niente. Non credevo di poter provare tanta paura in un solo momento e per qualcuno che non fossi io.» sussurra Tom, sempre evitando di guardarmi negli occhi. Fa quasi tenerezza… so che mi ha sempre odiato, ed ora è qui, spaventato per me.

Senza pensarci mi alzo e lo abbraccio.

Non so cosa si sia creato tra di noi ma, fosse anche la più lontana parvenza di un’amicizia, a me va bene e non intendo buttare tutto al vento.

Bill fa la sua comparsa.

Ha un aspetto orribile: sta male.

Non so cosa dire, non so se essere arrabbiata, dispiaciuta.

Dammi un indizio.

Guardami.

Fai qualcosa.

Le parole che mi hai detto mentre stavo sdraiata in quell’acqua torbida le ricordo, sai?

Ma a colpire di più sono le parole che non mi hai mai detto.

«Giulia…» inizi la frase con voce salda ma le buone intenzioni si sciolgono in silenzio e le tue labbra secche e livide si muovono frenetiche senza mai trovare la giusta via per comunicare.

«Lascia stare… non importa…» sono una bugiarda, vero? Importa, eccome se importa. Mi hai lasciata lì dopo tutti quei bei discorsi, dopo il regalo, dopo il sesso, dopo le stelle e tutte quelle cose che ci dicevamo per farci forza ma che a noi NON SERVIVANO.

Era di te che avevo bisogno.

Faccio per andarmene ma tu mi afferri un braccio e mi tiri verso di te. «Importa» sussurri, lo sguardo che si fa serio. «Ci tengo solo a farti sapere che non sei MAI stata un gioco. MAI.»

Mi trattengo a stento dal darti uno schiaffo in pieno viso o dal baciarti. Ma cosa vuoi da me?

«Non sei stato bravo a dimostrarlo.»

«Lo so… mi dispiace.»

Tom intanto scivola lentamente verso la porta. Cercando di non fare rumore distrugge un vaso e impreca dopo aver sbattuto un piede contro lo spigolo del comodino.

Ma per noi non esiste nient’altro che questo metro quadrato in cui sentiamo affollarsi dubbi e paure.

«Non ci crederai. Vorrei darti una motivazione seria per non averti detto niente prima di questa sera, per averti dato buca. Ma tutto ciò che posso dirti è un’assurdità senza senso. Non ci crederai…»

«Mettimi alla prova.» ribatto, forse un po’ acida.

Scusa Bill, ma dopo quello che ho passato non puoi chiedermi di perdonarti troppo facilmente.

«Ho visto… una cosa. È venuto… da me… per dirmi che non dovevo più vederti.»

Ho una paralisi repentina e incontrollata.

Spero di non aver sentito bene.

Spero sia solo un tuo scherzo prima di dirmi addio.

«C-cosa?»

«Lo sapevo che era una cattiva idea…» borbotti tra te e te, muovendo un passo a destra, allontanandoti e cercando di chiudere il discorso.

Rimango ferma ancora qualche secondo prima di collegare e riscuotermi.

Era tutto reale… Per l’ennesima volta non so se ti amo o se ti odio.

«ASPETTA!» ti urlo dietro, giusto un istante prima che tu esca da quella porta.

Ti giri stancamente a guardami negli occhi, intensamente come la prima volta.

«Hai visto te stesso?» domando con un filo di voce, vergognandomi anche solo di aver pensato di porti una domanda simile.

Apri la bocca, incapace di dire o fare qualsiasi cosa, aggrotti la fronte.

Annuisci.

«Come lo sai?»

«Intuito.»

«Capisco…»

«E tu… tu… perché sei venuto qui?»

«Ti sentivo… dentro.»

 

STAI CALMA.

«NO!»

Non è come credi.

«Si invece… lo è! Me l’ha detto lui stesso…»

Non era previsto nei piani. Tutto questo non doveva accadere.

E Dio scoprirà tutto.

Non capisci? Dovevo salvarti…

«Ma da chi? Da CHI? Si può sapere? Io lo amo. Lo amo. Devi accettarlo, devi accettare che lui sia umano e tu no. Che lui sia reale e tu NO.»

Dolore?... Non posso provare dolore. Una fitta. Dev’essere la punizione di Dio che comincia ad avere il suo effetto.

Parte dal cuore, scende verso l’inguine, poi risale fino alla testa. Da lì prende gli arti e tutto il corpo.

Dolore.

Me ne vado, allora.

«BENISSIMO!»

Se lo faccio… sarà per sempre.

«Non chiedo altro…»

Dolore.

Addio…

«Bravo, vattene! Non ho bisogno di te! IO HO LUI! Non… non ho bisogno… di te.»

L’ultima immagine che ho di lei: una ragazzina sola e spaventata che si accascia sul divano verde della stanza di Bill Kaulitz. Non una donna, una ragazzina. Un’illusa? No… Solo una ragazzina fragile e innamorata.

Alla TV ci sono i cartoni animati e lei, ancora non lo sa, ma se li ricorderà per sempre.

Gli umani tendono a ricordare solo i dettali più insignificanti e marginali dei momenti in cui provano dolore.

È sola, non sa se ridere o piangere. Non sa chi è… e da ora in poi non potrò più aiutarla a scoprirlo.

« by RedSam ~ commenti (11) °

domenica, 04 maggio 2008 alle 09:32

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