Not Real - 14


Chap 14

 

“I belong to You

You belong to Me”

 

Rimango solo in compagnia di un vassoio in plastica rossa, un panino mezzo mangiato, due pranzi ancora intatti e un certo numero di vestiti femminili.

Che tristezza.

Indeciso sul da farsi mi dedico al panino precedentemente abbandonato; lo sguardo mi cade sul loro vassoio: Bill ha ordinato esattamente ciò che ho preso io… è una cosa che mi fa male.

Così uguali… così diversi, così ciechi quando si tratta di proteggerci a vicenda.

E lei? Lei che ruolo ha nel nostro gioco?

Lei è una pedina leggera, che Bill abbandonerà quando sarà costretto a farlo.

Una nota stonata.

Continuo a ripetermi che quel che ho detto l’ho detto per il bene di entrambi e per il bene della band… non mento, eppure mi sento una vera merda.

Rovisto un po’ nei loro sacchetti: all’interno alcuni vestiti… sono così diversi tra di loro… un abitino nero molto elegante, senz’altro scelto da Bill, una gonna bianca e nera e una canotta fucsia piena di spille che senz’altro ha scelto lei.

Così diversi…

Come noi…

Così diversi…

Tra di loro…

Così diversi… che quasi sembrano uguali.

Vengo sorpreso da un fischio alle mie spalle e una manciata di coriandoli mi investe.

Mi volto rapidamente e mi trovo faccia a faccia con Rose che indossa un cappellino di carta colorata e soffia in uno di quei fischietti colorati che si srotolano (non saprei come descriverli!) mentre mi porge un piatto pieno di fette di torta al cioccolato.

La guardo sorpreso, poi lei mi spiega che Bill l’ha pagata per farlo.

Guardo la torta.

Con della glassa rosa è stata arrangiata una scritta.

“Le stelle ci sono anche quando non le possiamo vedere.”

Non capisco, però sento di aver commesso un errore.

«Fossi in te cercherei di farmi perdonare, rastoide…»

«Si… sarà meglio… ma non facile.»

«Essere un fratello non è mai facile, immagino.»

«Nemmeno essere un cantante famoso, immagino.»

«Già.»

«Rose…»

«Che vuoi?»

«Grazie.»

 

 

Addenta una mela verde, lo sguardo perso nel giorno che muore.

L’ha voluta aspra la mela.

Non so perché.

Le piace solo così.

Sorrido strofinandomi un asciugamano sui capelli e asciugo qualche gocciolina piombata sul pavimento, torno in bagno, ma solo assicurandomi di poterla spiare nel riflesso dello specchio.

Dà piccoli morsi, mangia prima la buccia e poi l’interno, scavando verso il torsolo un po’ alla volta, passandosi la lingua sulle labbra rosse di tanto in tanto.

Provo ad immaginare il sapore che debbano avere adesso, ci addiziono mentalmente l’aspro della mela e il dolce di lei.

Che buona.

Finisco col passarmi anche io la lingua sulle labbra.

È seduta sul davanzale della finestra, come un gatto.

Il cielo si è rischiarato un po’, torna il clima primaverile… acerbo ancora.

«Bill…»

«Si?»

«Come mai ci siamo baciati prima?»

«Aehm… perché… ti amo… e tu… bhe… mi… a… ci tieni a me… spero.»

«Mm… si ma io ero arrabbiata con te, ti ho odiato.»

«C’è chi dice che il nostro subconscio riconosca una persona buona da una cattiva anche solo sfiorandola…»

«Quindi io ti odio ma il mio subconscio ti ama.»

«Non usare quel verbo… ti prego.»

«Amare?»

«Sai a quale mi riferisco.»

«Ja, scusa.»

«Niente.»

È un gatto. Ma non è un gatto.

Un gatto è freddo, imprevedibile, fa le fusa, graffia, scappa, ti cerca.

Lei è un gatto, ma non è un gatto.

«Bill…»

«Si?»

Rinuncio ad asciugarmi i capelli e mi avvicino a lei, già vestito ma con la pelle ancora umida.

«Tom mi odia?»

Sorrido quando sento quel nome… Tom.

Tom mio fratello maggiore.

Che poi, di maggiore ha ben poco… dieci minuti scarsi… è pure più basso di me!

Da quando siamo piombati nel mondo, quel primo settembre dell’89, abbiamo sempre fatto tutto insieme.

La scuola insieme, la musica insieme, famiglia, lavoro, vacanze… tutto insieme.

Avere una ragazza per una notte non separa nessuno, innamorarsi di una ragazza cambia tutto.

Per un certo senso posso quasi riuscire a comprendere la sua preoccupazione: è una cosa che attanaglia anche me.

Cosa le dirò quando le valigie saranno pronte in camera mia e il tour bus passerà a prenderci?

Cosa le dirò quando lei si sveglierà sola… sola senza sapere nemmeno il perché…?

Le scriverò un biglietto, come ho fatto con le altre…

Lo farò e poi piangerò sulla spalla di Tom, l’unico che non potrò mai abbandonare.

Insieme per sempre.

Soffrire insieme.

Ecco perché lo fa… ecco perché la odia.

«Bill… ci sei?»

«Ehm… si, scusa, stavo pensando. Qual era la domanda?»

«Ti ho chiesto se Tom mi odia…»

«Lui si, il suo subconscio no…»

 

 

Getto il torsolo della mela nel cestino e faccio canestro: sollevo le braccia ed esulto sotto gli occhi divertiti di Bill Kaulitz.

Quante volte ho pronunciato questo nome sentendolo mio, parte di me, nome del mio fantasma.

Invece è solo suo, di colui che è qui con me. Mio?

Lui si avvicina per accarezzarmi e io scendo di scatto, lo spingo sul letto e mi ci sdraio sopra.

Lo bacio.

A lungo.

Lo mordo.

Delicatamente.

Lo mangio.

«Sei in mio potere.» gli sussurro divertita.

Lui risponde a tono e finiamo con il rotolare sul letto.

Danziamo vorticosamente, allacciati febbrilmente.

Desidero la sua lingua tanto quanto lui desidera la mia, non ce ne vergogniamo.

Assaggio la sua saliva, senza pudore, stringo leggermente il suo labbro inferiore tra i denti, mordicchiandolo, succhiandolo, gustandolo.

Gli piace e me lo fa capire allacciando le gambe attorno alla mia vita e spingendomi la testa contro la sua.

Passa languidamente il piercing sul mio palato e sotto la mia lingua e poi sopra e intorno, insaziabile alla ricerca di un piacere che non ci lascerà mai.

Permetto che le sue mani scorrano lungo i miei fianchi fino al basso ventre, tremanti di desiderio, per poi insinuarsi nei pantaloni fino a sfiorare il bordo elastico delle mutandine rosse.

Si blocca all’improvviso e torna a posare entrambe le mani sulle mie guance. Mi bacia con gentilezza e sussurra contro le mie labbra: «Scusa se sono così… io vorrei darti tutto senza toglierti nulla. Dimmi ciò che desideri e sarà tuo. Sarò tuo

«Desidero essere parte di te come tu sei stato parte di me ogni singolo minuto degli ultimi due anni.»

Il letto è così impregnato del suo profumo che a chiunque altro potrebbe risultare fastidioso, ma non a me. Troppo a lungo ho bramato questo odore, questo corpo esile, queste dita esitanti.

Poggia la fronte sul mio collo poi slaccia la cintura borchiata che indosso.

Vola a terra.

Con la mani sottili mi sfila la maglia leggera e slaccia il reggiseno colorato.

Volano entrambi a terra.

Non provo imbarazzo, nonostante tutto, nonostante la sua presenza.

Il suo sguardo ipnotizzato mi accarezza la pelle del petto, il seno, diffonde calore, ferisce all’improvviso.

«Mmh…»

Mordicchia ogni centimetro della mia pelle con languida lentezza, massaggiando con la lingua ogni angolo.

«Ti amo.» sussurra.

«Prendimi.» rispondo.

Con indecisione getta a terra anche i miei pantaloni e i suoi vestiti, restando in boxer.

Mi concedo una sbirciata al suo corpo… è così imperfetto, troppo magro, troppo privo di muscoli, troppo perfetto ai miei occhi.

Le gambe sono sottili ma i muscoli del suo sedere sono tesi e lo rendono bello e tonico.

Bill si distende al mio fianco e prende le mie mani tra le sue.

Mi guarda gentile.

«Qualcosa non va?» gli chiedo.

«No, è tutto fantastico…»

Mi fa intuire che si è fermato perché attende un mio cenno, un mio consenso, un consenso di cui non necessita per me: non mi concederei a nessuno che non sia lui.

I boxer neri e aderenti nascondono a fatica la sua eccitazione.

Con una mano lo spingo a rilassarsi sulla schiena.

Mi metto a cavalcioni sulle sue gambe e lascio una scia di piccoli ed umidi baci partendo dal petto fino alla radissima peluria sotto la stella.

Mi soffermo su quel punto in particolare, torturandolo con sadica lentezza.

«Ti piace?» sussurro sulla stoffa elastica, già gonfia di piacere.

Lui geme. Lo prendo per un si.

Comincio a baciare la sua erezione attraverso l’unico indumento che ancora ci separa, la sfioro con un dito,percorrendone la lunghezza tramite la sottile trama dei boxer.

Senza spostarmi, lo guardo di sottecchi: ha socchiuso gli occhi e le labbra tremano troppo per restare chiuse.

È terribilmente sexy.

Faccio scorrere due dita lungo il bordo interno dell’elastico dei suoi boxer, poi li allargo e li abbasso di qualche centimetro fino a scoprire parte di lui.

Senza guardarlo comincio a baciarlo posandovi la lingua di tanto in tanto. Calore contro calore. Peccato contro peccato.

Dopo svariati gemiti è Bill a fermarmi. Si inginocchia accanto a me, facendomi mettere a sedere.

 

 

Ci guardiamo in silenzio, poi mi sdraio sul suo corpo caldo e morbido.

Lo accarezzo ancora e ancora.

In pochi secondi decidiamo entrambi che è il momento giusto… ci sbarazziamo degli ultimi indumenti che ci separano.

Siamo nudi entrambi. Non mi fa troppo effetto: con lei sono stato sempre nudo, terribilmente nudo.

Di lei invece è difficile vedere le ragioni più profonde.

Forse è per questo che ai ragazzi della mia età piace tanto il sesso: è l’unico momento in cui si può spogliare una persona senza fare fatica.

Ogni pensiero si annulla quando lei mi fa cenno di osservarla e divarica un po’ le gambe, solo qualche centimetro.

Deglutisco ma non ho più saliva, è sempre più difficile mantenere il controllo.

«Comincio a desiderare di saltarti addosso.» bisbiglio, buttandola sul ridere.

«Fallo…» ride lei.

«Willkommen im Hoteeeeeel!»

Cominciamo a lottare, inizialmente scherzando e poi possessivamente.

Ci desideriamo, è questo il momento.

«Ti amo.»

«Sei mia…»

Ciò che resta di noi è un unico corpo.

Ciò che resta di noi è un unico corpo con due anime in lotta e innamorate.

E anche quando i corpi tornano ad essere due le anime restano unite. Innamorate.

 

«Ehi…» le sussurro, scostandole i capelli dal viso.

Lei mi guarda, accoccolata contro il mio petto stretto, abbracciata alla mia vita ancor più stretta.

«Ho paura Bill…»

«Paura?»

«…Lascia perdere…»

Sospiro e la accarezzo di nuovo.

«Bill promettimi solo che non mi dimenticherai mai…»

«Mai.»

 

 

Io sono tua… ma tu sarai mai mio?

 

 

Una giornata che mi è parsa lunga un anno è finalmente giunta al termine.

Arrivo in hotel a piedi perché la macchina dell’hotel è stata portata via dal carro attrezzi per parcheggio in zona di sosta vietata.

Ovviamente per non farmi riconoscere ho dovuto camuffarmi come potevo… per fortuna che c’era il sacchetto con i vestiti che Bill ha comprato a quella ragazza e per fortuna c'era Rose.

Lascio immaginare come mi sono dovuto conciare per arrivare a destinazione senza problemi.

Quando Jost mi vede arrivare tira un sospiro di sollievo, si incazza da morire e scoppia a ridere tutto nello stesso momento…

«Ma come cazzo ti sei conciato? Sei vestito da… da…»

«Si si ok sono vestito da ragazza diamoci un taglio che già sono nervoso.»

«Aahhahaha! Oddio! Questa è veramente bella! AHAHAHHAHA! Ti dona lo zebrato!»

«Uff…»

«Aspetta che ti veda Georg e poi ne riparliamo!»

«NO NO NO lui non deve ASSOLUTAMENTE vedermi! Sarebbe la fineee!»

Comincio a correre verso camera mia, trascinandomi dietro il sacchetto di Mango dove ho riposto i miei amati vestiti extralarge.

Maledetto Bill e maledetta la sua ragazza!

Mi getto in camera e chiudo in fretta la porta alle mie spalle.

Mi ci appoggio con la schiena e tiro un sospiro di sollievo: pace.

Muovo qualche passo verso la zona notte e due corpi nudi mi accolgono nella luce rosastra del tramonto.

«Oh.» so di dovermi coprire gli occhi ma, non me ne vogliano, chi si perde questo spettacolo?

«Tom! Cosa ci fai qui?»

«Ah, non è la mia camera?»

«No… la tua è quella a fianco.»

«Ah»

Lui guarda me, lei guarda lui, io guardo lei, lui se ne accorge e guarda me, lei se ne accorge e si copre.

Scena piuttosto imbarazzante.

«Ehm… Tom… sei vestito da donna.» lei si dimentica per qualche istante di essere nuda e si mette a sedere per guardare meglio il completino gonna-canotta che indosso.

«Ma che ragazza arguta! È colpa vostra…»

«Molto trash!» esclama lei sorridendo.

«Trash? Ma che lingua parli?»

«Lascia perdere Tom! Giulia ha una lingua tutta sua.»

Non mi sfugge lo sguardo malizioso che Bill le lancia e così realizzo fino in fondo cosa stava accadendo.

«Voi avete scopato!»

«Ma che ragazzo arguto!»

«Non farmi il verso… Ora sono perplesso… voi avevate litigato… e adesso vi trovo qui nudi presumibilmente dopo aver scopato?»

«Bhe…»

«No questo è troppo… vado a farmi una doccia e a levarmi questa robaccia Lash del cazzo.»

«Si dice Trash…»

«Si, si come vuoi…»

Che gente!

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giovedì, 27 marzo 2008 alle 19:03

Not Real - 13


Chap 13

 

“Am I honest?
Then bite my tongue right off.
Am I richer?
Then take it all.
Am I braver?
Kill me and eat my heart.”

 

Sputo veleno. Le dico tutto quello che penso di lei, del suo essere una schifosa approfittatrice. La odio, e lei odia me…

«Vuoi che stia lontana da tuo fratello? Ok, sei accontentato! Se vuoi proprio saperlo, Tom, è tutta la vita che mi limito a guardarlo da lontano.» grida sottovoce, per non farsi sentire da nessuno tranne che me.

Bill Saluta con gentilezza la cassiera.

Soddisfatto torna al posto e, non trovando Giulia, si guarda attorno.

Quando mi vede sorride e a me si spezza il cuore: da quanto non vedo quel sorriso? Da quanto? Mi viene in mente il motivetto di Durch Den Monsun e immediatamente il mio sorriso si spegne.

Come fa ad essere così idiota? Non capisce che questi sono gli ultimi minuti che passerà con lei… gli ultimi minuti a fingere di essere il bambino con i capelli ingellati e un ciuffo sull’occhio sinistro.

Io DEVO fare qualcosa.

«Tomi! Come mai da queste parti?»

«Io…» guardo Giu negli occhi e lei fa lo stesso con me.

Entrambi ci stiamo chiedendo cos’abbia intenzione di fare l’altro e di conseguenza nessuno fa niente.

«Ehm… ragazzi, tutto ok? Vi conoscevate già, no?»

Annuisco dando un’occhiata disgustata all’hamburger mezzo mangiato… di colpo non ho più fame.

Faccio la cosa giusta? Faccio DAVVERO la cosa giusta.

«Giulia, hai fame piccola? Ho qua il tuo menu… le patatine le ho già assaggiate io, sai, per assicurarti il meglio!» Ride. È così fottutamente senza speranza. Mi monta la rabbia in petto.

Lei non è brava a fingere che vada tutto bene, non oggi.

«No grazie… non ho più fame.» mormora, poco convinta, e mi fissa ancora con dubbio o risentimento, o forse entrambe le cose.

Ora mio fratello ha capito ovviamente, non è stupido… al massimo è un po’ ingenuo.

«Ora basta! Si può sapere cosa succede qui?»

«Succede che…» inizia lei, ma io sono più prepotente.

«Succede che ti sei bevuto il cervello, ecco cosa succede!»

«Non capisco cosa vuoi Tom.»

«Voglio che la finisci con queste stronzate sul vero amore quando poi ti fai la prima che ti capita a tiro. E Saki? Dov’è Saki, eh? “Casualmente” lo avete perso di vista? Lei potrebbe essere una falsa Groupie, o magari un vile trucco di qualche anti per dimostrare al mondo come sei coglione!»

Tom basta. Tom finiscila. Tom non esagerare!

Niente… non riesco a non urlare, forse anche perché oggi sembra andarmi tutto male e quindi sono nervoso o forse perché un po’ dei geni da “suocera rompipalle” di Bill li ho ereditati anche io.

Si, ok… mi piace impicciarmi ogni tanto! E si, ok… sono un po’ geloso: lui è mio fratello… e non ci sono scuse… quel sorriso non può tornare. Non può. Inutile che lui si illuda.

Bill gonfia il petto per qualche istante, tanto che quasi penso si stia arrabbiando sul serio.

«Lei.Non.è.La.Prima.Che.Passa» scandisce digrignando i denti con fare minaccioso.

«Ah no? Ah no?! certo… hai ragione… la conosci da ben DUE giorni! Come l’altra lì… Sarah, quella di Madrid… e quell’altra bionda, quella di Parigi… e poi quella di Dortmund… e quella di Lisbona, e quella di Nizza… o sbaglio? Due giorni e ogni volta ti dimentichi di me, Geo e Gus… e della band.»

Bill non mi ascolta più: nel sentirsi elencare le ragazze con cui è stato nell’ultimo mese si è subito girato verso Giulia. Lei ha le lacrime agli occhi.

E se ne va… lei se ne va.

 

 

La seguo fino al nostro tavolo, le afferro con delicatezza un polso per tenerla vicina a me.

«Piccola… scusalo. Ti prego, è mio fratello. Lui non sa quel che dice.»

È tutto ciò che ho.

È tutto ciò che mi collega a un passato che non sia pieno di tristezza o delusioni.

«NON CHIAMARMI PICCOLA! E comunque…» si passa una mano sulle guance cercando di asciugare le lacrime che scendono in maniera incontrollata, come il suo respiro non sembra volersi normalizzare «…a me sembra che invece sappia MOLTO bene quel che dice.»

«No, non prendertela con me adesso! Devi cercare di capirlo, lui non vuole vedermi soffrire…»

I suoi occhi si dilatano e con uno strattone si libera dalla mia presa.

Forza la propria gola che non permette ai suoni di farsi strada:

«T u So f f r i? Tu? Credi di sapere cosa significa la parola sofferenza? No Kaulitz… Non hai capito proprio un cazzo di me. Un cazzo

Si allontana di colpo verso l’uscita e passando davanti al tavolo di Tom gli getta addosso la busta di carta con dentro i vestiti che le ho regalato.

«Ora è tutto tuo… non preoccuparti, non farò soffrire il taxista tornando in Hotel.»

Mi si forma un groppo in gola.

La vorrei fermare, ma tutto ciò che riesco a dire è un misero: «No, non andartene…», poi resto bloccato a fissare la sua sagoma che sparisce al di là della porta scorrevole.

 

 

Ho assistito a tutta la scena in preda a un misto tra imbarazzo e disgusto.

È proprio vero che non ci sono più i maschi di una volta!

Ai miei tempi due fratelli avrebbero fatto a gara per la stessa ragazza, non avrebbero cercato di tenerla l’uno lontana dall’altro.

«Siete patetici…» mi sfugge di dire, mentre passo uno straccio inumidito sul bancone.

Ogni tanto, e dico ogni tanto, pulisco.

Il ragazzino con i rasta mi guarda con bocca semi aperta, so cosa sta pensando. So che si sente in colpa.

Glielo si legge negli occhi.

«Fatti i cazzi tuoi.» bisbiglia.

«Oh stai tranquillo, il tuo non me lo faccio di certo.» Ridacchiando mi avvio verso la friggitrice.

 

 

«Scusa Bill…»

«Stai zitto.»

«No, sul serio… mi dispiace.»

«Ormai è un po’ tardi, no?»

Si, è tardi, tardi per fermarla, tardi per spiegarle la situazione. T a r d i. Come odio questa parola.

Ho sempre detestato il tempo, il tempo che passa, che fugge via.

Il MIO tempo.

«E se invece che restare imbambolato lì a piangere sul mascara versato la raggiungessi in Hotel?»

Mi volto appena per intravedere Rose fare capolino da dietro al bancone.

Ha ragione cazzo! B i l l  S V E G L I A!

«Potrei… posso… provare a sistemare, in qualche modo… cioè, non cambio idea, ma…»

«Scusa Tom ne riparliamo più tardi.»

Con una gran pacca sulla schiena lo saluto, come se niente fosse successo; volo fuori e dimentico al Mc tutti i nostri sacchetti, dimentico pure il cellulare.

Non mi scapperai. No.

Non ci sono taxi qua fuori, l’ultimo deve averlo preso lei: se non erro ha detto di essere diretta in hotel.

Sarebbe anche logico, dato che lavora e abita lì.

Dovrei essere abbastanza vicino alla fermata del tram, ma sinceramente non saprei proprio che direzione prendere, né come pagare il biglietto.

Sono nei guai.

Un claxon suona.

Una macchina inchioda a pochi centimetri dalle mie gambe… non mi ero accorto di essere in mezzo alla strada.

«Ma dico! Sei pazzo? Potevo ammazzarti, idiota!»

Prendo fiato premendomi una mano sul petto, ma non provo vera paura: non c’è nessuna sensazione così forte da poter sostituire la totale agonia dell’essere innamorati.

Una donna scende dall’auto e mi viene incontro ancheggiando sugli stivaletti con tacco che porta, deve essere piuttosto scomodo guidare con quelli.

«Bhe… stai bene? Mi sembri scosso.»

«Mi… mi scusi… sto solo… solo… cercando qualcuno…»

«Hai bisogno di aiuto?»

Ora è preoccupata: sono sempre stato un ottimo attore, lo ammetto.

«Io… io… avrei bisogno di un passaggio…»

La donna annuisce e aggrotta le sopracciglia.

«Sali.»

La macchina è spaziosa e i sedili di pelle profumano di nuovo.

«Allora, come ti chiami?»

Senza smettere di guardare il cielo farsi nuvolo al di là del vetro, le dico il mio nome. Mi trema vagamente la voce, ma forse è solo colpa dell’agitazione… Ho davvero paura di Perderla?

Io sono Bill Kaulitz: andrò da lei, le dirò due paroline dolci, le prometterò di non lasciarla mai, le prometterò amore… le prometterò l’eternità… e lei sarà nuovamente mia.

Qualcosa si muove in mezzo al petto, in fondo al cuore: rimorso?

«Ehi, ma mi stai ascoltando?»

Mi volto verso la donna dai lunghi capelli castani e le sorrido.

«No, scusa… è che sono spaventato… la mia ragazza è fuggita.»

«Ah. Bhe… spero non da te…»

Silenzio.

«Oh. Mi dispiace. Dove hai detto che devi andare?»

Le dico il nome dell’hotel e non c’è bisogno di dire altro, perché la donna conosce molto bene quel posto.

«Mio marito lavora lì.»

«Ma va? Magari lo conosco… io e il mio gru… cioè… io e i miei amici ci alloggiamo spessissimo.»

«Guarda che non c’è bisogno che fai il furbo con me, Bill Kaulitz.»

«Come sai chi sono?»

«Hai un naso che non si dimentica.»

Colto nel segno mi porto una mano al naso e me l’accarezzo: è piccolo, mi è sempre piaciuto.

«Prima ti ho chiesto il nome solo per un’ulteriore conferma. Comunque mio marito si chiama Matt.»

Fantastico! Sono in macchina con la moglie dell’uomo che più ho tormentato nel corso della mia vita… giurerei che le ha raccontato molto di me. Probabilmente se potesse tornare indietro nel tempo questa qua mi investirebbe invece che frenare!

Preso da un attimo di sconforto comincio a pregare.

Pregare? Io?

Io che non credo in Dio… io che non ci ho mai voluto credere…

Ti prego… falla restare accanto a me… per sempre.

 

 

Passi rapidi alle mie spalle.

Un corpo caldo contro il mio.

Mi giro, uno sguardo profondo come solo il suo potrebbe essere.

Un bacio.

Atteso da tanto.

Bramato a lungo.

Perfetto, proprio come Bill.

«Perdonami.» sussurra tra le mie labbra.

«Ti amo…»

Illusa.

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lunedì, 17 marzo 2008 alle 19:50

Not Real - 12


Chap 12

 

“Cause I hear the whispered words
In your masterpiece beautiful
You speak the unspeakable through
I love you too”

 

“No… stai scherzando?”

La osservo e rido, saltella sul posto e sbircia dentro al ristorante con sguardo sconvolto.

“Vuoi dire che… mangiamo… QUI?”

“Si, proprio qui!”

Mi salta al collo e mi abbraccia.

Vorrei di più.

Vorrei un bacio.

Saki ci fa strada nel locale, parla con il capo sala e gli passa delle banconote da sotto il tavolo.

Il posto dentro è veramente bello, non a caso in questo posto pranzano solo i ricconi e le superstars.

Paghiamo per guadagnare un tavolo stupendo, nell’angolo più elegante della sala.

“Io… io… grazie per quello che fai Bill…”

Rispondo al suo sguardo con imbarazzo.

Io non sto facendo proprio niente.

Io la sto prendendo in giro.

“No, non devi ringraziarmi, io non sto facendo niente…”

“Si invece. Sei qui… questo basta.”

Per un attimo temo che mi possa andare di traverso l’antipasto.

Sbaglio o… o mi sta dicendo che…?

“Bill… io ti…”

Continua, ti prego non fermarti.

“…ti… voglio bene.”

Ancora una volta.

Ma perché voglio sentirmelo dire?

Perché quel verbo significa così tanto per me?

Perché il semplice affetto non mi basta?

“Giu”

“Cosa c’è?”

“Sei incredibile.”

Sorride senza capire il motivo della mia frase, ne sono sicuro.

Candele colorate attorno al tavolo di legno, sabbia sul pavimento, lampade di carta, profumo di incenso.

Profumo di lei.

Arriva forte e chiaro.

Arriva fino a me che sto per cedere al mio istinto.

Mancano solo pochi centimetri.

Un solo contatto di labbra, non chiedo altro.

Uno solo prima che sia tutto finito.

Le nuvole cominciano ad addensarsi nel cielo latteo al di fuori della vetrina.

 

 

Io. Voglio. Te.

Lo sto per fare, sto per baciarlo.

Eppure…

Ci avrei scommesso che sarebbe successo qualcosa.

Un flash ci abbaglia e, prima che Saki possa fare qualcosa, una decina di fotografi sta passando attraverso la porta in legno del locale.

No. No. No.

Un cameriere corre disperato verso la cucina per chiamare il proprietario.

“No! Non potete!” sento Bill urlare con veemenza.

No, basta.

Saki arriva correndo ed urlando parole in un tedesco troppo volgare perché io possa capirlo: con una spallata allontana tre fotografi, ma gli altri scattano; a nulla valgono gli sforzi di Bill che cerca di nascondere il mio volto ai loro obbiettivi.

Vedo una mano di uomo afferrare la sua spalla destra per farlo spostare, la sua presa è forte, forse con una sola mossa potrebbe spezzargli il braccio.

No!

Con un movimento rapido mi alzo in piedi e sferro un calcio tra le gambe di quello stesso fotografo.

Nel caos lui si accascia a terra, lasciando uno spiraglio libero.

Aiutati anche dall’arrivo degli uomini della sicurezza, io e Bill riusciamo a scappare.

Corriamo.

Fuggiamo.

Da chi? Da qualche stupido paparazzo? O da qualcos’altro…

Mi stringe la mano ed attraverso essa posso percepire il suo battito, qualcosa che pulsa nelle vene di lui, così a fior di pelle nelle sue mani tese.

 

 

Corro come non ho fatto mai in vita mia… Tom se potesse vedermi non crederebbe ai propri occhi.

Io, Bill Kaulitz, che corro. Che compio un gesto atletico.

Wow.

Lei corre accanto a me.

No, non l’ho persa. Non vuole abbandonarmi. Corre con me. Corre per me.

Per un attimo mi illudo di poter essere libero, liberi io e lei, liberi di correre sul marciapiede, soli anche in mezzo alla folla.

Tutto pare annullarsi, ci siamo solo noi. Nelle nostre stranezze, nel nostro egocentrismo, nella nostra illecita libertà.

Ma perché mi illude che potrò essere libero di amarla?

Non sono nato in gabbia, no… ma ora ci sono.

Chi ha la chiave?

Mi trascina di colpo verso la strada.

“Dove vai?”

Salto un gradino e di colpo siamo su un tram. Saki e i fotografi arrivano affannati e ci guardano partire da dietro il vetro opaco e sporco delle porte ormai chiuse.

“Dove vai?” ripeto, prendendo fiato.

I suoi occhi si piantano nei miei. Sono così intensi che posso quasi sentirne il sapore.

“…lontano.”

Se la mia vita fosse un film, se io fossi il regista di tutto, questo sarebbe il momento ideale per bacio.

Un bacio di quelli veri, di quelli che di stroncano il respiro, di quelli che senti in ogni centimetro del corpo, ma che contemporaneamente non avverti affatto perché dura tutto troppo poco.

Un bacio di quelli che sembrano dipinti in un quadro.

Sfortunatamente questo non è un film.

Io non sono un regista.

Mi trascina già dal tram alla prima fermata e ci ritroviamo in una via del centro che non mi è affatto familiare.

Giulia mi sistema i capelli sotto al cappellino da baseball.

“Meglio essere prudenti. Non ci devono riconoscere… o siamo nei guai.”

Sorrido della sua finta ingenuità.

“Ci siamo già nei guai piccola…”

Diventa improvvisamente rossa e seria.

“Ti ho fatto salire sul tram perché quella è la linea che porta all’hotel… Saki e gli avvoltoi andranno lì a cercarci. Ora cosa facciamo?”

“Dovremmo evitare i posti che Bill –il cantante dei Tokio Hotel- visiterebbe in una situazione come questa…”

“Bene, il Bill –ragazzo normale- dove ha voglia di andare?”

Sorrido da solo come un beota e chiedo a un passante dove si trova il Mc Donald’s più vicino.

Perdonami se non è tutto perfetto.

 

 

“Cosa desidera?”

“Ehm… BigMac Menu… grande… con patatine doppie e… mmm… Coca cola.”

Osservo il ragazzo: porta lunghissimi rasta e veste in modo assurdo, tamarro ed esibizionista.

È talmente magro che mi domando dove possa mettere tutte le schifezze che sta ordinando.

Mentre gli porgo il resto lui si lecca il piercing, probabilmente credendosi figo.

Ma per favore.

Vedo il mio volto sfatto dalle troppe ore di lavoro riflettersi nei suoi occhiali da sole.

Faccio proprio schifo conciata così.

“Ehm…” si ferma a leggere il nome sul mio cartellino “…Rose, sai che questa divisa ti dona?”

Gli lancio il sacchetto con il panino sul vassoio di pastica rosso e, senza badarci oltre, passo al cliente successivo.

Certa gente è veramente p a t e t i c a.

“Giu, vai a prendere i posti? Intanto io ordino…”

“Ok. Ti aspetto lì nell’angolo…”

Un po’ ho paura che possano riconoscerlo, ma d’altro canto… non abbiamo molti altri posti in cui poter andare.

Senza contare che la carta di credito ce l’ha Saki.

Siamo in un mare di guai…

Siedo su una sedia di plastica colorata a un tavolino da due.

Siamo fortunati, c’è poca gente oggi: due vecchietti che mangiano l’insalata a destra, una famiglia in vacanza a sinistra, un rapper coi rasta nel tavolo di fronte…

No…

Aspetta…

Un rapper coi rasta?

Mi alzo di soppiatto e mi avvicino a lui.

“Ehi... ciao! Ehm… forse non ti ricordi di me…”

“…”

“Terra chiama Tom…”

“So chi sei.”

È un po’ troppo laconico per i miei gusti, deve esserci qualcosa che non va.

Che abbia litigato con Bill?

 

Oddio un altro fenomeno da baraccone!

E siamo a due nel giro di dieci minuti… forse dovrei cercare lavoro al circo, sicuramente mi pagherebbero di più.

“Salve!”

Il ragazzino sembra allegro.

Se io fossi un bamboccio vestito da impresario di pompe funebri e truccato da Loredana Berté eviterei di essere così entusiasta.

“’Giorno. Cosa desidera?”

“Ehm… un BigMac Menu… grande… con patatine doppie e… mmm… Coca cola. Poi un McChicken Menu con Cola Light…”

No, questo deve essere un universo parallelo.           

“Subito… sono 12 e 30… ed ecco a lei il resto.”

“Ehm…” anche lui strizza gli occhi per leggere il cartellino del nome “…Rose… potresti farmi un favore? Oggi è un giorno speciale per me e la mia ragazza… vorrei farle una sorpresa…”

Ascolto attentamente tutto quello che dice, poi mi convinco del tutto: circo sto arrivando!

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domenica, 09 marzo 2008 alle 18:23

Not Real - 11


Chap 11

 

“Ti porgerò una mano e tu la trafiggerai con un pugnale.

E, sanguinando, continuerò ad amarti.”

 

Forse è proprio vero che le persone che ci colpiscono di più sono anche quelle più diverse da noi… ad esempio: se così non fosse, ora non sarei qui ad aspettarla fuori dal camerino per le decima volta questa mattina.

No, no. Lei non voleva provare vestiti: l’ho più o meno costretta a prenderne un po’ e a indossarli per me, come in una sfilata, uno ad uno.

Mmm… è stata dura trovare un compromesso su quali abbinamenti scegliere… abbiamo optato per 5 selezionati da me e 5 da lei.

Niente di più bizzarramente vario direi, visto che ora sta uscendo dal camerino con indosso una gonna a righe verticali nere e bianche e una canottiera lunga e fucsia, mentre solo pochi minuti fa indossava uno splendido abitino nero che, credetemi, se fossi una donna comprerei io stesso.

“Naaa… fa troppo… night club…”

“A me piacciono! Sono trash!”

“Appunto… trash? Ma che cavolo vuol dire?”

“Oh Kaulitz ma ti devo sempre spiegare tutto?”

Torna nel camerino sbuffando divertita.

Guardo Saki, sedutomi accanto con ancora gli occhiali scuri indosso, proprio come me.

“Donne…” gli sussurro con aria complice, lui solleva un sopracciglio e torna a leggere Vogue.

Che uomo strambo.

Mi guardo un po’ intorno: la moda qua la fa da padrone eh? Cazzo… persino le pareti sono firmate… non posso fare a meno di domandarmi quanto costino i vestiti che ci sono negli scaffali, dato che nemmeno sono esposti i prezzi.

Comincio a sospettare che la canotta trash che Giulia indossa potrebbe tranquillamente costarmi il prossimo contratto con la Universal!

“Tranquillo Bibi, non intendo provare altre cavolate per te…”

“Come? Niente più sfilate per me?”

Lei sorride maliziosa e mi fa l’occhiolino. Con un brivido che corre lungo la schiena, mi rendo conto che per un attimo mi ha fatto venire in mente Tom! AHHHH!

“Non intendo più vestirmi per te Bill…”

“Ovvero… preferirai spogliarti?”

“Mmm… T i P i a c e r e b b e.”

“Eddai, ahaha sai che scherzo.”

“Uff... con te non c’è nemmeno gusto a fare la perversa!”

Spintonandola leggermente, afferro i vestiti che ha provato e mi dirigo verso la cassa, facendomi aiutare da Saki.

Lei mi rincorre e mi trattiene per un braccio: “Ehi… cosa fai?”

“Vado a pagare… sai, noi gente civilizzata facciamo così di solito prima di portarci le cose a casa.”

“Spiritosone… no… intendo… io non voglio questi vestiti.”

La guardo perplesso: per me comprare quello che provo è la perfetta normalità. Non uscirei mai da un negozio senza comprare qualcosa. E poi…

“…io voglio farti un regalo.”

“Ma, Bill… me l’hai già fatto, non ti sei accorto?”

Quelle che vedo affacciarsi sulle sue ciglia sono lacrime? O forse è solo una distorsione dei neon e di tutte queste decorazioni coloratissime del negozio.

Ma perché mai dovrebbe piangere proprio ora?

Lascio tutti i capi in mano a Saki e la porto nel camerino.

“Cosa fai?”

L’abbraccio.

Non mi è stato mai detto: «Ehi Bill, sei triste?». Nessuno si è mai preoccupato di scavare un po’ più a fondo di quello che apparivo, di quanto sembrassi felice in superficie… n o n commetterò lo stesso e r r o r e.

Le prendo il viso tra le mani.

Le scosto una ciocca di capelli dagli occhi.

Le carezzo lentamente una guancia.

“Ti… Voglio bene.”

“Anche io Bill… anche io.”

“Non ti lascerò mai… te lo prometto.”

 

 

Usciamo dal negozio, lui ancora scosso dal bacio sulla guancia che gli ho dato, io stringendo in mano un sacchetto di carta pieno di vestiti.

C’è sole e sono così felice che vorrei saltellare senza sosta da un lato all’altro della strada.

Saki dal canto sua ci segue senza fare storie e, una volta abbandonato Vogue nel negozio, bisogna ammettere che come guardia del corpo trasmetta una sicurezza impagabile!

Bill cerca in continuazione il mio sguardo e le mie mani, probabilmente un po’ infastidito dalla mia disattenzione. Io gli sorrido di tanto in tanto, ma non voglio dargli la totale soddisfazione di essere sua e basta. Ho sofferto troppo per cedergli tutto così… deve prima dimostrarmi di essere quello che non appare.

“Bill!”

“Si?”

“Facciamo una foto con il mimo? Ti preeeego!”

“Ehm… no… no dai… fai tu, io ti aspetto qua.”

“Ma dai! Cosa ti costa? Ti assomiglia pure!”

Il mimo lo scruta imperterrito, il volto muto e immobile nascosto da cm e cm di cerone bianco e trucco nero.

Bill ci presta un po’ più di attenzione ora, e riconosce finalmente una caricatura di se stesso in quel mimo. Lo capisco dall’espressione divertita ma pur sempre orgogliosamente truce che si fa strada sul suo viso.

Mentre lo trascino ad abbracciare il corpo strettamente fasciato in una giacchetta di pelle bianca, lui scoppia a ridere.

Felice come una bambina ringrazio il mimo e prendo la macchina digitale dalle grandi manone di Saki.

Riosservandoci nel piccolo quadrante sorridiamo entrambi e, riprendendo a camminare, ci prendiamo per mano.

 

 

Nella foto lei tira fuori la lingua, tenendo gli occhiali da sole poggiati sulla punta del naso, mentre io scruto perplesso il mio clone che non solo sfoggia un trucco notevolmente esagerato, ma anche una parrucca di folti capelli ad istrice.

“Anche io faccio così ridere pettinato in quel modo?”

“Bhe…”

Le colpisco una spalla con il pugno, scherzando.

“Ehi! No dai.. a te il look ad istrice dona abbastanza… forse con meno fondotinta…”

“Ah grazie eh! Poi mi vengono i complessi!”

Mi fingo offeso, incrociando le braccia sul petto e fingendo un’espressione truce.

“Eh capirai! Comunque vada ti vengono dietro migliaia di ragazzine isterico-urlanti! Forse l’unico modo per liberarti di loro sarebbe diventare monaco buddista! Certo.. sempre che non trovino –fika- pure la toga arancione!”

“Si… probabile… oppure… forse… se facessi capire loro, in caso… bhe… che mi sono innamorato davvero di qualcuna… forse… e che non intendo lasciarla… ecco… bhe…”

Non saprei come terminare la frase e lei, vedendomi in imbarazzo, mi aiuta portando l’argomento del discorso ai vari stili e colori di capelli più strani che abbiamo mai visto.

Ovviamente, data la tipologia di fans che ci seguono, ne ho viste delle belle!

Non vorrei dilungarmi troppo su discorsi così vagamente inutili, preferirei concentrarmi su di lei finché posso, ma come usuale la mia parlantina spontaneamente prende il sopravvento e, tra una cosa e l’altra, arriva l’ora di pranzo.

 

 

Chissà cosa ti starà sussurrando…

Costretto a stare lontano da te, posso solo sapere cosa ti sussurrerei io:

Ti amo perché sei vera.

Ti amo perché sei triste.

Ti amo perché combatti.

Ti amo perché sei fatta di carne, ma anche di pensieri.

Ti amo perché, nonostante tutto riesci ad illuderti ancora, e a credere nella tua illusione.

Ti amo perché sei ancora convinta che l’illusione sia io, non quel manichino che ti siede accanto al ristorante.

Ti amo perché tu ami un altro.

Ti amo perché per te non esisto più, ma chi sogni sono io, non lui.

Ti amo.

Ti ho amata.

Ti porgerò una mano e tu la trafiggerai con un pugnale.

E, sanguinando, continuerò ad amarti.

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lunedì, 03 marzo 2008 alle 19:55

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Benvenuto/a nel Blog di RedSam! Qui posto regolarmente le mie fanfiction riguardanti i Tokio Hotel.
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Ecco una lista delle mie FF online su questo blog. In seguito ne verranno aggiunte altre attualmente online su altri domini.

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»Gli Occhi Dell'Infanzia {One Shot}
»Not Real {Completa}
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