Not Real - 10


Chap 10

 

C’è sole nella stanza quando mi sveglio.

È pazzesco come io in questo hotel non riesca a dormire affatto! Sarà colpa di quel tipo inquietante della reception che ogni tanto si fa vivo per chiedere a mio fratello come va…

Cavoli sembrano fidanzati!

Io e Bill abbiamo scelto camere comunicanti, così possiamo avere la nostra privacy senza sentirci soli, la trovo una cosa bellissima.

Dopo la doccia infilo una felpa a caso e scelgo con cura il cappellino da abbinarci, sono molto pignolo in questo: nemmeno le cuciture devono essere di un colore casuale.

“Bru ci sei?” la voce di Bill mi giunge squillante come sempre, attraverso la parete sottile della camera.

Con passo svogliato gli apro la porta e rimango basino nel vederlo già vestito, truccato e preparato perfettamente: di solito è l’ultimo di noi ad essere pronto.

“Stai andando da qualche parte?” gli domando scettico.

“A dir la verità si… comunque non rubarmi le mosse.”

“Che?”

“Il sopracciglio… quando lo sollevi in quel modo sembri me.”

Mi guardo allo specchio e realizzo che ha ragione! Rimetto il sopracciglio al suo posto e mi riprometto mentalmente di passare meno tempo con mio fratello prima di diventare isterico come lui.

Da come si agita camminando per la camera capisco dove vuole andare a parare.

“Esci con lei, vero?”

Ora mi guarda con uno strano sorriso stampato in faccia. Non risponde, ma ogni singola cellula del suo corpo sta urlando “SIIIIIII”.

Sono sempre sincero con lui, non intendo nascondergli che non sono d’accordo.

Insomma… se io esco con una cameriera è per un motivo ben preciso… ma Bill… lui no… lui è uno che si innamora troppo facilmente.

Lui dice sempre in mille modi che crede nel vero, unico amore: ma la realtà è che si prende molto a cuore chiunque con cui esca.

E ogni volta soffre.

Odio vederlo soffrire, cazzo.

“Bill… sai che non potrai vederla più, vero?”

“No Tom. Questa volta… questa volta non la lascerò.”

Povero bru… povero, povero bru.

“E se non dovesse essere così?”

“Saprò farmene una ragione… comunque non andrà così! Non la lascerò… non lei.”

 

 

Le faccio cenno di aspettare un attimo vicino ai divanetti della hall e mi avvicino furtivamente a un uomo vestito di nero, corpulento e con il faccione nascosto da un grasso paio di rayban.

“Quando hai intenzione di spiegarmi la causa scatenante di tutto questo mistero?” mi domanda con aria di sufficienza.

“Saki, dobbiamo muoverci in incognito oggi… è per lei! Non per me… sai.. ci vuole discrezione! Non voglio che i paparazzi le ronzino attorno, ma nemmeno che tutta questa segretezza le rovini la giornata…”

“Troppo tardi” sussurra Saki tra le labbra sorridenti, salutando con la mano Giulia, che nel frattempo si è messa alle mie spalle, con aria felice e spensierata.

“Sei molto dolce… ma a me piace giocare a mission impossibile con voi due. Andiamo?”

Detto questo prende sottobraccio la guardia del corpo e assieme si avviano verso l’uscita, lei si gira di tanto in tanto per guardarmi ridere.

Le rispondo a tono, scherzando, inforco i costosissimi occhiali da sole, un cappellino con visiera e poi li seguo fino all’auto.

Saki come ovvio prende posto sul sedile del guidatore, io invece mi stringo a lei sui sedili posteriori.

“Oggi ti tocca fare il taxista Saki!”

“Signorina, io faccio il taxista ogni santo giorno con questi quattro divi da strapazzo!”

Mi piace vederli scherzare, sono spontanei e mi fanno dimenticare per un attimo che sono avvinghiato a una ragazza della quale mi sto vagamente innamorando… e che una settimana parto per la francia.

Ora che è calato il silenzio, lei fissa il paesaggio al di là del vetro oscurato, prestando quasi poca attenzione alla mia mano che le accarezza lievemente il collo, da dietro le spalle strette e delicate.

Cercando di non farmelo troppo notare, si accoccola contro il mio petto e appoggia il volto nell’incavo tra il mio collo e la spalla.

Sorride sulla mia pelle, il battito del suo cuore,così nitido e profondo, mi costringe a rimanere in religioso silenzio per tutto il tragitto dall’hotel al centro, teneramente rassegnato alla sua personalità.

Nel silenzio mi perdo tra mille pensieri… quello che provo…

Mi sarò davvero innamorato?

Sarà successo veramente ancora una volta?

Quello sfuggente sentimento di cui ho parlato tante volte a perfetti sconosciuti, in inglese, in tedesco, alla radio, davanti alla TV.

E ora? Ora che davanti a me c’è solo lei, ci siamo solo noi due, avrò il coraggio di pronunciare quella dannata parola? Amore.

 

 

Maledico il sole e slaccio un po’ la felpa pesantissima e foderata di pile, lascio fuoriuscire un po’ del calore in eccesso e sospiro.

Nella mia mente ripeto in continuazione: Tom stai calmo… calmo… tuo fratello non è del tutto stupido… saprà misurarsi… non ci saranno delusioni per lui questa volta, no.

Intanto li seguo, a bordo di una macchina dell’hotel che mi sta costando per altro un mucchio di soldi.

Perso nei miei pensieri non mi accorgo nemmeno che un’intrepida vecchietta si è lanciata senza troppo preavviso sulle strisce pedonali, ostentando il suo diritto di precedenza senza proprio pudore.

Inchiodo di colpo per farla passare, rivolgendole un forzato sorriso che starebbe ad intendere: ammazzati brutta vecchia.

Le auguro mentalmente tutte le morti possibili e immaginabili e mi rendo conto di averli persi.

Cazzo!

Giro a vuoto ancora un paio di minuti, sperando di rintracciarli per caso, ma ovviamente non ho fortuna nemmeno in questo.

Preso dallo sconforto, parcheggio e mi avvio verso il più vicino negozio per Freestylers, lo perlustro da cima a fondo e ripeto l’operazione almeno una decina di volte, senza trovare niente he mi interessi più di tanto.

Tanto vale andarsene al Mc’Donalds…

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giovedì, 28 febbraio 2008 alle 19:50

Danke!


WoW le mie prime 1000 visite <3

Danke xD

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lunedì, 25 febbraio 2008 alle 17:11

Not Real - 9


Chap 9

 

“È un pianista di piano bar,
vende a tutti quel che fa
non sperare di farlo piangere,
perché piangere non sa.
Nella punta delle dita poco jazz,
poche ombre nella vita.”

 

Finalmente ora di cena!

Tom  Kaulitz  avere  fame.

Sistemo rapido i rasta sotto la cuffia e sono pronto per fare un’entrata trionfale in sala da pranzo.

“Dov’è Bill?” mi domanda David mentre Geo e Gus, poco interessati, sfogliano il menù.

“In camera… si sta asciugando i capelli”

“Di nuovo?”

“Si, sta diventando un maniaco della pulizia” mi siedo con scioltezza sulla sedia in stile barocco vicina a quella di Georg e afferro al volo un menù, scoprendo con amarezza che è solo la carta dei vini.

David si sistema il tovagliolo sulle gambe, gesto che non sopporto, poi si passa una mano tra i capelli e sbuffa impaziente.

“Bhe ragazzi… intanto che attendiamo sua maestà volete bere qualcosa?”

“Bleah, no ti prego! Dopo la vodka di ieri sera mi viene da sboccare appena sento la parola alcool!” esclamo, ripensando alle macchie di vario colore che ho lasciato sulle lenzuola. La cameriera mi odia molto probabilmente!

Gustav mi guarda con aria di sufficienza: “Guarda che intendeva una bibita normale, Tom.”

“Oh Gus che palle devi fare sempre il sapientone di turno tu?”

Sempre litigando per una cosa o l’altra, ordiamo qualche piatto di antipasti misti in attesa che la principessina dai capelli cotonati, ovvero mio fratello, ci degni della sua presenza.

Addentando un grissino avvolto di prosciutto do un’occhiata al tavolo accanto al nostro. Come sempre ci sono seduti quattro vecchi ricconi, brontoloni quanto una vasca idromassaggio. N o i a.

Per passare il tempo comincio a stuzzicare Georg con una forchetta, ma dopo qualche minuto pure questo diversivo perde il suo fascino.

“Eccomi!” esclama Bill sedendosi accanto a me.

Scuote compiaciuto la chioma leonina, sprigionando l’inconfondibile “profumo alla Bill” che lascia storditi e un po’ ammaliati. Lo adoro.

“Non è che ti consumi la pelle con tutto quel sapone?”  domanda Georg ironico, trangugiando un cocktail ai gamberetti dall’inquietantissimo colore.

“Almeno non puzzo come te!” risponde Bill, acido, ma distratto da qualcosa, o qualcuno, alle spalle di Gustav.

Cavolo! Non avevo notato quel tavolo prima… e… non avevo notato lei.

Strano perché è truccata pesantemente di nero sugli occhi e i capelli rossicci non passano certo inosservati. A guardarla bene… non è poi tanto male,non è di certo il mio genere, ma per il resto è più carina di quanto avessi notato in precedenza.

È seduta al tavolo del personale, attaccato al muro estremo della sala.

Fingo di niente e ricomincio a mangiare i miei santi maccheroni.

Per il resto della cena,mentre io e Geo cerchiamo di elencare tutti i nomi di paste italiane che ci ricordiamo, Bill continua a guardare verso di lei, insistentemente, ipnotizzato, in cerca di uno sguardo, forse di un sorriso, o più semplicemente di un po’ di calore.

Perché vuole illudersi?

L’amore fa solo male… e… basta.

 

 

“Aspetta, non scappare!”

Le sfioro un polso con la mano, lei si gira, mi guarda, sorride. Un bel sorriso, vero, che le anima le labbra piene e velate di color caramello. Mi piace il suo rossetto, profuma, lo sento da qui.

“Credevo ne avessi abbastanza di me per oggi!”

“Stai scherzando? Non credo che ne avrò mai abbastanza… di… di te ovviamente”

Ride sottovoce. Non mi rendo nemmeno conto, sul momento, di averle preso con gentilezza una mano.

“Possiamo uscire un attimo? Tutta questa gente… mi innervosisce.” Suggerisco piano, accennando agli uomini in giacca e cravatta che occupano la sala.

Lei annuisce e mi porta all’aria aperta, aprendo con un gesto ampio e sicuro la porta a vetri del terrazzino che si affaccia sulla strada.

“Mi… mi è successa una cosa strana oggi…” comincio, leggermente innervosito dal suo silenzio, ma rasserenato dalle ampie onde dei suoi capelli che catturano la luna, la riflettono nei miei occhi.

“Che cosa?” domanda li avvicinandosi al cornicione che però non tocca, non sfiora nemmeno.

“Bhe… non ho potuto levarmi il tuo sguardo dalla mente per nemmeno un secondo.”

Sento la sua mano irrigidirsi un attimo nella mia e, quando torna rilassata, il calore ha ormai abbandonato le sue dita per salire a colorarle le guance di tenera timidezza.

Vorrei baciarla ma non riesco, guardo un’ambulanza sfrecciare sotto di noi a sirene spiegate per distrarmi un attimo. Mi gira la testa.

“Non… ti capita mai, Bill?”

“Cosa? Di dire una cosa simile?”

“No, di salire su questo terrazzo.”

Rimango colpito, non capisco, non mi interessa di capire.

No voglio interrompere i suoi pensieri, così aspetto che lei continui a parlare.

Dal piano bar sul lato opposto della strada ci raggiungono note di sassofono, un jazz lento e attutito, che si fa più intenso ogni volta che le porte del locale si socchiudono.

Anche le sue labbra sono socchiuse.

Muovo di pochi millimetri le dita, accarezzando quasi impercettibilmente la sua pelle, le sue mani.

“è sempre bella la notte qui,nonostante le luci, il rumore… è… diversa… da quella che conoscevo.” Sussurra lentamente, osservando il profilo della città.

“Non sei di Amburgo, vero?”

“No.” non dice altro ed è meglio così, forse. Non voglio essere impertinente e non voglio assolutamente dar mostra della mia divorante curiosità.

Mi avvicino di qualche centimetro a lei.

“La notte mi ha sempre spaventato”

“Ma quando c’è tuo fratello no.” sento dal tono di voce che tenta di imitare quello degli intervistatori in tv.

“Quando ci sei tu no.”

Non so dove ho trovato il coraggio: sarà la sua presenza, o forse la notte, ma non mi sento affatto bello, né attraente, né interessante o che altro… in confronto al suo amore io non sono nessuno.

Avvicino lentamente le labbra alle sue.

Solo pochi millimetri ancora.

Sassofono dal pianobar.

 

 

Pochi millimetri, posso già quasi sentire il sapore e la forza delle sue labbra premute alle mie, il tepore del suo respiro, le sue lunghe ciglia che sfiorano un mio zigomo…

“BIIIILL!” un dell’interno dell’hotel.

Tutto interrotto all’improvviso, a un istante dalla felicità.

“Sc…scusa… è… Tom.”

“Tranquillo, va da lui.”

Bill sembra dispiaciuto del contrattempo, a me invece non importa… non era il bacio che volevo, ma il suo cuore. Forse l’ho ottenuto?

Si ferma prima di entrare, volta la testa e mi chiama piano “Giulia…”

“Si?”

“Domani… ti va di uscire con me?”

Sorrido.

“Oh.. si… mi piacerebbe tanto… ma…”

Lui arriccia le labbra, abbassando lo sguardo e completa la frase al posto mio: “ma… devi andare al lavoro, giusto?”

“Esatto… mi dispiace… tanto.”

“Fa niente, sarà per un’altra volta.” Sospira e sorride anche lui, mi sento sciogliere.

“Buonanotte Bill.”

Sarà per un’altra volta?

 

 

 

Sarà per un'altra volta.

Mi sveglio di soprassalto.

Sono ore che il l’allucinazione non torna. Per fortuna…

Corro in bagno e mi butto sotto la doccia.

Se vogliamo dirla tutta, chi ha inventato la doccia è un genio!

Mi trucco svogliatamente, tanto mi aspetta solo una mattinata di lavoro in corridoio quindi non vedo che bisogno ci sia di apparire carine… e se incontrassi lui? Bhe… sono sicura che abbia di meglio da fare nel suo giorno libero… per esempio shopping o dormire fino a sera.

Sbuffo gettando le lenzuola sul pavimento e rifacendo così il letto in pochi minuti.

Che strazio.

Infilo la biancheria rossa e i jeans neri, scelgo una maglietta in stile impero, rossa con maniche a sbuffo.

Mentre cerco di aprire la porta il cellulare squilla di nuovo.

“Pronto?”

“Giu!”

“Hallo Kristie! Come va?”

“Bhe andava bene fino a poco fa… mi hanno appena chiesto di fare il tuo turno, non stai bene?”

Non realizzo subito, apro la porta.

“Eh... ehm… Kristie posso chiamarti dopo?”

Chiudo la chiamata e guardo Bill negli occhi.

“Pronta per un giro?”

“Dipende… tu sei pronto?”

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martedì, 19 febbraio 2008 alle 17:16

Not Real - 8


Chap 8

 

“Nothing’s Like Before”

 

 

“Tokio Hotel, un nome piuttosto stravagante! Vorreste spiegare ai nostri giovani ascoltatori come mai avete scelto proprio questo nome”

Sbuffo rumorosamente sistemandomi meglio sulla sedia imbottita della stazione radio.

Che palle, come sempre tutti si aspettano che sia io a rispondere.

“Non è difficile… ci piaceva come suonava e lo abbiamo scelto a caso.”

Tom mi guarda sconcertato e prova a riparare al danno: “No no… Bill sta solo scherzando! È perché amiamo Tokio come città… e perché passiamo la maggior parte della nostra vita tra un hotel e l’altro…”

“Grazie Tom! Seconda domanda: siete sentimentalmente legati a qualcuno?”

La punta di malizia e curiosità nella sua espressione mi irrita notevolmente. La odio.

“Si, al mio cane… prossima domanda, non ho tutto il giorno.”

L’intervistatrice mi guarda a bocca aperta, non vuole credere alle sue orecchie… e a giudicare dalle facce che fanno, nemmeno i miei colleghi ci riescono.

Ora la donna bionda e ben truccata  (non mi spiego come mai, dato che non la vede nessuno) balbetta leggermente.

Per quanto mi riguarda non mi interessa più far colpo… voglio solo finire in fretta e tornare in albergo.

“Bhe.. bhe… mm… Qua…quali hobby praticate… aldilà… della musica?”

Gustav prova a  rispondere prima che lo faccia io, ma come sempre la mia parlantina batte ogni record:

“Se non passassimo ogni nostro secondo a fare interviste stupide e ripetitive come questa forse avremmo tempo sufficiente per farci anche un po’ i cazzi nostri… non crede?”

 

 

 

 

Suona il telefono, rispondo, è Pitty.

“Oi!”

“Amooooooooooo!” comincio a saltellare per la stanza, poi mi getto sul letto.

“Waaaaaaaaaaaa!”

“Cazzo! Come va?”

“Buch… come al solito amò! Tu? Sei in Germaniaaaaa!”

“Si! In teteschia!”

“Allora? Che mi racconti?”

“Sono qui… in… albergo.

“…Albergo…”

“Ja…” eh si.. lei capisce sempre tutto di me.

“Non dirmi…”

“…il loro.”

Silenzio dall’altro capo.”

“Pitty ci sei?”

“AAAAAAAAAAAAAAA”

“Si, ci sei! Ahahah”

“Bhe??”

“Bhe cosa?”

“Bhe li hai visti? Cos’è successo? Ci hai parlato?”

“Quante domande! … Si li ho visti, ma solo lui e Tom.”

“Sempre in mezzo ai ciglioni quei due…”

“Infatti.. non ho ancora visto Saki! Uff”

“Vorrei essere lì con te!”

“Anche io lo vorrei! Mi manchi!”

“Uff anche tu Giu!”

“Amò…”

“Si?”

Prendo un bel respiro… il sole sta tramontando al di là del vetro… i miei capelli risplendono, più rossi del solito. Ho un po’ paura di dirlo ad alta voce, perché rischierei di rendermi conto che sta accadendo tutto davvero. Ma a lei direi tutto.

“Lui ha dormito nella mia camera.”

“…”

“Non morire… Ho bisogno di supporto morale!” imploro con voce soffocata.

“Ma… ma… insieme?!?”

“Bhe… no… non proprio… si è addormentato sul mio letto e l’ho lasciato dormire lì… io sul divano”

“Ma avete…?”

“NO! L’ho solo incontrato in corridoio e... bhe aveva delle pantofole pelose e rosa... poi… abbiamo parlato…”

“Frena Giu, frena! Non ci sto capendo più niente… pantofole rosa?!?”

“Lascia stare! È più checca isterica di quanto pensassimo!”

“Ahahahah! Fammi indovinare… gli hai offerto una paglia ed è stato vero amore a prima vista.”

“No….”

“Non è vero amore?”

“…Me l’ha offerta lui la sigaretta”

Penso davvero che sia amore? Ho davvero il coraggio di immaginare questa parola? Fisico... tangibile… Reale?

Stiamo al telefono così per quasi mezz’ora, poi lei deve mettere giù per via del costo di chiamata.

Ho cercato di sfruttare al massimo questi minuti, per raccontarle tutto, eppure non mi sembra mai abbastanza.

Ho già voglia di sentirla di nuovo… mi riprometto di chiamarla il prima possibile.

 

 

“BILL KAULITZ SEI IN UN MARE DI GUAI!”

Blablablablabla ma quand’è che sta un po’ zitto?

“Si può sapere cosa ti è preso?!?”

“David mi spieghi perché dobbiamo dare mille volte le stesse risposte? Cristo! Ma non possono comprarsi una rivista e leggerle lì? Tanto sono sempre le stesse…”

“Ma che risposta matura! Complimenti! Senti Bill… se vuoi continuare a sculettare su quel palco ti conviene farti passare il malumore, prendere un bel respiro, chiedere scusa alla radio e fare decentemente le prossime interviste!”

“Io non sculetto!” esclamo indignato.

Tutti mi guardano improvvisamente storto.

Ok… forse un po’ sculetto, ma poco!

“David sono stanco! Voglio una giornata libera!”

“Ok... ok… accordato. Ma una sola! Poi si riprende a lavorare!”

Quasi non ci credo! Sorrido felice a Gustav, che mi sorride di rimando.

Domani posso vederla, devo vederla… VOGLIO vederla.

Saliamo in fretta nelle camere, ognuno nella propria.

Avevo intenzione di andarla a trovare prima di tutto, ma Matt mi ha avvisato che lei è già da parecchio nella sua stanza e che non può darmi il numero della camera per via della privacy.

“Sono un demente! Avrei dovuto segnarmelo stamattina quando sono uscito!

“Si, sei un demente fratellino!” sbuffa Tom ridendo.

“No non è vero, non sei un demente… sei innamorato.”

“Grazie Gusty! Almeno tu mi sostieni.”

“Allora ci vediamo a cena ragazzi…”

“Ok a dopo!”

Entro in camera mia e mi accendo una sigaretta, che butto dopo il primo tiro: sono troppo agitato per fumare!

Nervoso, provo a riordinare un po’ i trucchi, disponendo le matite perfettamente allineate per lunghezza e colore sul mobiletto del bagno.

Finito il lungo processo mi svesto e mi butto nella doccia nonostante me la sia già fatta questa mattina.

Mentre mi asciugo i capelli squilla il cellulare, è Andreas.

“Bello! Come va?”

“Andre! Ciaoooo mi manchi un sacchissimo!!!” Dio che bello sentire la sua voce! È incredibile!

“Si anche tu! … Ho sentito quel matto di tuo fratello cinque minuti fa… mi ha detto che hai combinato un bel casino con Radio Rock questa mattina…”

“Bhe si… ero un po’ scazzato”

“Non l’avrei mai detto! A te che piace tanto parlare a raffica!”

“Vorrei veder te… a ripetere sempre le stesse quattro stronzate alle stesse facce finte…”

“Si.. . ti capisco! Comunque Tom mi ha detto anche un’altra cosa…”

“Oh no! Ma quand’è che si farà i cazzi suoi?”

“MAI. Si chiama Tom Kaulitz eh!”

“Si giusto.”

“Bhe?”

“Bhe cosa?”

“Parlami della ragazza… finché non la vedo dal vivo devo accontentarmi della descrizioni di due gemelli schizzati e scemi! Almeno quelle voglio sentirle però!”

“Ok, ok… tieniti forte”

“Spara!”

“Ha i capelli castani e rossi, gli occhi castani e mi ha insegnato a guardare le stelle.”

“Tutto qua?”

“Ja”

“Bhe… almeno impari qualcosa! No dai…. Seriamente: com’è?”

“Te l’ho già detto! Ci siamo parlati una sola volta… poi lei…lei… non posso descrivertela così…”

“Va bene, va bene… però dei vostri gusti non mi fido, quindi…”

“Quindi?”

“Quindi… verrò a vedere di persona.”

“…”

“Bill sto scherzando”

“Ah… peccato” sono veramente deluso: mi sarebbe piaciuto così tanto avere Andreas con noi per un po’… non lo vedo da così tanto!

Provo comunque a non farglielo pesare e a mantenere un tono di voce se non allegro almeno neutrale.

“Dai, anche se non ci siamo visti a Natale quest’anno non è andata male, no?”

“In che senso scusa?”

“Che ci siamo visti qualche volta in più del previsto…”

Storco il naso e faccio schioccare la lingua con disappunto.

“Si… ovvero 20 in meno dell’anno precedente!”

Forse uso un tono di voce un po’ brusco, ma mi infastidisce proprio la nostra lontananza.

“Sì… l’hanno scorso non avete vinto tutti quei dischi d’oro però…”

“Già, non hai tutti i torti.”

Non ho più voglia di parlargli, vorrei urlare e stare zitto allo stesso tempo. Vorrei chiuderla qui e scacciare la nostalgia.

Non ho tempo per le sue fesserie da amico, non ho più tempo per niente Cristo!

“Bill, devo andare, ho un appuntamento tra poco. Comunque ti richiamo più tardi, promesso! Mi manchi tanto!”

“Si, certo, ok, ciao.”

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sabato, 16 febbraio 2008 alle 19:09

Not Real - 7


Chap 7

“Big enough to fill the void that's inside of You
It's just a Breath away. You can breathe Today.”

 

Amor ch’a nullo amato amar perdona.

Un semplice endecasillabo buttato lì senza un senso né un ordine logico/grammaticale: ecco come gettare al vento uno dei versi più belli non solo della Divina Commedia, ma di tutti i tempi.

Amor ch’a nullo amato amar perdona.

Chi ama, non in una qualsiasi forma di questo verbo, ma nel suo significato più puro e profondo, può capire le parole di Francesca nel 5 canto.

Amor ch’a nullo amato amar perdona.

Lo struggente, devastante, strepitoso significato di sei parole, della vita stessa.

Rifaccio il letto con gesti ampi e calmi, respiro affondando il viso nelle coperte che ancora profumano di lui, del suo corpo, del suo sonno.

Ripensando a questa notte, la più bella da molto tempo a questa parte, il giorno pare improvvisamente cupo e vuoto.

La sua voce che sussurrava parole di speranza, conosciute o ignote, ma ugualmente belle, gentili.

Com’era prevedibile, la notte più bella della mia vita l’ho passata con lui, tra un sospiro, un desiderio, una sigaretta, sguardi, altra sigaretta, paure, poesie, sigaretta, sguardi, sigaretta… stelle.

E ora qualche passo, e mi trovo sdraiata sul divano. Dove IO ho dormito.

Non c’è il suo profumo qui, solo l’odore di mare e shampoo che impregna da sempre la mia pelle.

È stata una sofferenze giacere lontani, senza sfiorarci, senza sentire davvero il corpo l’uno dell’altra.

Eppure… che bella notte.

Sospiro e socchiudo gli occhi nel fresco tepore di metà mattina.

Abbiamo dormito fino alle undici, e ora lui è in camera sua, probabilmente si starà facendo una doccia.

Decido di lavarmi, vestirmi e truccarmi con cura.

Oggi mi sento leggera e il profumo del sole mi rende ubriaca e un po’ folle…

Indosso una maglia bianca e passo rapida della matita rossa sotto gli occhi, ma senza esagerare come mio solito.

Lascio i capelli puliti e freschi sciolti sulle spalle, scostandoli di tanto in tanto con una mano, così che non mi coprano troppo la fronte.

Già in ascensore sento odore di croissant alla marmellata e di cappuccino con panna… niente di meglio per cominciare la giornata.

Arrivo in fretta al piano terra e saluto con una mano Matt… sembra riposato e felice stamattina, come se per la prima volta da tante notti abbia dormito.

“Stanotte non ha chiamato nemmeno una volta” dice contento a un suo collega.

Ho la vaga impressione di sapere di chi sta parlando…

A proposito di lui, ho voglia di vederlo!

Mi siedo ad un divanetto rosso nella hall e comincio a sorseggiare il cappuccino bollente che mi hanno appena portato.

“Ciao” sussurra qualcuno alle mie spalle. Mi giro e lo vedo, splendido come sempre, luminoso, perfetto.

“Ciao” rispondo, forse con aria un po’ troppo sognante.

“BILL MUOVI IL CULO SIAMO IN RITARDO!!!”

Guardo al di là delle sue spalle e vedo una specie di scopa con i rasta che si aggira per la hall con faccia stravolta e occhialini enormi e firmati.

Tom.

Rido sottovoce mentre Bill alza gli occhi al cielo.

“Arrivo arrivo… mi dispiace Giulia…  ho un’intervista…”

Senza dire altro si allontana lasciandomi qui sola, con la schiena appiccicata al ruvido tessuto del divanetto e l’aspettativa di almeno tre ore di lavoro.

Amor c’ha nullo amato amar perdona?

 

 

 

Guardo incessantemente fuori dal finestrino e mi sento soffocare.

Lei era lì… l’ho guardata attraverso il vetro oscurato della macchina e la finestra della hall finché l’autista non ha premuto l’acceleratore.

“Tom sei un mongolo”

“Nooo! Ma perché?”

“Perché si, pirla”

Gli tiro un coppino e gli lancio uno sguardo truce.

Lo odio quando fa il menefreghista… per una volta che parlo con una ragazza senza aver paura che mi salti addosso lui riesce a non accorgersene nemmeno e a trascinarmi via.

Questa maledetta intervista!!!

“Vorrei essere da tutt’altra parte…” bisbiglio più a me stesso che ad altri.

“Ma non mi dire” Georg mi sorride di sbieco, so che ha già intuito qualcosa.

“Voglio conoscerla… parlarle… non so… voglio.”

“Vuoi la verità? È una cameriera, tu sei un cantante. Fine della storia.”

Si, un cantante… fine della storia.

 

 

Salto il pranzo tra una cosa e l’altra… preferisco passare il primo pomeriggio fuori, per le strade assolate di Amburgo.

Nonostante la stagione, fa abbastanza caldo e posso andare in giro con una giacchetta leggera.

Vago senza meta pensando a quei pochi attimi in cui sono riuscita ad afferrare il suo profumo, solo a un respiro di distanza.

Sospiro.

Come un fulmine a cielo sereno sento una presenza farsi più forte alle mie spalle e, rapidamente com’è arrivata, la felicità svanisce.

Vattene.

“Non posso lasciarti…”

Si che puoi... vattene…

Lo sento più vicino, il suo respiro senza battito, i suoi occhi umidi e vuoti.

“Credi che sarà tutto facile.. ma non è così.”

So solo che finalmente sono normale… finalmente non mi sento pazza, o illusa, o stupida e inutile.

“Non lo sei mai stata…”

Fortunatamente arrivo all’albergo, sono ormai le 4 passate e sono stanca.

Lui non se ne va, lo percepisco dal calore che emana a pochi centimetri dalla mia schiena… ma almeno non parla più.

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martedì, 12 febbraio 2008 alle 21:40

Not Real - 6


Chap 6

 

“I thought I saw your eyes, laced in smoke & cigarette curls.
I thought I saw your eyes, but I'm seeing ghosts tonight.”

 

Questi ragazzi sono troppo viziati!

Non posso non pensarlo mentre, sistemando i piccoli occhiali rettangolari con un dito, raccolgo le bottiglie ormai vuote di vodka dal pavimento.

Mi sono imposto di restare con loro stanotte: Tom e Georg sono stesi sullo stesso letto, in bilico tra il sonno e il continuo doversi alzare per rimettere l’alcool ingerito.

Gustav è a letto a leggere da ore ormai, nella propria stanza; posso affermare che quel ragazzo sia l’unico dei quattro a non preoccuparmi mai.

Ormai solo Bill è ancora sveglio, o sobrio, o più probabilmente entrambe le cose.

Trattengo il fiato osservandolo negli occhi riflessi nel vetro della finestra, sul quale davanzale riposa, il volto appoggiato alla mano destra, il gomito sul ginocchio.

Vuoto. Nel suo sguardo non vedo nulla, è questo il problema.

Sospiro, mi risistemo gli occhiali sul naso e getto le bottiglie nel cestino, senza preoccuparmi minimamente di far rumore.

Sono piuttosto arrabbiato in questo momento, come potrebbe esserlo un padre i cui figli abbiano dimenticato il proprio essere persone, scambiandosi per orridi manichini. E la colpa non è solo loro.

Bill si riavvia i capelli con una mano e con un  lieve buffetto si leva una ciglia carica di mascara cadutagli sulla guancia.

Mi reco qualche secondo in bagno e mi osservo nello specchio: non sono come loro, sono grosso, le mie guance non sono più lisce e non più rosa, i miei occhi sono sempre ben velati da professionale nebbia, sono vecchio, mi sento vecchio.

Quando ritorno nella stanza, odo Bill canticchiare sottovoce, quasi impercettibilmente, parole che non conosco. Penso che si tratti di una nuova canzone quindi mi avvicino ancora un po’, ed allora comprendo che non sono parole sconosciute quelle che diffonde nella notte gelida.

-Komm und Rette Mich- quattro parole, sfigurate dalla gola stretta e dal pianto che sta per nascere.

Colgo il momento senza nemmeno accorgermene pienamente: raccolgo la giacca nera che riposa fredda sulla sedia nell’angolo e la poso con gentilezza sulle spalle gracili, quasi di carta, di Bill.

“Non prendere freddo, baderò io a quei due” gli bisbiglio, indicando con compassione gli ubriachi sul letto.

Sorride guardandomi, gli occhi sono lucidi e arrossati.

Quando ormai mi sono voltato e non spero più in una risposta, questa arriva: “Grazie Saki.”

Prego Bill.

 

 Guardo intontito la sveglia digitale sul comodino, mi ci vogliono due minuti buoni , un po’ a causa della stanchezza, un po’ dell’incredulità, per mettere a fuoco i numero rossi sul quadrante:

5:58

Non è possibile! Non mi sveglio mai così presto, specialmente se non ho interviste o cose simili…

Uff…

Mi metto a sedere tra le coperte e inavvertitamente colpisco con il braccio sinistro qualcuno accanto a me. Georg?! Deve essere stato ancora male stanotte, e per di più russa!!!

Sbuffo di nuovo e mi avvio verso il bagno, la testa vuota come un palloncino… che schifo mi sembra pure di puzzare come Moritz!

Faccio una doccia rapida, asciugando poi i capelli con un asciugamano, li lascio spettinati, semi mossi.

Vengo preso da improvvisa ma usuale voglia di sommergere qualcuno con un fiume di parole e il primo a venirmi in mente è il tipo della reception, Matt o qualcosa del genere, l’unico che fin’ora mi ha sopportato in ogni mio capriccio senza mai lamentarsi.

Nemmeno mi sforzo a cercare dei vestiti decenti, tanto a quest’ora chi potrò mai incontrare? L’amore della mia vita?

Ma vaffanculo… nemmeno agghindato di tutto punto per il lancio di Zimmer l’ho trovato. L’amore…

Per scacciare questi pensieri afferro i pantaloni neri della tuta, saltellando su una gamba sola per infilarli, mentre sopra mi metto una maglietta trasandata dei green day, la mia amata, amatissima maglietta.

Lancio un’occhiata a Georg, abbracciato al cuscino, con un filino di saliva che scende dal lato destra dello bocca… scuoto la testa sorridendo, mi calco un cappellino in testa ed esco dalla stanza.

 

Ora lei dorme, i lineamenti distesi e le labbra semi dischiuse nell’atto di respirare con regolarità… mi fa piacere vederla riposare, perché sono notti e notti che non chiude occhio per un tempo sufficiente.

Rumore di passi svogliati lungo il corridoio: di certo non potrebbe essere un membro del personale, a causa delle scarpe a suola rigida che indossano normalmente. Mi sorge spontaneo un dubbio: chi potrebbe mai aggirarsi nella zona staff a quest’ora di notte?

Preso dalla curiosità esco attraverso la porta, ovviamente solo dopo aver controllato ancora un volta che lei stia dormendo.

Il corridoio è buio e le piastrelle scure danno un’impressione di infinito sotto ai piedi, mi sembra di camminare su un filo invisibile steso sopra di un baratro.

Seguo i passi, svolto sicuro verso destra e lo vedo: l’altro Me, l’altro Bill, scompigliato e insonnolito, che passa una ad una tutte le stanze del personale in cerca di quella dove alloggia Matt Turk.

Questo ragazzo evidentemente non sa che il dirigente receptionist è l’unico ad avere la stanza vicino all’atrio.

Potrebbe andare avanti a cercare fino a natale senza trovare un bel niente!

Sorrido, forse un po’ malignamente… so bene di non dover intervenire, ma questa è un’occasione che sarebbe davvero un peccato sprecare.

Penso a Giulia… a come forse un mio piccolo, semplice, semplicissimo aiuto potrebbe cambiarle radicalmente la vita, salvandola… o dannandola.

È anche vero d’altra parte che non dimentico gli occhi disuguali che mi tormentano da qualche ora a questa parte, trapanandomi la mente, e nemmeno i canini a punti di quell’Essere Supremo che gli umani chiamano, inconsciamente, Dio.

Il Suo ammonimento è stato chiaro, quasi cristallino: ormai ho messo in scena per lui un bello spettacolo, ma non posso più modificare le carte in tavola… un angelo non può amare un’umana, e nemmeno aiutarla ad essere felice.

Sospiro e riprendo a seguire Bill lungo il corridoio che sta percorrendo a ritroso.

Presto si stuferà e non busserà mai alla porta di lei a meno che io non faccia qualcosa.

T O T A L E I N D E C I S I O N E

Perdo ancora qualche secondo osservandolo ancora, con quella sua aria da divo, il tipico fascino da ragazzino imbellettato e i capelli che sono in grado di sfidare la forza di gravità quasi ancora da prima che lui prenda in mano la bomboletta di lacca.

Voglio davvero aiutare Giulia? La aiuterei davvero facendole incontrare questo buffone?

Non saprei dire con esattezza se quello che provo ora sia invidia, o gelosia, o entrambe le cose, so solo che vorrei lasciarlo sparire.

“Che cazzo di albergo!!!” urla lui.

Viziato!

Ed ecco in lontananza la camera 17.

Pensa… pensa… come fare? Come aiutare il destino?

 

Mi alzo imprecando e mi butto dell’acqua tiepida sul viso.

Bill è sparito di nuovo e io in questo momento ho proprio bisogno di NON rimanere sola…

Decido di farmi un giro per i corridoi, sperando di trovarlo mentre vaga come un fantasma dovrebbe fare.

Dove sei ora? Uff…

Esco di corsa sbattendo la porta per sbaglio e impreco di nuovo quando un gomito ossuto mi si pianta nel fianco.

“Ehi stai attento!..............”

Lo guardo, mi guarda, ci guardiamo.

Cala un silenzio quasi magistrale, eppure temo che i battiti del mio cuore siano così forti e incontrollati da poter essere sentiti pure da lui.

Il rumore del suo respiro mi ricorda costantemente, in questi pochi secondi, che lui c’è. Lui è qui. Davvero.

E ora cosa fai? Sorridi?

Cavolo, mi accorgo all’improvviso di essere in pigiama… uno stupido, imbarazzante pigiamino rosa e grigio: maledico mia madre per averlo comprato!

E come se non bastasse sono pure a piedi nudi! Divento improvvisamente rossa per l’imbarazzo…

Guardando verso il basso noto però un dettaglio sfuggitomi prima e scoppio a ridere come non avrei mai pensato di poter fare in una situazione simile.

Bill Kaulitz, cantante dei Tokio Hotel, indossa un paio di fashion, elegantissime e raffinate pantofole pelose e rosa, a forma di maialino.

 

Ed eccomi qui, io, il famoso Bill Kaulitz, a ridere con una sconosciuto nel corridoio buio e deserto dell’hotel.

“Piacere, io sono Bill…” attendo che sia lei a terminare la frase, invece si limita a stringermi distrattamente la mano, asciugandosi una lacrima sfuggitale per le troppe risate.

“Giulia, tanto piacere”

Non ci credo nemmeno se mi paghi che non sai chi sono, cara!

“Bill, che ci fai qui a quest’ora del mattino? Questa è la zona staff…”

E così lavori qui eh…?

“Bhe, cercavo Matt… lascia stare… ti invece… sei una cameriera?”

“Addetta alla pulizia delle camere… anche se non ricordo esattamente quali”

Sembra essersi del tutto rilassata dopo quel primo momento di inevitabile, prevedibile muto shock.

Forse ho finalmente trovato qualcuno con cui parlare stanotte!

“Ehm…”

“Giulia”

“Si, Giulia tu fumi per caso?”

“Si, ogni tanto…in questo momento potrei vendere l’anima per qualcosa da fare… vuoi fumare?”

“Precedi…”

Mi guida verso la sua camera, vagamente imbarazzata per il disordine che regna sovrano tra le poche cose che possiede.

Ma io non guardo quelle… io guardo lei, lei che cammina dondolando tra cd sparsi sulla moquette e alcune foto che raccatta rapidamente per poi buttarle sotto il cuscino, in modo che io non possa vederle.

Con una punta di orgoglio noto che su uno dei cd, ora ordinatamente riposti sul comodino, c’è una mia foto. Quel cd è Schrei So Laut Du Kannst… evidente prova che lei sia una… fan?

Spalanca la finestra enorme e si appoggia al davanzale riavviandosi i capelli scuri, mentre con lo sguardo insegue divertita i pochissimi passanti.

Mi tasto le tasche della tuta in cerca del pacchetto di Camel, lo trovo e gliene porgo una.

Mentre tengo la mia leggermente stretta tra le labbra faccio scattare l’accendino, accendo la sua… mi sembra di poter percepire le vibrazione del suo corpo caldo attraverso la sigaretta.

In pochi secondi sento i polmoni riempirsi di santa nicotina, la gola bruciare lievemente e la stanza farsi velata da un leggero torpore.

Sento un rumore e la stanza torna ad essere buia… lei ha appena spento la luce.

“Perché…?” domando confuso.

“Perché se guardi là, puoi vedere le stelle” sussurra indicando il cielo.

“Secondo me è solo un elicottero quello…”

Lei mi guarda e sorride, soffiando fuori una nuvoletta di fumo: mi viene spontaneo sollevare il sopracciglio destro, scettico.

“A volte ci sono cose che noi non possiamo vedere, ma ci sono” qualcosa mi suggerisce che non si stia riferendo solo alle costellazioni…

Ci penso su… potrei scriverci una canzone.

Rimaniamo così a lungo, nell’aria gelida del mattino che si fa via via più vicino.

L’alba sopraggiunge infatti, proprio quando finalmente comincio a intravedere i piccoli corpi celesti e luccicanti riflettersi nei suoi occhi.

Aveva ragione lei: le stelle ci sono sempre, anche quando noi non siamo in grado di vederle.

 

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domenica, 10 febbraio 2008 alle 20:35

Not Real - 5


Chap 5

 

“Citazione Dalla Tag” 11/1 19:19 . I c h Hasse D i c h: succede che sono stanca di vivere qui. vorrei prendere a schiaffi dio... ma temo sia momentaneamente impegnato a giocare a carte… perchè non si accorge che il mondo va a puttane

 

Non mi abituerò mai a questa luce… troppo intensa, troppo bianca, troppo asettica.

Fortunatamente è solo una fase transitoria di pochi secondi, poi mi trovo nell’ancora poco familiare stanzone nero e lucido, dove tutto appare perfettamente limpido, seppur misteriosamente confuso.

La stanza dell’Essere Supremo.

Qui è impossibile mentire e mentirsi.

-Numero di identificazione

Una voce profonda, ma giovane.

483”

-Avanza verso di Me

“Non Ti vedo…Dove sei?”

-Male.

-Avanza verso di Me ti ho detto!

“Io… Io non Ti vedo..”

-Strano, Sono proprio qui! ahah

Una mano sulla mia spalle, mi giro di scatto e Lo vedo… mi sfiora il viso con le lunghe unghie dipinte, il Suo abito è uno smoking di velluto rosso con guarnizioni nere.

-Numero 483… se non Erro, e Io non erro m a i, tu sei uno degli ultimi arrivati.

Mi osserva con gli occhi disuguali, quello destro è castano, quello sinistro di ghiaccio.

“Si... si lo sono”

-Non era necessaria una risposta. Io non erro M a i.

Bruscamente le Sue labbra nere si arricciano in una smorfia che rasenta il disgustato, mentre con un dito si scosta il ciuffo di capelli platino dalla bocca , sistemandosi il cilindro rosso sulla testa.

Non riesco a trattenere un piccolo gemito, un suono gutturale… è Lui senza dubbio.

-483 conoscerai sicuramente il significato della parola umana “Sopportazione”. Per tua sfortuna, io non amo sopportare a lungo.

Sento un tremito alla ginocchia e mi gira improvvisamente la testa, è come se ci fosse solo fumo tra le mie tempie, una nebbia antica e innaturale.

-Hai supposto che non avrei badato a un novellino: sbagliavi.

Muove qualche passo, che rimbomba nella stanza trapanandomi la già martoriata scatola cranica, poi si gira verso di me e inclina la testa sulla spalla destra, tornando a sorridere in modo inquietante.

-Tu sei una Mia creatura, 483, e in quanto tale devi attenerti alle regole del Mio gioco. Il tuo compito era semplicemente uno: impedire ad una umana di modificare il corso del proprio destino, ponendo prematuramente fine alla sua stupida vita. N u l l a D i P i ù.

“Io…”

-Sei fonte di inaspettato divertimento, 483, te lo concedo. Tu e quella insignificante umana.

I sentimenti che sembri provare nei suoi confronti sono molto rari in questo ambiente, e sapere a causa di questi ti stai lentamente auto-distruggendo non fa che aumentare la Mia ilarità!

Ride di nuovo, intensamente e con gusto.

Rabbrividisco.

-Tuttavia…Capirai, o forse no, che non posso permetterti di proseguire la tua indegna opera di Pietosa Allucinazione Romantica

Ora passa di nuovo alla smorfia di disgusto. Mi irrita questo Suo… essere lunatico.

Provo di nuovo un’incredibile fitta alla testa al risuonare potente della sua risata, e non capisco.

“Non capisco…”

-Nella Mia immensa magnanimità di aiuterò a comprendere: rimani al fianco di quella ragazza ancora qualche tempo, così che questa spassoso teatrino non si interrompa… M A non interferire mai più o ti farò sperimentare il dolore più atroce di tutti, talmente inimmaginabile da farti desiderare la possibilità di poter morire. Se trasgredirai le M i e regole ancora una volta, ti riserverò la pena più grande che esista.

Non so perché mi sento spinto a porre questa domanda, forse è Lui stesso ad impormi di farlo:

“Che.. che pena sarebbe?”

Svanisce, ma lo sento materializzarsi alle mie spalle con un piccolo schiocco.

Sento le sue labbra sfiorarmi il collo e il suo fiato caldo, bollente, torrido sulla pelle.

-L’amore.

“Aaaaaaaaaah!” urlo con tutto il fiato che ho in corpo, quando una lama mi trapassa la carne, conficcandosi nel lato sinistro del petto.

Poi tutto svanisce.

Mi sveglio di scatto, saltando a sedere sul letto e stranamente mi rendo conto di non essere stata io ad urlare.

Mi giro e rigiro in cerca del cellulare o dell’interruttore della luce, che trovo infine non senza fatica.

“Porca putt…” non vedo niente, mi copro gli occhi non ancora abituati alla luce con entrambe le mani.

Ecco che lentamente si assuefanno al bagliore della lampada che si riflette nei mobili a specchio, e finalmente riesco a  leggere i  numeri lampeggianti sul quadrante della sveglia: 3.00

È prestissimo…

Mi volto in direzione della porto e incrocio con lo sguardo ciò che cercavo… Bill siede a terra con le gambe tirate al petto e gli occhi sbarrati.

Provo per lui ora qualcosa che non avevo mai provato prima: ansia.

È stato lui ad urlare stanotte.

“Bill… Bill… cosa succede? Sembri spaventato… hai sognato?”

Vorrei poterle raccontare davvero ciò che ho visto e sentito, la voce nera e la visione roca. Si, perché i sensi si sono mescolati in quei minuti sospesi nell’Infinito.

Tuttavia non è possibile far rivivere la paura a qualcun altro con le sole parole.

Mi limito a contenere l’espressione che sta per prendere il sopravvento nei miei occhi, ad afferrarle con gentilezza il volto tra le mani e sfiorarle la fronte con le labbra.

“Gli angeli non possono sognare. Tuttavia possono comprendere gli incubi della realtà… torna a dormire piccola, domani devi lavorare.”

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venerdì, 08 febbraio 2008 alle 18:36

Not Real - 4


Chap 4

 

“Choris Romance says goodnight
Close your eyes and I'll close mine
Remember you, remember me
Hurt the first, the last, between”

 

 La professionalità prima di tutto.

Faccio un respiro profondo e rispondo per l’ennesima volta all’interfono, sempre la solita stanza…

“Reception, dica signorino Kaulitz”

“Ciao Matt! Manderesti qualcosa da bere?”

“Subito signorino Kaulitz”

“Fresco, per favore”

“Subito signorino Kaulitz”

In questo momento mi chiedo davvero cos’abbiano quelle sue dorate chiappe da fare di così importante da non poter scendere a prendersi da bere.

Ricordo anche, però, che quei quattro ragazzini sono tra i miei migliori clienti… ognuno porta acqua al suo mulino!

Entro rapido e impettito in cucina.

La professionalità prima di tutto!

Ora che mi trovo davanti al grosso frigorifero dell’hotel mi pongo una domanda esistenziale, di quelle alle quali se non trovi risposta passi guai seri: “Cosa vogliono da bere quei due?”

Ci penso due minuti buoni, poi mi rassegno a tornare alla reception e chiedere a loro stessi cosa desiderino, sperando vivamente che il ritardo non li irriti.

Perché non ho fatto l’avvocato?

Percorro a ritroso i corridoi perfetti dell’albergo, il mio orgoglio.

Al mio arrivo, rimango sorpreso, ma fingo di non notare la ragazzina che sta ferma e appoggiata con un gomito al lucidissimo bancone, con i capelli scuri disordinati e il labbro inferiore tagliato.

Cerco inutilmente il tasto dell’interfono che mi interessa, ma lei mi interrompe, vagamente sfacciata.

“Scusi…”

Sorrido evidentemente s c o c c i a t o e sfodero un sorriso molto meno plastico e perfetto di quelli che riservo ai miei clienti.

“Mi dica”

“Stavo cercando lavoro, e ho notato il cartello qua fuori, sulla porta… cercate personale, giusto?”

“Cerchiamo cameriere e inservienti, ma non credo che lei abbia ne le caratteristiche, ne l’età adeguate”

Distolgo lo sguardo e mi domando ad alta voce “cosa potranno mai voler bere quei due?”

“RedBull”

Risposta immediata, incondizionata.

“Come prego?”

“Gli porti della RedBull… si fidi, l’adoreranno”

Non si scompone minimamente, rimane sempre lì appoggiata sul gomito destro. Per una frazione di secondo sono sul punto di chiamare la sicurezza, poi ci ripenso.

E se…?

“Aspetti qui signorina”

 

 

Guardo il capi Receptionist allontanarsi verso le cucine a passo spedito, mi ha detto di aspettarlo ed io eseguo.

Approfitto del piccolo intervallo per osservare ulteriormente l’ambiente: la hall molto ampia e ben arredata, elegante ma non opulenta, colorata ma non troppo.

Bill se ne sta in silenzio accanto a me, come fa sempre, anche se questa volta appare più turbato, quasi irrequieto.

Ma cosa?

                                            Qualunque cosa sia, io mi fido di lui, e tanto basta.

Non volevo crederci quando poco fa mi ha proposto di andare a cercare lavoro nell’albero dove alloggiano i Tokio Hotel: il primo pensiero è stato –certo, come no-, ma ora mi ricredo… quel cartello appeso fuori dalla porta non può essere una coincidenza…

Ecco l’uomo della reception che ritorna, impettito e con una strana espressione.

“Il lavoro è tuo, ma ti occuperai solo di cambiare le lenzuola e del servizio in camera, nelle camere dalla 300 alla 350, tutto chiaro?”

Sono sbalordita, guardo Bill che nel frattempo non ha battuto ciglio, osserva l’uomo con la fronte aggrottata e non dice nulla, nemmeno tenta di leggere nei miei pensieri.

“Io… io… certo! Va benissimo, tutto chiaro”

“Perfetto. Alloggerai nell’ala Staff, stanza 17”

“Grazie mille…”

“Grazie a te!”

Come mai questo cambio di umore?

Bill non dice niente.

L’uomo si accorge del mio stupore e sorride, stavolta molto più sinceramente di prima, poi spiega: “Hanno adorato la RedBull

Ridendo mi dirigo alla mia nuova stanza, chiave alla mano e fantasma al seguito.

Tutto ciò ha dell’allucinante.

 

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martedì, 05 febbraio 2008 alle 20:10

About Me

Benvenuto/a nel Blog di RedSam! Qui posto regolarmente le mie fanfiction riguardanti i Tokio Hotel.
Giu| 17 anni| Bologna| kikitrack@gmail.com| NO MSN
Nella sezione "Links" troverete tutti i miei vari accounts n_n

Du Wirst Fur Mich...
...Immer Heilig Sein.

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†Chi non vuole capire
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†I pregiudizi
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Ecco una lista delle mie FF online su questo blog. In seguito ne verranno aggiunte altre attualmente online su altri domini.

»Tom Kaulitz Von Mystified {Completa}
»Gli Occhi Dell'Infanzia {One Shot}
»Not Real {Completa}
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