Not Real - 3


Chap 3

 

So don't forget to breathe tonight
Tonight's the last so say good-bye”

 

La osservo dormire su questo treno, tra tutta questa gente.

Non sa dove sta andando, non sa nemmeno se credere a se stessa o se dichiararsi pazza.

Sto per commettere il secondo imperdonabile errore di questa giornata.

Non voglio nemmeno immaginare cosa mi accadrà…la punizione sarà inevitabilmente dura.

Ma non posso resistere alla sua pelle, alle labbra semidischiuse, al sollevarsi ritmico del suo petto.

Allungo una mano, semplicemente, e le accarezzo una guancia.

Non posso percepirla del tutto, ma posso sentirne il tepore.

Potessi, ora socchiuderei gli occhi.

Non sono degno di guardarla, non ora.

Provo una tenerezza immensa nel captare al volo una traccia del suo sogno…

Sorrido,non sapendo nemmeno se ridere o piangere… Sono io, o è lui?

Lui che è me, lui che odio con tutto me stesso.

 

 

Quando mi sveglio siamo già arrivati in Stazione… non avevo mai visto Cadorna con un tale buio… m a i.

Sarà la situazione, sarà che c’è vento, ma mi avvicino a lui in cerca di calore e comprensione.

So cosa devo fare, so dove devo andare.

Scendo nella metropolitana e lui mi segue silenzioso: non ha bisogno di porre domande, lui sa.

C’è silenzio, solo due extracomunitari seduti qualche metro più in là… solitamente non provo disagio sui mezzi pubblici… ma ammetto di sentire i loro sguardi bruciarmi la pelle.

Non andartene per piacere.

“Tranquilla resto qua”

Deglutisco e guardo il tabellone delle fermate… Bande Nere è la prossima, manca poco.

Lei… non potrà vederti… vero?

“Anche se volessi, non potrebbe”

Annuisco appena e mi reggo al corrimano per non cadere quando la metrò si ferma improvvisamente.

Senza quasi attendere che le porte si aprano, mi fiondo fuori e corro più veloce che posso verso l’uscita.

La notte è secca, limpida. Mi piace.

Respiro a fondo e sistemo la cintura con le borchie, quella che porto sempre con me.

Faccio un po’ fatica a distinguere un palazzo dall’altro con il solo ausilio della luce innaturale dei lampioni, ma in qualche modo mi arrangio.

Prendo il telefono e cerco in rubrica: Ely<3

“mmm…Pronto…”

Povera, stava dormendo…

“Amò, sono io…”

“Moglia… che succede? Ero già a letto…”

“Scusa, sono qua fuori”

“Come..?”

“S o n o Q u a F u o r i”

Ci mette qualche secondo a realizzare, ma la sua voce di anima

“ODDIO! Mi prendi in giro?”

“No… ti prego trova un modo e vieni qua… ti aspetto in cortile…”

“Ma... vieni su…”

“No… davvero… vieni qua.”

Metto giù e rimango un attimo a fissare una siepe anonima nel cortile. Non so perché non riesco a staccare gli occhi… sto ferma così finché non li sento bruciare.

 

 

“Oddio Giu che è successo?”

Una ragazzina esce dal palazzo e getta le braccia al collo di Giulia.

Si abbracciano.

“Non potevo partire… senza salutarti… almeno un’ultima volta”

Elisa si stacca, spalanca gli occhi e io mi sento morire quando parla con la voce rotta dal pianto.

…Ma non posso morire…

“Co-cosa? No… no!”

“Mi dispiace” Giulia prova ad abbracciarla di nuovo, ma lei si sposta.

“Perché? PERCHè?”

“perché è giusto così… devo cercare me stessa… devo cercarlo”

“No! no.. non puoi andartene ora! E i nostri pomeriggi insieme? E… e il forum? A Loro non pensi?”

“Si che ci penso, cazzo… ma…”

“Ma, cosa?”

“Ma così non ce la faccio”

Piangono entrambe e io per la prima volta mi sento inutile.

“Ti voglio bene. Non ci sono scuse, non c’è niente da dire… ti voglio un bene dell’anima…”

Elisa si passa una mano sul viso.

Anche io, no… di più… non puoi capire, non puoi immaginare… quanto ti voglio bene… quanto sei importante… quanto vorrei dirti ma non ci riesco. Sono vuota, non capisci? Sto morendo un po’ alla volta… io devo andare… Ti adoro, ti adoro, semplicemente.

Perché non dice queste cose ad alta voce? Perché sembra che goda nel far soffrire gli altri, quando invece è così piena di amore?

“Mi mancherai, moglia”

Giulia si allontana, camminando all’indietro.

Io potrei fare qualsiasi cosa in questo momento, oppure niente. Scelgo la via più improbabile.

Avvolgo il corpo di Elisa con le braccia, la stringo più forte che posso, poggio il viso nel suoi capelli.

Le accarezzo le guance e ne asciugo le lacrime.

Addio Elisa.

 

 

Perché lo hai fatto?

“Cosa?”

Lei non poteva vederti, non poteva sentirti…

Come mai l’hai abbracciata?

“Un abbraccio non è solo un contatto di corpi, non è solo carne contro carne… è anche calore, è sicurezza, fiducia, affetto…”

Lei non poteva sentirti.

“Credimi, le ho trasmesso più io con un abbraccio inesistente che tu con i tuoi pensieri”

Colpisce nel segno, è bravo con le parole.

Mi guardo le scarpe, consumate sulla punta e sui fianchi.

Sono belle così, rovinate… le All Star sono belle vissute, c’è un pezzo di me in queste scarpe.

Le indossavo al loro concerto, al festivalbar, al primo meet con la Pitty, al primo meet con Elisa…

C’è un pezzo di me in queste scarpe.

E ho paura, paura che non torni più quella parte di me che sapeva sorridere e piangere con una canzone come unico pretesto.

Pitty… vorrei andare anche da lei… se solo avessi soldi e tempo, se solo non temessi di non farcela ad andarmene da Ferrara una volta arrivata…

“Il primo treno per Amburgo è alle 5…”

“Sei sicura di ciò che stai per fare?”

“Il viaggio dura circa 16 ore, desidera pagare in contanti?”

“Si grazie”

“Sicura? Rispondimi..”

“Sicura! Ora smettila!”

“Come prego?”

“No, scusi non dicevo a lei…”

Non mi abituerò mai a questa cosa dei discorsi mentali… Stupido.

La signorina della biglietteria mi porge un biglietto azzurrino dove campeggia la scritta –Milano Centrale-Amburgo—, mi guarda male e passa al prossimo cliente.

Il treno partirà tra poche ore, ma si trova già sul binario. Riesco a trovare un posto nella terza classe e mi siedo rapida su uno scomodissimo sedile.

Fanculo…

Accendo l’ipod e penso con terrore al momento in cui si sarà scaricato.

 

 

16 ore passano, lentamente, in un attimo, mille secoli, dolci, amari, con lui, senza lui.

 

 

Senza dire niente di particolare a Bill mi dirigo verso il bagno e osservo il mio viso pallido nello specchio.

Ho un aspetto orribile.

Cerco di sistemare come posso i capelli e mi sciacquo le guance e gli occhi.

Vorrei avere un po’ di trucco per cercare di coprire le occhiaie e la pelle irritata dal pianto…

Una porta cigola alle mie spalle, uno sciacquone, qualcuno usa l’acqua calda e qualcuno il distributore di preservativi.

Ogni rumore mi pare amplificato cento, mille volte.

Sono stanca.

Un uomo anziano entra nel bagno delle donne senza accorgersene.

Sono stanca.

Non ho un posto dove dormire, non ho quasi più denaro, le All sono troppo consumate.

Sono stanca.

Aspetto che escano tutti e chiudo la porta del bagno con la chiave distrattamente lasciata nella toppa da qualche inserviente.

Mi rintano nell’angolo più nascosto del localo e mi siedo, la schiena appoggiata al muro verde vomito delle pareti.

Mi calco il cappuccio sugli occhi e pochi istanti prima di addormentarmi ripenso alla mia fuga… è una fuga dal mondo o semplicemente da me stessa?

Mia madre è sicuramente già da molte ore sulle mie tracce e cerca a casa di tutti i miei amici, quegli stessi amici che non le sono mai piaciuti.

E probabilmente ora li odia ancora di più,per il motivo sbagliato: non perché non hanno saputo vedere la tristezza in me, ma perché non sanno dirle dove io mi trovi.

La mia vita è una partita a carte e questa è l’ultima possibilità che ho per vincere…

Mi rigiro nel dormiveglia e sorrido. Un sorriso stanco ma finalmente vero.

Bill è seduto accanto a me, passandomi una mano tra i capelli. Lui è il mio Jolly, la mia salvezza... e anche se fa male ammetterlo, il mio unico amico.

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lunedì, 28 gennaio 2008 alle 12:02

Not Real - 2


Chap 2

 

“And fight the tears
With pretty smiles and lies
About the times”

 

Avete presente la sensazione di completa inutilità che si prova quando si è in casa soli, tutto il mondo trincerato al di là delle pareti?

Quella sensazione di vuoto nel petto… quando non si ha più  niente in cui credere?

Ormai vivo immersa in tutto questo.

Sono vuota e non vorrei.

Amici… che bella parola. Ma non esiste più.

Perché?

Cos’ho in meno degli altri?

“Cos’hai in più degli altri… vorrai dire”

Fottiti stronzo, non sono in vena di conversare mentalmente con te…

“Aggressiva…”

Il pavimento è ghiacciato, ma almeno stando seduta qui posso appoggiare la testa al cuscino del divano.

Perché non traggo gioia nel girovagare senza meta da un pub all’altro?… perché non vedo niente negli altri se non falsità e inganni? Cattiveria…

Accendo la TV senza voglia e metto su All Music.

Forse così mi toglierò dalla testa la bella musica, le belle parole, le belle bugie.

“La spegnerai tra meno di due minuti…” la sua sicurezza su tutto ciò che faccio mi fa quasi male.

Ma cosa vuoi da me? Vuoi farmi pagare il debito standomi attaccato al culo per il resto della mia vita?

“Quale debito?”

Mi giro a guardarlo, tranquillamente adagiato tra mille cuscini si lima le unghie perfettamente curate, lanciando di tanto in tanto occhiate curiose allo schermo dove Rihanna sculetta come perfettamente nel suo stile.

Scuoto la testa e mi sforzo di non pensare.

Se non penso lui non saprà cosa dirmi, si annoierà e sparirà finalmente!

“Hai dell’acetone?”

Merda…

“E non essere così scurrile per favore!”

“Ma Cristo tra tutte le allucinazione che potevano venirmi proprio un transessuale con manie di protagonismo e pure impiccione doveva capitarmi?”

Mentre mi allontano per il corridoio verso il bagno, lo sento ridacchiare e lo maledico mentalmente, certa che coglierà il messaggio.

-I’ll be whit you soon… Just Me and…-

“Basta!”

Lancio la bottiglietta di acetone in faccia a Bill e mi fiondo sul telecomando.

Quando lo schermo torna ad essere nero e la stanza silenziosa posso tirare un sospiro di sollievo.

Mi lascio cadere sul divano.

Basta

“Tutto ok? A me piaceva guardarmi in TV…”

Non è troppo normale, sai?

“A tutti piace guardarmi in TV…”

A me no…

“Perché sei innamorata di me, vero?”

Porca miseria! Messa spalle al muro da un fantasma, umiliante.

“Non di te, di lui”

“Già il fatto che ci distingui è un bene…”

Mi giro e lo guardo negli occhi: sono diversi, allegri.

“Lasciami vivere di illusioni”

“Certo… ma non sarebbe meglio vivere di certezze ogni tanto?”

A volte si…

“No”

Sorride inarcando il sopracciglio destro, come fa sempre lui quando compatisce qualcuno o quando si crede figo.

“A me non puoi mentire… credevo l’avessi capito…”

Non ci sono certezze per me stupido pagliaccio.

Mi giro dall’altra parte e riaccendo la TV, il loro video è stato sostituito da uno vecchissimo dei Green Day.

“Sai… io…”

La sua voce si è fatta improvvisamente indecisa e cattura la mia attenzione… l’ho sentita così già una volta, sul tetto.

“Tu… cosa?”

“io… niente, scusa ma non posso…”

In un attimo si dissolve e io rimango ancora sola, l’amaro in bocca per averlo visto fuggire proprio quando desideravo che non lo facesse… chiedendomi come mai improvvisamente la sensazione di vuoto sia tornata a trovarmi.

 

Corre rapida verso il centro, si sistema gli auricolari al volo e riparte.

Alza il volume cercando di interrompere i suoi stessi pensieri.

Solo io so che non ci riuscirà, non ci riesce mai nessuno.

Pensa ogni singola parola di quello che ascolta, e io sento… sono belle parole, ma tristi. Le fanno male.

È in ritardo per la prima ora ma mente a se stessa, non le importa più.

Cazzo se mi interroga non so niente.

Non prenderti in giro…

Voglio andarmene.

Continua a cambiare pensiero, con un frequenza impressionante, non riesce più a reggere una conversazione con se stessa: sta cedendo.

Mi hai abbandonato anche tu alla fine, come tutti… credevi che non lo sapessi? Guarda, meglio così. Ho desiderato che tu sparissi dal primo momento.

Non è vero, sai di non potermi mentire.

Mi hai salvato… e sei scappato anche tu da questo inferno…

Io sono qui.

Sono sempre qui.

 

“Giulia vuoi rispondere tu alla domanda?”

Cade dalle nuvole, alza lo sguardo verso la prof, apre la bocca ma non sa cosa dire.

“Non… non ero attenta…”

“Non avevo dubbi, sempre a scarabocchiare! Vuoi mostrare alla classe cosa disegni di tanto bello da essere più importante di un’ora di latino?”

 “No”

“Prego, porta qui il quaderno, credo che per una volta sia giusto soddisfare la curiosità dei tuoi compagni.”

Stringe il quaderno tra le mani e non si muove.

Fai qualcosa! Di qualcosa!

“Prego, il quaderno! Non mi far venire lì!”

Non risponde, non si muove, sembra paralizzata.

Cosa c’è di così importante su quel quaderno?

Perché non riesco a leggere niente nei tuoi pensieri? Perché sei vuota ora?

“No” ripete, e la pagina del suo quaderno finisce sulla cattedra, e tutti la vedono, e io la vedo, e lei la vede.

Ci sono io su quella pagina.

C’è lui su quella pagina.

“Chi è? La tua fidanzata?” La prof ride…

I compagni sembrano impazziti, si lasciano trasportare dall’appoggio della superiore e ne approfittano per dire tutto ciò che pensano. Le dicono che è una sfigata, un’Illusa.

Io non posso piangere, non è nella mia natura farlo, non è nella mia natura nemmeno prendermi a cuore così una persona reale.

Non posso aiutarla, ma non posso nemmeno lasciarla lì così.

Giulia…

Corre fuori dalla classe, nei suoi pensieri non riesco a leggere niente… e proprio perché do per scontati qualcosa che non conosco, mi lascia sorpreso quando si dirige sicura su per le scale.

Come mai improvvisamente la sua mente mi appare annebbiata?

Non dovrebbe accadere…

So che può percepire la mia presenza se mi avvicino troppo, continuo ad osservarla dall’alto, anche quando raggiunge il tetto e si lascia cadere a terra.

Non le importa della pioggia.

Ma sembra non le importi più di niente a questo mondo, una cosa che trovo terribile.

“So che ci sei… da qualche parte… da qualche… parte… sai che lo amo… se sei reale come dici di essere… portami da lui…”

Potessi respirare, potesse il mio cuore battere, ora starebbe battendo più forte.

…non ci sei…

 Batte più forte

…portami da lui…

La nebbia si è dissipata! Ma a che prezzo?

Basta Illusioni.

Non dovrei infrangere le regole per un essere umano.

Non dovrei proprio…

Eppure…

“Giulia… un modo c’è…”

 

Cammino per le strade buie sotto casa mia…dove sto andando nemmeno io potrei dirlo.

Certe volte mi sembra quasi che il mondo si fermi solo per darmi la possibilità di fuggire via, andare lontano…

Eppure non colgo mai quella possibilità. Come nei sogni, quando vorresti metterti a correre ma le gambe si fanno pesantissime e non puoi più muoverti.

Ecco.

 Passo una mano tra i capelli scuri e decido di smetterla di pensare, pensare fa male, pensare è male.

Fa freddo ma non mi importa, alzo il cappuccio della felpa grigia e infilo le mani in tasca.

Ogni respiro si condensa inevitabilmente in una nuvoletta biancastra e i miei passi non fanno rumore… mi sembra di essere un fantasma… e si, sarebbe bello.

*Tunz tunz tunz put your hands up! Up! Up!*

E che è sta roba? Mi guardo intorno spaesata finché non mi rendo conto che è il suo telefono che squilla… quel oggetto che mi è stato donato da mani invisibili…

Lo tiro fuori dalla borsa a tracolla e rispondo.

“Pronto”

“…voglio solo sapere chi sei… perché mi scrivi quelle parole…”

Non rispondo, sorrido tra me e me, pensando a chi ci dovrebbe essere dall’altro capo del telefono…

Mi volto e un paio di occhi castani incrociano i miei.

Sorrido ancora e metto giù… Non ancora

“Mi credi ora?” mi domanda lui, soddisfatto.

Lo guardo dal basso verso l’alto… me l’ero sempre immaginato così.

“Non so, se sei frutto della mia immaginazione ne ho più di quanta pensassi…”

Riprendo a camminare…

Improvvisamente mi rendo conto di quanto faccia freddo… perché fa freddo sempre quando io sono fuori?

Fanculo, non ci sono passi alle mie spalle, ma ogni volta che mi giro lui è lì che mi segue, con quel sorriso degno solo di un’allucinazione.

“allora… hai deciso se seguirmi o no?” domanda all’improvviso, interrompendo i miei pensieri... e per questo sento la rabbia salire e farsi strada attraverso la gola, vorrei solo farla finita.

“Ascoltami bene, cazzo!” nella mia testa c’è un fiume di parole, ma adesso tutto tace… perché? “forse non te ne rendi conto, o forse non puoi rendertene conto, dato che sei un prodotto della mia fantasia, ma…” mi fermo per respirare a fondo, portandomi entrambe le mani al volto. “…ma sei tu a seguire me ok? E non so come tu mi abbia trovato, ne tanto meno come mai, ma se vuoi fare lo spiritoso non ti riesce bene, sono stata chiara?”

Lui guarda ancora… sorride… probabilmente ride del mio gesticolare anche troppo accentuato con le mani. In questo momento sembra in pace con il mondo.

Ma non m’inganna, io so che non lo è.

Un angelo non scende all’inferno senza un motivo.

“Rispondimi almeno. Cazzo un briciolo di educazione!”

Ancora non dice nulla.

Sbuffo rumorosamente e riprendo a camminare verso il semaforo a metà della via, intendo arrivare alla stazione a piedi prima che parta l’ultimo treno.

Strano, fino a due minuti fa, sarei disposta a giurarlo, non sapevo cosa avrei fatto… ora ho solo in mente la stazione e poi Milano.

Guardo di sottecchi dietro di me e penso una bestemmia: lui è ancora lì.

 

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sabato, 26 gennaio 2008 alle 16:52

Not Real - 1


Questa FF è dedicata a Pitty. Senza un motivo particolare. Solo perché lei è l’unica che riesca a capire quello che provo…
È l’unica persona al mondo a vivere qualcosa di simile a quello che vivo io… danke…
Scusa se a volte ti rompo con paranoie inutili, scusa se non posso aiutarti in nessun modo, se non scrivendo una stupida FF...

Un danke anche a Ely, mia moglie xD, perchè senza volerlo è diventata un personaggio di questa FF... danke amò! Ti adoro =)

e.. infine un Grazie gigantesco a tutte quelle ragazze che sui forum o sui blog dove ho messo le mie ff commentano... facendomi commuovere davvero a volte! Danke!

Legenda: le parti in corsivo sono i pensieri della protagonista / le parti tra virgolette e in corsivo sono le battute dell'altro, misterioso personaggio =)



Chap 1

“Since we talked to Her now
come Angels of the Lord,
come Angels of the Lord”


Una. Due. Tre. Ancora una. E un’altra. Un’altra ancora. Arrivo ad un punto per cui smetto semplicemente di pensare, mi limito a contare e contare e contare. Comincio a guardare la scena dall’esterno e vedo me stessa seduta sul cornicione, con le gambe a penzoloni nell’aria gelida della notte e il trucco nero colato fino a metà guancia.
Scruto l’abisso sotto di me, solo macchine e silenzio mi attendono appena oltre a quel salto. La profondità della mia mente e il baratro arrivano a coincidere, fondendosi in un'unica possibile via di fuga.
Sorrido pensando a me stessa, in maniche corte a febbraio, salire le scale che portano al tetto, convinta che avrei preso la rincorsa e allora tutto sarebbe terminato.
E invece eccomi ancora quì, immobile, a raccogliere il coraggio e, non riuscendoci, a piangere.
I miei capelli agitati, in tormento, mossi dal vento secco e pulito di neve non ancora caduta.
Perché è successo? Perché mi sono fermata? Proprio sul bordo.
Scoppio a ridere…
Del resto è stata così tutta la mia vita, non è forse vero? Pensandoci mi asciugo le lacrime che minacciano di accecarmi per quanto si sono intensificate.
Vaffanculo.
Sorrido. Ancora una volta. Non sono morta, ma lo sono. non sono viva, ma lo sono.
Non finirà mai finché non troverò il coraggio di saltare, lo so bene, ma come posso darla vinta alla morte? Proprio adesso che la notte mi accarezza… proprio ora che mi parla.
Sotto di me un fiume di automobili.
“C’è nessuno?” urlo, contro l’acciaio e il vetro della città.
“Mi sentite?? Ma non mi sentite??” ripeto, ora gridando, incazzata, contro il cielo nero.
No. nessuno. Non è come nei film. Non ci sono polizia e ambulanze, spettatori con il naso all’insù e persone in lacrime. Nessuno. Perché io non esisto, nessuno mi vuole, nessuno mi capisce. Nessuno.
Alzo il mento, tirando su con il naso. Un singhiozzo mi sfugge ancora. è l’inizio della fine. è il tutto e il niente. Perché di quì a poco io non esisterò più. Io morirò.
La luna mi guarda dal cielo di pece, penso mi compatisca quanto io compatisco lei, lei che sarà costretta a restare al suo posto nei secoli dei secoli, e, sempre lei, dovrà assistere a tutto il dolore di questa razza così impropriamente definita “umana”. Lei piangerà sull’estinzione della ragione. Solo lei. Io invece smetterò semplicemente di esserci, non più un problema, non più un rimpianto, non più una lacrima da versare.
“ho vinto, i perdenti siete voi, non io. Addio… non piangete per me.” Il globo latteo e le sue piccole figlie, quelle lucciole impertinenti che osano riflettersi nei miei occhi, facendoli apparire allegri… io non sono allegra, ma nessuno se n’è accorto.
Mi alzo, costringendomi a tornare in me.Vivere le cose di persona ti impedisce di pensare con lucidità. Forse anche guardandomi dall’esterno mi sarei resa conto che su questo terrazzo, a centinaia di metri dal suolo, sono sola ma non sola.
Le punte delle All star grigie sporgono ora oltre il bordo, affacciandosi alla disfatta, alla fine.
Una lacrima superstite si tuffa oltre il mascara sciolto, scivolando sul mento, e infine mi precede nel grande salto. Inspiro a fondo, sapendo che questa è l’ultima volta. I piedi paiono pesanti, sollevarli impossibile.
“mama we’ll go to hell” canta Gerard Way nella mia testa. Già. è là che sto per andare. Forse Kurt Cobain si trova già negli abissi, ad aspettarmi. Questo pensiero mi convince a muovere il piede destro. Un soffio caldo sul collo, un respiro regolare, un battito che non c’è.
Mi giro di scatto, cercando con lo sguardo una figura inesistente. Penso fosse solo un’impressione. La punta bianca della scarpa punta al vuoto sotto di me, ma non ho il coraggio di tuffarmi. questa è la fine di ogni cosa, vero? Questa è la morte del coraggio ma al contempo l’impresa più grande. il coraggio di affrontare la morte coincide con la paura di sottrarsi alla vita.
Basta.
Il piede ritorna ad occupare il piccolo e umido posto sul cornicione, tremante e insicuro. Non sono pronta. Guardo ancora una volta la luna. Non l’ho mai vista così piccola e distante. Pure lei mi sta abbandonando.
Una forte stretta alla spalla sinistra, unghie che si conficcano nella pelle. Chi sei? Nuove lacrime, di incomprensione questa volta.
Una voce nuova nella testa “Spring nicht” canta.
“Spring Nicht”.
Può essere un sussurro o un grido, ma è pur sempre solo una canzone.
“Spring Nicht”.
La voce di un angelo.
“Spring Nicht”.
Il volto della paura.
“Spring Nicht”.
una frase per terminare l’inizio della fine. La scaccio mentalmente… non è reale.
“Scema. È solo una canzone. Dimenticala. Non ne hai bisogno.” ma è una bugia, perché questa canzone è tutta la mia vita, o perlomeno è l’unica cosa che mi impedisca di porvi fine.
Ancora quel fiatare sul collo. Le fiamme dell’inferno sulla pelle. Ecco cos’è. le sento lambirmi con ingordigia. Mi vogliono, mi chiamano.
Con un gesto frenetico mi passo una mano sulle guance umide.
Un sussurro nell’orecchio sinistro: “Non farlo. Non adesso. Io ti amo”Scaccio quella voce con una mano, tendendola indietro, certa di trovare solo aria e fiamme.
Il viso che colpisco è reale, però. E anche il gemito soffocato di stupore che sento è reale. Non guardo dietro di me. Perché nessuno può trovarsi quassù con me. Io sono sola. Punto.
“Ti voglio salvare” ripete la voce.
“Vattene” supplico, senza smettere di fissare il vuoto oscuro costellato di fari accesi e in movimento.
“Non farlo, ti prego”
Chi è? cosa vuole? Nella mia mente rivedo un volto conosciuto, pallido e perfetto come una maschera. Ma non può essere Bill Kaulitz a sussurrarmi spring nicht nell’orecchio. singhiozzo.
“Ti prego…” la voce piange, proprio come faccio io. Soffre, ancora come me. Respira addirittura, affannosamente, annaspando alla ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi, quell’ultimo soffio di vita che sembra dover durare un’eternità.
Volto la testa lentamente, fissando ora il pavimento d’asfalto irregolare, chiazzato di muffa e umidità. E poi sempre più su.
Un paio di stivali scuri a punta. Un paio di jeans. Una felpa a righe bianche e nere. Un viso pallido e perfetto, come una maschera. Può essere Bill Kaulitz? certo che no. Però lo è.
La creatura mi tende una mano. “Ricominciamo” dice, con un sorriso di impossibile bellezza, carico di allegra malinconia.
Come nella canzone, logicamente.
“Nimm meine Hand, wir fangen nochmal an.” La sua voce è… indescrivibile.
“Spring Nicht” termino io, canticchiando quasi senza voce la fine della strofa.
L’angelo le mi passa due dita lungo il profilo del volto,scostandomi i capelli dalla fronte. Ma il vento insistente li riporta subito al loro posto, a coprire il lago di tristezza che ho negli occhi.
“Bitte, Spring Nicht” ripete lui, senza smettere di sorridere, la fronte corrugata dalla preoccupazione mal celata.
Con i violini era tutta un’altra cosa, ma alla fine la canzone prende a suonare nella notte solo per noi due, solo per me.
“Chi sei?” chiedo, senza poter smettere di seguire a mente le parole che mi accompagnano da infinite notti.
“Lo sai”Esaminando lo sguardo di lui, i suoi capelli neri a mèches, i suoi occhi immensi, mi venne in mente un solo nome possibile. è lui. Deve essere lui.
“Sei Bill?”
“Chi è Bill?” l’ultima risposta che mi sarei mai aspettata di ricevere, eppure la più logica.
“Allora chi sei?”
“E tu? Tu chi sei?”
“Vattene, lasciami terminare ciò che ho cominciato” l’ennesima delusione della mia vita.
“Perché adesso sei arrabbiata con me?” mi chiede, con il tono più ingenuo e ipnotico che abbia mai sentito.
“Mi hai presa in giro con quella canzone, con questi vestiti, con i capelli uguali ai suoi, il trucco… però il tuo viso è il suo, ne sono certa… perché mi prendi per il culo?” le luci sulla strada si fanno invitanti, la fine è vicina.
“Tu vedi quello che vuoi vedere… bitte… ricominciamo insieme…” tende nuovamente la mano verso la mia, senza scomporsi quando indietreggio di pochi centimetri, verso la strada.
“La canterò ancora per te… ogni volta che lo vorrai… puoi chiamarmi Bill se vuoi… perché in effetti tu mi hai reso Bill.” Per quanto mi sforzi, non riesco a capire il senso di quelle parole, ma in questo momento sono certa che il mio idolo, la persona che odio di più al mondo, si trovi quì a pochi passi dal mio corpo, dentro la mia anima, con il braccio teso e una lacrima silenziosa a rigargli la pelle perfetta.
Afferro la sua mano, senza riuscire più a respirare. Il suo tocco gentile è tiepido e seducente, la sua voce è l’unica di cui abbia bisogno.
Prima di poter rendermene conto, siamo entrambi seduti a terra, con la schiena poggiata al cornicione, abbracciati.
Bill si sfila la felpa e me la mette sulle spalle, tentando di placare i brividi che mi percorrono in tutto il corpo. Non penso più, mi abbandono sul suo petto stretto, ma ugualmente accogliente, liberando le ultime lacrime ancora esistenti in me. Non sento più il bisogno di piangere, ora ho solo voglia di cantare. Guardandolo meglio mi accorgo che anche il piercing al sopracciglio e i tatuaggi sono al posto giusto, identici.
“Mi chiamo…” sussurro, quasi a se stessa "… non lo so… chiamami come vuoi"
Come unica risposta un sospiro leggero, il sospiro di un angelo.
"Io non credo in Dio" dico ancora, senza sapere perché.
“Neanche io” risponde in un soffio lui, passando una mano fra i miei capelli,ormai irrimediabilmente scomposti.
"Lass mich nicht im Stich, Bill" imploro, perché, per esperienza personale, so che le cose belle non durano mai più di un battito.

Sogno sul questo tetto, sogno la mia camera, piccola e tappezzata di posters. Sogno di un computer portatile sempre acceso. Sogno la musica che fa da sempre da colonna sonora alla mia inutile vita.
Al mio risveglio sono sola, Bill non c’è più. Fa fresco, ma non sento affatto freddo, perché una felpa nera a righe bianche mi ricopre gentile le spalle chiare.



Non vado a scuola oggi, nemmeno mi passa per la testa… il mio futuro? Non mi interessa poi molto…
Il treno fischia sulle rotaie, il mondo passa al di là del vetro, e io mi sento meglio.
Ogni viaggio, per quanto piccolo, mi fa sentire sicura.
Vorrei passare la vita così, su un treno.
Chiudo gli occhi e spero con tutta me stessa di riaprirli e trovarmi in un altro mondo, di trovarmi in un posto lontano, tanto lontano…
Sento qualcuno respirare nel sedile di fronte al mio, vuoto fino a qualche minuto fa.
Lui?
No…
Faccio sempre così, quando desidero qualcosa la nego, faccio di tutto per abbatterla mentalmente.
Serro il pugno e guardo.
Un uomo sulla cinquantina mi osserva con occhi acquosi, attraverso un paio di occhiali sporchi.
Per un attimo mi sembra di sentire voglia di piangere.
Alzo al massimo il volume dell’ipod e chiudo di nuovo gli occhi.
Come mai non ci sei più?... Ti ho sognato… Che schifo… sono Pazza… che schifo.
Vedo per un attimo me stessa a 89 anni, sola, rugosa, una visione raccapricciante… siedo in una stanza polverosa e lavoro a maglia centrini per la tavola, mentre una trentina di gatti spelacchiati vagano per la mia deserta casa miagolando e sputando palle di pelo ovunque.
Cazzo che cosa triste!
“In effetti non è proprio una bella visione! Cerca di pensare ad altro per favore…”
Apro gli occhi di scatto e li pianto in quelli dell’uomo.
No… non è più un uomo.
È un trans e per di più immaginario… però… ammetto di essere felice di rivederlo.
“Ancora tu? Non è possibile…”
Lui se ne sta lì, seduto compostamente sul sedile in fronte al mio, dopo prima sedeva nessuno, e poco dopo un uomo.
Ora ci siede… un fantasma? Un angelo?
Troppe domande… troppa confusione.
Parte l’m Not Ok (I promise) dei My Chem, che infelice coincidenza.
“Ironico no?”
Basta leggermi nei pensieri!
“Sempre simpatico tu mi raccomando…” appoggio la fronte al vetro e cerco di non badare a Bill Kaulitz osservando i graffiti sugli altri treni, ma per quanto non lo veda, inevitabilmente passo tutto il viaggio ad incidermi nella testa il suo profumo di nulla, di pazzia.

Fine Primo Capitolo


Ehm.. pareri sinceri per favore ç___ç se non si capisce niente come sospetto io ditemelo vi prego xD
Danke ^^

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venerdì, 25 gennaio 2008 alle 18:34

Tom Kaulitz Von Mystified - Epilogo


Capitolo 5 - Epilogo

“Bill… Bill… Bill…”
Due medici osservavano Tom Kaulitz, nel pieno del suo delirio allucinogeno.
Il più anziano sembrava trovarsi a disagio in quella stanza, in compagnia di quella che gli avevano detto essere una star di fama mondiale, ridotta a un miserabile resto di umano.
“chi è che sta chiamando? Chi è questo Bill?” chiese, torturandosi impaziente le mani.
L’altro, evidentemente l’apprendista, sempre senza staccare gli occhi dalle cartelle mediche, scrollò le spalle.
“il signor Kaulitz aveva un fratello di nome Bill… ma a quanto pare questo poveretto non ha più contatti con nessun parente o amico da un paio d’anni”
“ancora non riesco a spiegarmi come sia sopravvissuto a una caduta tale”
Era infatti un caso del tutto inspiegabile. Tom Kaulitz era in uno stato di dormiveglia perenne da quasi una settimana. L’89% delle ossa del suo corpo erano spezzate, stando a quanto dicevano i medici.
Nessuno avrebbe saputo contare le centinaia di migliaia di lettere e regali che le fans di tutto il mondo avevano inviato all’ospedale. Centinaia e centinaia di ragazzine in lacrime presidiavano costantemente il cortile dall’ospedale, in attesa di notizie miracolose, o pessime. Tuttavia nel giro di pochi giorni sarebbero tutte scomparse, perché così andava la vita, presto Tom Kaulitz, con l’89% delle ossa rotte, avrebbe dovuto cedere il posto a qualche nuova celebrità, del tutto integra e con il solito, noioso fascino da teenager-rockstar.

Tom premette sull’acceleratore della station wagon nera. Era pulito da quasi una settimana. Lo faceva per Bill, non per se stesso.
Ormai il suo amore era tutto ciò che avesse da offrire agli altri.
Senza Tokio Hotel poteva inventarsi una nuova vita, ma senza suo fratello non era niente. NIENTE.
“e allora ammazzami” aveva gridato B. Kay tempo prima “piuttosto che vederti così preferisco morire! AMMAZZAMI STRONZO!”
E ora Tom se ne stava da solo, a sudare e piangere e tremare e contorcersi, anelando una dose che non voleva prendere.
Però tutto questo diventava sopportabile al pensiero che Bill fosse a casa ad aspettarlo, insieme a Georg e Gustav, lo aspettavano, per la prima volta da quando i th si erano separati.
Provò ad elencare mentalmente una lista di cinque motivi per i quali guidare quella cazzo di macchina in stato di crisi d’astinenza avrebbe dovuto esser giusto.
Ne trovò qualcuno.
“primo: non c’erano taxi disponibili.”
Le vetrine erano ormai serrate da un pezzo. Tom vide l’ultimo negoziante correre sul marciapiede, caracollando sotto il peso della sua panciona da birra.
“secondo: il gelato che ho comprato per la serata si sarebbe sciolto se non avessi fatto in fretta”
Il gelato era a quattro gusti, ognuno nella band aveva il suo preferito.
“terzo: la legge dice di non guidare sotto stupefacenti, non sotto la loro astinenza”
Futile motivo, lo sapeva bene, ma il vetro sul quale si stava arrampicando era freddo, e lui voleva scalarlo in fretta.
“quarto: Bill e gli altri mi aspettano, e non voglio fare tardi”
Era così bello aspettarsi gli abbracci di una cara persona, senza dover firmare prima un autografo in cambio.
“quinto: Bill”
Tom non si accorse nemmeno del ragazzo che attraversava la strada in quel preciso istante.
Forse avrebbe anche potuto vederlo, se un velo di sudore ghiacciato non gli avesse coperto ormai gli occhi.
Non si mosse nemmeno mentre la macchina nera travolgeva l’innocente, mentre, schiacciando il suo corpo, sobbalzava finendo fuori strada.
Rimase forse per cinque minuti fermo nella Station Wagon, con le mani premute sugli occhi. Dopo quei cinque minuti premette sull’acceleratore. Cinque volte dovette ripetere le manovre prima di tornare in strada. Quando fu a casa, cinque lacrime rigarono il suo volto, prima che cadesse svenuto sul materasso.

Il giovane medico sostituì nuovamente la flebo attaccata al braccio di Tom, pensando a quanto, in effetti, non biasimasse affatto la scelta del suicidio, in quel caso.
“forse però non era la tua ora, amico”
“Bill… Bill… Bill…”
A Marcus, l’apprendista, sfuggì un sospiro, mentre con gesti lenti avvicinava al letto del paziente una sedia
“vorrei poterti dire che sono Bill… vorrei davvero…”
Si era informato, o si. Aveva cercato di capire cosa fosse successo a Bill Kaulitz.
Era morto. Solo un giorno prima del suicidio del fratello.
Era morto, travolto da una station wagon. Il responsabile non era stato trovato.
Sospirò, quel ragazzo sarebbe rimasto solo fino alla fine.
Spariti nel nulla, tutti, amici, parenti… persino gli attuali colleghi del ragazzo non si erano presentati all’ospedale… troppo occupati, secondo il manager, a cercare un nuovo chitarrista.
Ma cosa puoi aver fatto di tanto terribile da farti odiare così da tutti?
“Bill… Bill… Bill…”
“Perché non muori, ragazzo? Lo dico davvero per il tuo bene… non è vita questa… e nemmeno quella di prima, se posso permettermi”
Parlare con un paziente in stato comatoso poteva anche essere un metodo poco ortodosso, tuttavia era il massimo che egli potesse fare per quel poveretto.
“non riesci a morire… forse perché in fondo amavi la tua vita…”
un altro sospiro, poi Marcus afferrò una delle cartoline sul comodino del chitarrista.
-guarisci Tom! Ti amo!-
Erano migliaia di ragazzine al mondo ad amarlo.
Il medico rabbrividì.
“no. ma allora perché?”
“Bill… Bill… Bill…”
Un lampo improvviso. Una prospettiva tremenda eppure così logica.
Il medico posò una mano su quella di Tom, poi tentò l’ultima medicina che gli rimanesse, la più profana ed inevitabilmente giusta che conoscesse.
L’amore di una bugia.
“si Tom… sono Bill… tuo fratello.”
“Bill…”
“Si… Bill”
“Bill…”
Pur essendo un uomo irreprensibilmente serio, Marcus non poté contenere le lacrime, mentre Tom Kaulitz gli stringeva la mano, esalando gli ultimi respiri della sua vita, i lineamenti distesi da una nuova serenità.
Tom Kaulitz von Tokio Hotel abbandonava questo mondo, ma forse ne avrebbe raggiunto uno migliore, lontano da sé stesso.
Lontano da sé stesso.

Fine

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giovedì, 24 gennaio 2008 alle 17:23

Tom Kaulitz Von Mystified - 4


Capitolo 4 – The sixth floor


Applausi, coriandoli su me come pioggia di ironia, occhi e bocche piangenti ma felici, ancora urla, ancora applausi.
Come ogni volta, lancio il mio plettro su quella spaventosa folla, così che una mano sconosciuta possa afferrarlo e che qualcuno possa tornare a casa dicendo “Tom mi ha sorriso tutto il tempo, si, proprio a me, e alla fine del concerto mi ha lanciato questo! Poi mi ha anche fatto l’occhiolino!”
Illuse.
Compatendole esco dalla scena, rimpiangendo i bei giorni delle mie canzoni, cantate da diecimila voci, cantate da quell’ossesione che ora mi sembra fosse dolce malattia rispetto a questa.
Cammino lungo i corridoi dell’albergo: ecco la stanza che cercavo… ecco la stanza 483.
È vuota e aperta, non è come quella di tanto tempo fa, in spagna, ma per me andrà bene lo stesso.
Spalanco la finestra che da sulla strada e per un attimo mi godo la brezza d’inizio autunno.
Che buon profumo, profumo di pioggia.
Butto a terra il cappellino, lasciando che l’aria mi passi tra i capelli.
Ogni volta che me li tocco provo una strana sensazione… per quanto sia già passato un anno, ancora non mi sono abituato ai capelli corti. I miei bei rasta appartengono al passato, quello stesso passato che mi sta spingendo a salire sul parapetto del balconcino in questa deprimente camera d’albergo.
Guardo verso il basso, le luci mi ammiccano di rimando, attraendo come calamite il mio paio di Sneakers bianche nuove di zecca.
Mi pare di svuotare ulteriormente il mio cuore da quell’ultimo briciolo di umanità rimastami.
A che scopo conservare la vita se poi non si ha nessuno con cui condiverla? A che scopo?
Sono stato tante cose nella vita: Tom Kaulitz von Tokio Hotel… Tom Kaulitz dei gemelli Kaulitz… Tom Kaulitz von Mystified… e ora?
Ora che in questa stanza non c’è nessuno oltre a me, ora che sono solo Tom, mi rendo conto che io non sono nessuno.
“cosa ho fatto? Che cazzo ho fatto!” singhiozzo nel nero.
Sorrido senza motivo, mentre una lacrima mi precede nel grande salto.
Ho sempre creduto di sapere quale fosse il mio destino, eppure non l’ho mai saputo.
Mi rendo pian piano conto che tutto quello che volevo, tutto quello di cui avevo bisogno, era quell’ultimo briciolo di umanità che avevo appena scacciato dal mio cuore.
E forse di un fratello.
La vita è così vuota. Solo un salto la può riempire.
La caduta dal sesto piano è una strana sensazione… ti senti così leggero, come se tutti gli organi ti avessero abbandonato, rimanendo su quel parapetto. Eppure mi sento anche molto pesante, tutte le colpe e i rimpianti che mi premono contro gli occhi.
Quando me ne libero è già troppo tardi.
A cadere dal sesto piano ci si impiegano solo pochi secondi… poi è buio.

Tom Kaulitz girò l’angolo nel vicoletto, buio e seminascosto.
In tasca teneva il suo piccolo tesoro bianco, incellophanato e ben protetto.
A quell’ora Bill sarebbe sicuramente già stato sulle sue tracce, pronto a perquisirlo e fargli l’ennesima scenata.
Nel cupo silenzio della notte, il rumore dei passi sull’asfalto bagnato rimbombavano come rimproveri nelle orecchie di Tom.
Ogni centimetro corrispondeva a un ulteriore senso di colpa.
Un improvviso, concitato e affannoso parlare attirò la sua attenzione.
Accelerando l’andatura nella direzione dalla quale sembravano provenire le voci, Tom giunse a un incrocio tra due stradine piastrellate. Solo un lampione morente illuminava la terribile scena che gli si parava innanzi.
Bill Kaulitz giaceva a terra, un ragazzo corpulento stava seduto a cavalcioni sul suo corpo,trattenendogli le mani e premendolo sgraziatamente in una morsa che doveva essere una specie di bacio.
“che brava puttana che sei, ragazzo”
Il burbero aggressore spingeva una mano dei boxer di Bill, lasciati in vista dai jeans aperti, mentre un altro uomo osservava la scena dall’esterno, evidentemente in attesa del proprio turno.
I due non parvero accorgersi della nuova presenza, così Tom, superato l’iniziale momento di paralisi, scattò in direzione del più grosso, quello che stava addosso a suo fratello.
Bastò un unico pugno dell’altro per mandare il chitarrista ko, con il labbro gonfio e sanguinante.
Approfittando di una momentanea tregua, Tom alzò lo sguardo verso l’assalitore, supportato ora dal suo socio.
E rimase basito, alla scoperta che effettivamente quel volto non gli era affatto nuovo “Frank? Sei tu?”
L’uomo, che era rimasto fino ad allora fermo ad assistere alla scena, sembrò riscuotersi dal torpore, così che, stiracchiandosi le braccia, scandì:
“Tom, Kaulitz… ebbene…paradossalmente era proprio te che volevo.”
Il suo ghigno sinistro fece rimpiangere al chitarrista i pugni in faccia di poco prima.
“Frank…io…”
“mi hai molto deluso, Kaulitz. Tre ottime dosi e ancora non mi hai pagato”
Poteva succedere qualsiasi cosa in quella situazione, Tom avrebbe potuto scappare, ma la vista di suo fratello, steso a terra, gli occhi sbarrati dal terrore e il trucco sciolto sulle guancie, gli diede la forza per aprir bocca.
“pagherò! Giuro… io… li ho i soldi, ho solo bisogno di un attimo per evadere la sorveglianza dell’albergo e poi…”
“non ti sei più fatto vedere… hai trovato qualcun altro per la roba forse?”
“no.. io…”
“shhh… shhh…. Non fa niente… Non sei più in debito, Tom”
“i..in che senso?”
“tuo fratello ha pagato per te” una luce strana nei suoi occhi, malizia e una buona dose di cattiveria.
“e piuttosto bene… in natura” la risata dello stronzo fu peggiore di qualsiasi schiaffo mai ricevuto.
Prima ancora che Tom potesse dire o fare qualsiasi cosa, i due tipacci montarono su una moto rossa, per poi partire nel buio.
E così Tom rimase li, i pugni stretti in una morsa disperata e la mascella serrata.
Con un balzo felino fu al fianco di Bill, passandogli una mano tremante sulle guancie… ma il fratello lo respinse, si sollevò, e, barcollando, si incamminò lungo il vialetto.
“Bill… stai bene? Bill…”
Che cosa stupida da chiedere. Come poteva stare bene?
Senza pensarci ancora, gettò le braccia al collo del gemello più piccolo, lasciando che si sfogasse.
“merda… merda merda merda”
Ripeteva Bill tra i singhiozzi isterici, cercando di allacciarsi i jeans, appiccicosi di liquido bianco estraneo. Ma appena Tom tentò di aiutarlo, il fratello gli si appese alla maglietta, graffiandogli, incidendogli il petto per tutta la sua lunghezza.
Il chitarrista restò lì, nel piccolo vicolo solitario, bersaglio immobile e silenzioso di quella giusta rabbia.


Riapro gli occhi, lentamente. Le ciglia sono leggermente appiccicate dal sonno e faccio una fatica incredibile a mettere a fuoco i colori attorno a me…
Qualche mattutino raggio di sole filtra tra le imposte alla mia finestra, impregnando di primavera la stanza.
“Dove sono?” penso…
“a casa” risponde una voce conosciuta, al mio fianco… non mi chiedo come mai possa sentire quello che penso, perché la gioia di quel sorriso è troppo disarmante.
Dietro ai suoi capelli neri e folti spunta un cappellino da baseball… Gustav!
Riesco a fatica a tirarmi a sedere, giusto in tempo per vedere il viso allegro di Georg fare la sua comparsa nella camera semi illuminata, portando una vassoio stracarico di ciambelle.
“la colazione!” esclama, versando a me e a mio fratello una tazza di caffè con latte.
“Moritz! Hai di nuovo lasciato le mutande della tua grupie nel mio letto!” rimprovera Gustav. Moritz, così chiamiamo Georg ogni volta che ci fa arrabbiare. Ridono e scherzano davanti ai miei occhi, come un tempo.
Raccolgo un po’ di coraggio, poi riesco finalmente a dire quello che penso, che penso da quasi due anni a questa parte “mi siete mancati, ragazzi”
“forza Tom, mangia.. il concerto è tra solo due ore!”
“che bello un concerto! ma allora… i th si sono riuniti?” chiedo speranzoso.
Bill sorride più di tutti… non lo vedo così felice da un sacco di tempo. È bellissimo quando sorride.. molto più bello di me.
Ma una nube scura passa ora al di fuori della finestra, un monsone. Le ombre nella stanza si allungano e si distorcono.
“ci hai fatti preoccupare, Tom…” improvvisamente tutte le espressioni attorno a me si fanno corrucciate, quasi ansiose.
“io…” la caduta dal sesto piano mi investe come un treno in corsa “come è possibile? Come mai sono vivo?”
Ho quasi paura a chiederlo… tutto questo è troppo bello per essere ver… e proprio mentre lo penso, mi tocco i capelli, tocco i lunghi rasta di Tom Kaulitz von Tokio Hotel.
E capisco.
Provo ad aggrapparmi a questo sogno, provo a non scivolare nella realtà, ma tutto è inutile. Vedo per l’ultima volta ancora il volto che amo più in assoluto e comincio a gridare, non voglio perderlo, non di nuovo, non ora che abbiamo fatto pace. Ma lui mi fissa, senza muovere un dito, con quella sua nuova espressione severa, quasi accigliata.
“Bill…. Non lasciarmi… Bill… Bill… ti voglio bene! ... Bill…”

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mercoledì, 23 gennaio 2008 alle 16:58

Tom Kaulitz Von Mistyfied - 3


Capitolo 3 – In Concert

Se penso che appena due anni fa io mi trovavo esattamente in questa città, su questo palco …
Devo dire che Nizza ci ha accolta in maniera quasi spettacolare. Fuochi d’artificio accompagnano il nostro ingresso sulla scena, le nostre facce compaiono a turno sul mega schermo.
Appena Kazu poggia una mano sul microfono, al centro dello stage, una scarica di fuochi a fontana rossi esplode attorno a noi, mentre una voce roca ma magnetica annuncia: “Mystified! In concert! À Niiiiiiiiiiice!”
La folla esplode in un boato di ovazioni!
“Kazu! Kazu! Tom! Tom!”
Dejavù? Un po’… e non mi riferisco agli altri cinque concerti fatti con i Mystified.
“Juuuuus!! Je t’aiiiiimee!!”
“Mystifieeeed!! I love yoooou!!!”
Come dire? C’è stato un tempo in cui tutto ciò era semplicemente la mia dose di ossigeno quotidiana. Ma ora cos’è sta merda?
Jus comincia a picchiare sulla batteria, accompagnato subito dal basso di NiKo.
Mi riscuoto appena in tempo per il primo giro di chitarra.
La voce di Kazu irrompe nelle mie orecchie come un calcio nello stomaco.
-We’re different, just different! No way, no way! Must love me! Must! Must!-
“Must! Must!” canto di coro io, cercando di sovrastare quella sua voce da teenager star.
Anche il pubblico canta, ma non la nostra schifosissima canzone insensata.
“Kazuuuuuuuuuuuu! Kaaaaazuuuuuuu!” è questo ciò che loro amano…
Un faretto mi viene puntato dritto negli occhi, che cominciano a lacrimare per lo sforzo di restare aperti. Quando il tecnico se ne rende conto è già troppo tardi, sto piangendo alla grande… quanti possono essere i motivi…
“Tom! Tooom! Toooooom!”
Tra una canzone e l’altra mi tocca andare nel backstage per vomitare…
La stessa isteria, la stessa ma diversa, la stessa isteria.

-Schreeeeeeeeeeeeeeeeeeeei!-
Fuochi di ogni colore.
“soooo laut duu kaaaaaannst!”
Rispose il pubblico.
E il concerto ebbe inizio.
Era Nizza, una bella serata di fine ottobre.
La, sotto il palco, Bill poteva ammirare migliaia di francesi, ma anche tedesche e italiane in gran quantità… un mare di mille colori e mille occhi, uno spettacolo mozzafiato, ma inquietante allo stesso tempo.
Iniziarono con un classico quella sera. Iniziarono con Monsoonla tappa dello Zimmer 483 tour… contraddizione? Forse.
Tom non era in formissima, probabilmente ancora sotto qualche effetto della dose quotidiana. Bill ormai aveva rinunciato ai rimproveri. Che senso aveva? Tanto il gemello non avrebbe mai smesso di fare esattamente ciò che voleva.
E dunque lasciarlo fare, era questa l’unica soluzione al problema. …Anche se non era una soluzione.
Come sempre B. Kay si mosse con maestria, sgambettando per tutta la lunghezza della scena dalla prima all’ultima canzone, ammaliando ed eccitando le giovani fans.
Aveva scelto i pantaloni a righe nere e bianche, ormai da qualche mese inutilizzati nel suo armadio.
Sapeva che quei pantaloni facevano schifo ai più, ma addosso a lui tutto diventava più bello. E poi a Tom piacevano tanto… diceva sempre che il vintage gli donava…
Una canzone dietro l’altra, intramezzate dai brevi tentativi di discorsi in francese di Bill, i Tokio Hotel giunsero alla chiusura.
Bill e Georg si stavano divertendo così tanto a far cantare il pubblico, che nessuno fece caso alle occhiaie di Tom, al suo viso pallido, alle mani che minacciavano di tradirlo a ogni nuovo accordo.
Una volta nel backstage, i TH poterono tirare un respiro, ognuno per un motivo diverso…
“cazzo, se parlavi in francese ancora una volta giuro che attaccavo a ridere e non smettevo più!”
“già.. chissà perché la gente è convinta che un cantante debba saper salutare in tutte le lingue del mondo…”
Tom bisbigliò piano, volendo ma al contempo non volendo farsi notare. “credo di sentirmi male”
“insomma, la mia pronuncia in francese non può essere perfetta… non sono un cazzo di francese… e poi anche Gustav! Quando ti hanno urlato –vogliamo Gustav nudo- credevo di morire a vedere la tua faccia!”
“bhe sono rimasto un po’ shokato xD”
“io sarei rimasto sconvolto a vederti nudo!”
“ragazzi… davvero.. credo di stare male…” Tom vedeva la stanza muoversi, trasformarsi come fumo d’incenso che salendo, si evolve e muta forma.
Ma nessuno lo stava ascoltando. Fu forse per questo che Tom Kaulitz decise di svenire.
In un attimo tutta la troupe fu su di lui, chi in preda a crisi isteriche, chi con meticolosa metodicità. Tutti tentarono di farlo rinvenire, per poi chiamare il pronto soccorso… Bill dal canto suo restò in disparte, a trangugiare il suo fruttolo alla fragola, un sopracciglio alzato e tanti pensieri per la testa.
Quando Tom si riprese, Bill fu il primo ad abbracciarlo.
“a volte ti odio, Tom”
“mi dispiace, questa volta, questa volta non mi ero fatto.. giuro… volevo smettere… per te… ma…”
“non raccontarmi palle per favore”
“no, davvero… non mi sono fatto oggi…” ma non poté continuare a parlare, poiché un conato di vomito lo scosse.
Bill osservò il fratello, madido di sudore, un sudore diverso da quello della fatica o della febbre.
Forse per una volta Tom aveva detto la verità… l’astinenza fa male e bene in ugual misura, all’inizio.
“a volte ti odio Tom, ma altre sono maledettamente fiero di te” gli bisbigliò ad un orecchio, mentre lo portava in bagno, sorreggendolo con un braccio.
“ti voglio bene…”
“anche io te ne voglio, scemo”
E sorrisero entrambi.


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lunedì, 21 gennaio 2008 alle 19:55

Tom Kaulitz Von Mystified - 2


Capitolo 2 –Jund und nicht mehr Jugendfei

Appoggio il gomito al finestrino della limousine nera, sperando che l’autista si muova. So che è uno dei migliori quando si tratta di evitare le fans isteriche, ma a volte l’isteria sembra raggiungermi pure in questa macchina.
Alla mia sinistra Kazu e Jus si prendono a pugni, ridono, scherzano.
“Jus sei un cretino”
Kazu, quello dai capelli neri e ingellati, mi viene buttato addosso e, se normalmente avrei considerato questa cosa come un invito non scritto a partecipare alla rissa, ora ho solo voglia ti prenderlo a pugni in faccia.
“merda statemi lontani, ok?”
Urlo, in preda a un attacco di collera.
Un tempo non ne avevo mai, non avevo bisogno di gridare per essere ascoltato. Semplicemente non avevo voglia di gridare.
Ora sembra quasi che tutto quello che mi gira intorno esista semplicemente con lo scopo di infastidirmi.
Non sento le proteste del mio cantante, infatti la limousine si è appena fermata davanti al nostro hotel, a Nizza.
Senza pensarci due volte, attorniato da quattro guardie del corpo, attraverso la hall. Solo qualche fans è riuscita a penetrare il muro di security dell’ingresso, ma viene subito ricacciata fuori.
“Kazu! Kazuuu! Toooooooom!”
Urlano le ragazzine, strappandosi i capelli.
Kazu come sempre è l’ultimo ad entrare, visto che prima deve fare l’occhiolino a tutte le presenti.
Certe volte avrei proprio voglia di fargli notare quanto se la tira, nonostante lui sia famoso si e no da appena un annetto.
Tsz. Con i To… interrompo i miei pensieri con un sospiro.
Meglio non pensarci, non ora per lo meno, non qui in mezzo a tutti.
Il mio manager potrebbe saper leggermi nella mente, conoscendolo.
“Kazuuuuuuuuuuuu! Je t’aaaaaaaaaaaime!”
Mi rifugio più in fretta possibile nella mia stanza, evitando accuratamente di incrociare i ragazzi.
Non fraintendetemi: Jus, Kazu e NiKo sono simpatici, sono anche bravini, ma io non sono in vena di scherzi oggi.
Il concerto è tra appena cinque ore, e tutto ciò che desidero fare ora è dormire.

“Sei proprio uno stronzo Tom”
Bill Kaulitz prese la borsa dal tavolo e si rifugiò in camera, sbattendo la porta.
Non poteva capacitarsi del fatto che suo fratello fosse tanto superficiale.
Stronzo.
“apri cazzo! Apri!”
Tom picchiava sulla porta, sperando. Ma niente avrebbe fatto cambiare idea al cantante.
“questa volta hai chiuso Tom! Chiuso! Hai capito? Chiuso!”
“non puoi dire sul serio…”
“fanculo! Hai chiuso con me, hai chiuso con i th…”
Come trattenere il ciclone che pian piano si era formato nel petto di Bill, nel corso di quegli ultimi mesi?
Come impedire l’esplosione quando ormai tutto stava andando irrimediabilmente a puttane?
“ma… non puoi… noi…”
“noi un cazzo. È finita Tom, i th sono finiti.”
Calò il silenzio.
Bill si gettò sul pavimento, accanto alla finestra. Qualche superstite raggio del sole morente riusciva a penetrare le imposte semichiuse, riflettendo i colori autunnali delle foglie sui suoi capelli scuri.
Poteva accadere davvero?
Dopo tutto quel tempo… dopo tutti quegli errori… perdonare non è sempre facile, e con Tom non lo era mai.
“dai Bill… cazzo era solo una dose leggerissima”
E quelle parole parvero concretizzare quello che pareva essere solo un brutto incubo.
“era droga, Tom…non mi interessa quanta o quale… era droga…”
“vuoi dirmi che mi cacci solo perché mi faccio un allucinogeno di tanto in tanto?”
Bill strisciò carponi fino alla porta della camera, per poter farsi sentire meglio dal fratello. E a quel punto sfogò tutto quello che aveva dentro, sottolineando ogni parola con un pugno sulla superficie dura.
“merda! Non trattarmi come un bambino… sarò anche più piccolo di dieci minuti, ma so distinguere la coca da un allucinogeno! Cazzo!”
E fu nuovamente silenzio.
Un singhiozzo dall’altra parte, disperato e poco razionale.
Fece scivolare le unghie perfettamente dipinte sul legno scuro e un po’ scadente della porta, fino alla maniglia.
Quando ebbe spalancato, l’immagine di suo fratello, occhi depressi e vagamente gonfi, gli fece sfuggire un sospiro.
“Tom, come cazzo faccio a non odiarti? Come cazzo faccio?”
Per lunghi secondi, i gemelli Kaulitz non vollero sciogliere l’abbraccio che di impulso avevano cominciato.
“hai un’altra possibilità Tom… non buttarla nel cesso… come le altre…”
---
Diciottesimo compleanno dei gemelli Kaulitz.
Luci e musica e dolci, amici, non amici, parenti, amici dei parenti e una buona dose di perfetti sconosciuti.
Bill Kaulitz si aggirava solo, nel parco appena fuori della grande villa dove avevano deciso di tenere la festa.
Percorrendo i lunghi viali ghiaiati, il novello maggiorenne non poteva fare a meno di domandarsi cosa ne sarebbe stato di loro due, troppo giovani per quella vita, troppo tragicamente adolescenti.
A dire la verità, Bill non si era mai sentito un adolescente… anzi, aveva sempre guardato con un certo disprezzo i ragazzini complessati che aveva avuto come compagni di classe.
La brezza leggera del primo settembre lo invitava a riflettere, come fonte d’ispirazione.
Pensò allora a Tom, che in quel momento era quasi sicuramente nella villa, gongolandosi della sua nuova situazione di adulto.
Tzs…
Tom non sarebbe mai stato adulto.
Bill fu sul punto di ritornare dentro, giusto per non scatenare sospetti strani, e per educazione nei confronti di quei pochi che erano li davvero perché gli volevano bene.
Ma dopo appena due passi in quella direzione, un cespuglio molto profumato attirò la sua attenzione… e non per via del profumo.
“ahio! Stai attento!”
A bisbigliare era… ? No, impossibile! Eppure…
“shh… zitto idiota!”
E questo chi era?
Bill aggirò il piccolo, verde bunker di foglie, così da trovarsi davanti a due facce ben conosciute.
“Andreas?” domandò il cantante, un po’ stupito.
Andreas e Gustav stavano seduti, quasi rannicchiati, uno accanto all’altro, dietro al cespuglio.
Se non li avesse conosciuti bene, avrebbe pensato che lo stessero spiando.
“Ehi, Bill!.. noi… stavamo…”
“…facendo una passeggiata… in mezzo alla natura!” terminò Gustav per lui.
Bill corrucciò leggermente la fronte, con un sopracciglio alzato, come era suo solito.
“una..passeggiata in mezzo… alla natura?”
In quel momento l’espressione in stile –ma mi state prendendo per il culo o avete fumato?- gli venne particolarmente spontanea.
Andreas si sollevò e lo prese per un braccio, sospingendo l’amico verso il vialone della villa.
“su Bill.. andiamo a vedere se c’è rimasta un po’di torta…” sembrava particolarmente ansioso di andarsene,quasi stesse nascondendo qualcosa.
“ragazzi sembrate un po’ stran…” Bill non fece in tempo a terminare la frase, perché altre due persone uscirono in quel preciso istante dal fogliame alle loro spalle.
Il cuore di Bill saltò un battito.
Tom Kaulitz camminava traballando, sorretto da Georg.
La sua maglietta era sporca di vomito e i rasta bagnati fradici di sudore appiccicaticcio, sudore da malato.
Senza pensarci due volte, Bill si precipitò incontro al fratello, passandosi immediatamente un suo braccio attorno alle spalle.
“cosa cazzo..?”
“non te lo abbiamo detto perché non volevamo rovinarti la festa…” lo interruppe Georg.
“cosa ha fatto? Cosa ha bevuto?”
Per un attimo i tre ragazzi sani stettero in silenzio, guardandosi imbarazzati tra di loro, e poi Bill.
“non è… non è proprio una cosa che ha bevuto…” tentò Gustav, esitando lievemente, ma abbastanza evidentemente da mettere in guardia il cantante.
“cosa?” domandò serio, dopo un attimo di primo silenzio.
“cosa cosa?” finse di non capire Andreas.
“cosa ha preso? Coca, narco, acidi… cosa?”
La schiettezza di Bill lasciò tutti impietriti. Nessuno osava rispondere, nessuno osava persino fiatare.
Fu Tom, scosso ancora dall’ennesimo conato di vomito, a togliere d’impiccio gli amici.
“Bill… mi dispiace… davvero…”
Era tanto pallido, tanto scosso, che nessuno sano di mente gli avrebbe scaricato addosso una ramanzina in quel momento.
E Bill era sempre stato un ragazzo molto intelligente, molto maturo per la sua età.
Si limitò dunque a tacere, sempre con l’espressione corrucciata.
“ne riparliamo domani Tom… Georg, ti dispiacerebbe portarlo a casa, mentre io saluto tutti?”
Naturalmente il bassista si disse disponibilissimo ad aiutare i gemelli.
Solo Andreas sembrava perplesso “come spiegherai l’assenza di Tom?”
“dirò che è un cretino, ha bevuto un po’ troppo e ha preferito andare subito a letto”
“una mezza verità insomma…”
“sì, che è un cretino è sacrosanta verità.”

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domenica, 20 gennaio 2008 alle 16:00

Tom Kaulitz Von Mystified - 1


Ecco la mia prima FF di cinue capitoli. =) è piuttosto triste e di certo non è tra le cose migliori che ho scritto, ma visto che grazie a questa ho ricevuto moltissimi commenti positivi mi sembrava giusto postarla!


Capitolo 1 – Ich bin Tom von….

“Bill… Bill… Bill…”

Salve, il mio nome è Tom.
Avrete sicuramente sentito parlare di me, e non lo dico per presunzione… forse non sono un tipo modesto, ma di certo la mia fama precede ogni mio difetto.
Come dicevo, il mio nome è Tom, Tom Kaulitz, e ci fu un tempo in cui ero conosciuto come Tom Von Tokio Hotel.
Che sia stata colpa mia, è poco ma sicuro. Paradossalmente posso assicurare che più si ha una vita spettacolare, più farà male quando tutto vi crollerà addosso.
Tra poco racconterò la mia storia, ormai conclusa da tempo. Non è una bella storia, non è una storia felice.
Il tipico discorso tra me e mio fratello era questo:
- “Tom, merda! Avevamo detto: niente fans in hotel questa volta!” lo sguardo di Bill ha un che di stanco, come spossato, svuotato.
“non puoi togliermi sempre il divertimento! Su ragazze lasciatelo perdere… la mia stanza è di la”
“Scemo guarda che queste sono francesi…non capiscono un cazzo di quello che dici”
Bill non capisce, di lui scrivono che è un “unsporty” ma la realtà è un’altra: lo sport di Bill è fare il finto santo.
“fratellino, il sesso è una lingua universale!”
Questo sono io… il sesso.
In ogni caso Bill non ha tutti i torti. Le tre bionde alle mie spalle piangono, emettono urletti isterici e ridacchiano, ma non danno segno di pensieri coerenti in corso. –
Avrei potuto parlarvi delle tante discussioni piacevoli e tenere tra noi, ma non posso.
Come voi stessi avrete notato, non c’è niente di bello.
Vorrete ancora biasimarmi?

----------------------
Georg Listing uscì dall’albergo, passando per la porta posteriore.
Questa volta le fans non li avevano né seguiti né trovati, dunque non era necessario portarsi dietro le guardie del corpo quando ci si voleva fumare una sigaretta in santa pace.
Prese l’accendino dalla tasca posteriore dei jeans, guardandosi intorno con poca voglia.
“ma guarda un po’… il bassista”
Una voce femminile, tranquilla e vagamente annoiata lo fece trasalire, nel buio del suo nascondiglio a cielo aperto.
“chi cazzo sei… sappi che uno squillo al cercapersone e piombano qui le guardie..”
“rilassati Georg, non sono una fan… posso avere una siga?”
Georg, allibito, passò il pacchetto di camel alla sconosciuta.
La guardava aprire con tutta calma la confezione, con quelle sue dita lunghe e curate. La studiò mentre accendeva la paglia, stringendola con disinvoltura tra le labbra.
“che fai? Fissi?”
Georg rimase spiazzato, fermo a guardare la bellezza di quel viso imperfetto, particolare.
“fanculo, voi star siete tutte uguali” tra un tiro e l’altro, la ragazza lanciava occhiate curiose in direzione dell’hotel.
“ma.. esattamente… chi cazzo sei? Senza offesa eh… ma spunti qua, mi scrocchi una sigaretta, mi mandi a fare in culo… eh!”
“mi chiamo Elle”
“bhe.. piacere… Elle come la lettera L?”
“i tuoi amici sono dentro?” chiese, accennando all’ingresso, e fingendo di non aver sentito.
“intendi Gustav e i Kaulitz?”
“proprio loro”
Georg annuì. La tranquillità di quella ragazza stonava con il contesto vitale dei Tokio Hotel. Le fans non erano così, proprio per niente.
Strano come solo lei fosse riuscita a trovarli…
“Salutameli allora, Georg…” fece Elle, muovendo qualche passo nel vicolo, verso la strada.
“ehi! Aspetta… se vuoi… te li presento…” voleva restare ancora un po’ con lei, non intendeva lasciarla andare così in fretta.
Lei parve rifletterci per un attimo, indecisa, poi acconsentì, lasciandosi guidare fin alla stanza 89.
Una volta all’interno, la ragazza riuscì ad apparire a proprio agio con tutti, sia durante le presentazioni che dopo, nella quieta calma dell’ozio vacanziero.
Bill insistette tanto per mostrare a Gustav e Georg il nuovo abbozzo per la copertina del prossimo singolo.
Ci fu così un attimo in cui Elle e Tom restarono soli, uno in fronte all’altra, nelle comode poltrone della suite.
“e tu saresti un porco?” domandò lei, un sopracciglio alzato e un sorrisino beffardo disegnato sulle sue stupende labbra.
Tom non poté fare a meno di notare come lei assomigliasse a una fusione tra lui e suo fratello gemello.
“cosa intendi dire?”
“intendo che se fossi davvero un porco mi saresti saltato addosso, dato che i tuo amici ci hanno abbandonati qui.. soli…” accavallò le gambe in un gesto nervoso.
“sono un porco cavaliere… attendo che sia tu a chiedermi di farlo” rispose il chitarrista, sorridendo di sbieco a sua volta.
“dovrei?”
“dovresti?”
Ed iniziarono una battaglia allo sguardo più tagliente, alla smorfia più maliziosa, il porco e la bella.
Senza che ci fosse bisogno di dire niente,Tom le si gettò in braccio, attendendo un bacio di lei. Elle tuttavia glielo fece penare e desiderare quel semplice contatto di labbra.
Solo dopo una decina di minuti in coccole e carezze, Tom ebbe un assaggio del su sapore, delicato ed audace al contempo.
Per la prima volta da molti mesi, egli provò altro che semplice eccitazione, Tom sentiva calore e un po’ di imbarazzo in quelle effusioni. Era una sensazione incredibile.
“è da così tanto tempo che desidero incontrarti” bisbigliò la mora nell’orecchio del giovane rastaro.
Tom restò leggermente perplesso a quell’affermazione, dopotutto era stata lei stessa a dire che non era una fan dei tokio hotel. E dunque perché avrebbe dovuto desiderarlo? Come, avrebbe potuto?
“perché sei qui?”
“hai bisogno di aiuto, Tom”
Ed egli si alzò, di scatto, quasi dolorosamente.
Chi era quella ragazza? Come faceva a sapere che..?
“io.. non… io so badare a me stesso… non ho bisogno di aiuto,grazie” sperò di aver troncato così la conversazione, e fece cenno verso la porta, come per invitarla ad andarsene.
Ma lei non ne volle sapere, perfettamente a suo agio, sprofondata nella poltrona, anche in quella situazione così imbarazzante.
“io so che non è vero, e lo sai anche tu… anche tuo fratello è d’accordo”
“ah.. è così? È stato Bill a portarti qua? È stato lui?”
Non venne accennata risposta, così Tom perse la testa.
“vattene puttana! Vattene! Vattene! Cazzo, vattene! Vallo a succhiare a mio fratello, visto che di lui ti fidi tanto!”
Tutta l’eccitazione, il caldo entusiasmo, tutto svanito come per magia. Tom vide se stesso, mentre Elle spariva attraverso la porta. Tom vide se stesso nel futuro, solo, sull’asfalto. Tutto bianco e rosso attorno a lui. Bianco come neve, come quella neve così speciale che lo possedeva, rosso come sangue.


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venerdì, 18 gennaio 2008 alle 13:19

Gli Occhi Dell'infanzia [One Shot]


Posto ora una semplice One Shot scritta la vigilia di Natale ^^ grazie lla quale ho vinto il primo posto al contest organizzato dal Tom und Bill Kaulitz First Italian Forum.

One Shot - Gli Occhi Dell'Infanzia

È la Vigilia di Natale… c’è neve a Leipzig, gli alberi, i tetti... tutto è imbiancato; le case sembrano come finte, disegnate da un artista di gran talento.
Un bambino passeggia per le strette vie del centro, soffiando sul Gluwine analcolico che stringe tra le mani.
Solo quando è sicuro che ormai non scotti più, azzarda un sorso al succo di mele caldo, lasciando che il profondo aroma di cannella si diffonda nel suo giovane petto.
È così bello respirare l’aria del Natale… è ricca di mille profumi… dolci come gli spiedini di frutta e cioccolato, salati come i Reiberdatchi, confusi come il mercatino della città.
Il bambino cammina così tanto che nemmeno si accorge di essersi perso nella folla, è come reso ubriaco dalle luci e dai suoni del 24 Dicembre.
Eccolo capitare davanti a una bancarella più colorata delle altre… ha tantissimi oggettini in vetro esposti sulla soffice neve finta, animaletti, angeli, folletti, qualche Babbo Natale e infine una bella macchina di vetro rossa.
Le luci si riflettono nei magici oggetti, e di conseguenza nei suoi occhi d’infante, ancora così ingenui e limpidi.
Il bimbo guarda di soppiatto il venditore, che da dietro la folta barba bianca augura con voce profonda un buon natale all’anziana cliente che ha appena acquistato alcune decorazioni per la casa.
Non sa perché, ma quel uomo un po’ lo spaventa. Vorrebbe prendere la macchinina, la vuole regalare a suo fratello, ma non sa se ha il coraggio.
Il bambino allunga la mano e rapido la ritrae con il freddo vetro stretto tra le dita.
Crede quasi di averla scampata, ma il suo cuore batte così forte da tradirlo.
“Come ti chiami giovanotto?” domanda il vecchio barbuto al di là del bancone.
“B-Bill” sussurra di rimando, con un filo quasi impercettibile di voce.
“Bill… potresti restituirmi la macchinina, Bill?” domanda incredibilmente tranquillo l’uomo, porgendo una mano nodosa e grande verso di lui.
“Io… mi dispiace” Bill a stento trattiene le lacrime, per l’imbarazzo, il pentimento, e anche un po’ per l’orgoglio ferito… appena il leggerissimo oggetto atterra nel palmo sicuro del negoziante, lui fugge via, rapido tra la folla, rovesciando i resti del Gluwine sul pavimento affollato.

Sono le 23.00 e la casa è così piena di famigliari che quasi scoppia.
Bill dal bordo del tavolo osserva la madre servire il dolce. Attraverso la luce delle candele sembra così bella.
In fondo è la mamma… come potrebbe non essere bellissima ai suoi occhi? Proprio come un angelo.
Senza mai smettere di sorridere, lei serve lo Stollen che suo marito affetta in cucina.
Bill si sente caldo e al sicuro quando lei è con lui…
Gentilmente, il bambino rifiuta il dolce… queste cose non lo attirano molto. Al contrario, suo fratello Tom ci si getta sopra, addentando una spessa fetta carica di uva e canditi.
A tavola tutti si chiedono come possano due gemelli essere così drasticamente diversi, senza per altro rendersene conto.
Potessero, loro risponderebbero che si, loro sono molto diversi, ma che meglio così… perché bastano già gli adulti ad essere tutti uguali. Tuttavia Bill e Tom hanno solo sei anni, e di certo questi pensieri non sono la loro prima preoccupazione…
Tutti scoppiano a ridere quando Tomi starnutisce, sollevando una nuvola di zucchero a velo sui nonni alla sua destra.
Bill a tavola è l’unico a restare serio. I suoi grandi occhi di bambino stanno sbirciando al di là dell’albero addobbato, dritti all’interno della cucina.
Bill Vede.
Bill non dimenticherà mai il viso rigato dalle lacrime di Simone… ne il volto, trasfigurato dalla rabbia, di suo padre.

A volte i gemelli riescono a provare i sentimenti dell’altro, anche se distanti.
Tom sente che Bill soffre e corre in camera loro… il fratellino è seduto a terra, al buio, la schiena appoggiata al muro e il piccolo corpo scosso dai singhiozzi.
“Bill”
“perché la mamma e il papà si odiano?”
Tom vorrebbe tanto sapere cosa rispondere… si getta al fianco del fratello e lo abbraccia con tutto se stesso.
Non lasciarmi Tom…
La neve ha ricominciato a scendere al di là del vetro… e Leipzig è illuminata dalle decorazioni natalizie, che sembrano tanto stelle a bassa quota.
Non ti lascerò mai Bill… Non io.
Scatta la mezzanotte. Scatta il Natale.
E il giorno più magico dell’anno sorprende i due gemelli abbracciati in una stanza buia… due bambini come tanti altri... due bambini che non hanno niente se non sogni e il loro legame…
“Questo è per te” sussurra Tom, vagamente imbarazzato, mentre porge al fratello un piccolo involucro, evidentemente ricavato dagli scarti della carta regalo di sua madre.
Bill si asciuga i grandi occhi castani dalle ultime lacrime e lo prende in mano.
Scartare i regali è sempre bello, è il momento in cui tutta l’attesa e la sorpresa trovano un punto di sfogo.
Rapido, ma senza aggressività, il bimbo strappa la carta colorata.
Una nuvola di zucchero a velo e profumo di cannella di alza dalla felpa di Tom quando il fratello gli getta le braccia al collo, commosso.
La macchinina di vetro rosso li osserva lieta dal pavimento, catturando gli ultimi raggi della luna piena.

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mercoledì, 16 gennaio 2008 alle 13:13

Io e le mie FF


Inanzitutto, benvenuti nel mio nuovo blog ^^ finalmente online dopo varie peripezie con il codice del template che mi ha fatto letteralmente i m p a z z i r e -.-'

Io sono Giulia, Giu per amici e utenti nei forum =) il mio nick su forumfree è . I c h Hasse D i c h ma probabilmente lo modificherò preso...

La mia mirabile "carriera" [xD] di scrittrice di FF comincia circa un anno fa proprio grazie a quei quattro simpatici bambocci che potete vedere nel template... ^^'

Fino ad ora ho scritto alcune One Shot (ovvero FanFiction a un capitolo), una Short-FF (5 capitoli) e sto lavorando ad alcune Long Fic che, se avrete la pazienza di leggere, posterò mano a mano su questo Blog...

Ovviamente non mi reputo abbastanza brava da meritare commenti di alcun genere, ma di certo se leggete è gradita una qualsiasi traccia del vostro passaggio, un vostro pensiero, un impressione o, perchè no?, una critica ^^

Per qualsiasi curiosità, per richiedere affiliazioni, o magari per inviarmi una vostra FanFiction, potete usare q u e s t a mail:   f.a.n.t.a.s.m.a@hotmail.it

A domani per la prima One Shot!

 

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martedì, 15 gennaio 2008 alle 21:11

About Me

Benvenuto/a nel Blog di RedSam! Qui posto regolarmente le mie fanfiction riguardanti i Tokio Hotel.
Giu| 17 anni| Bologna| kikitrack@gmail.com| NO MSN
Nella sezione "Links" troverete tutti i miei vari accounts n_n

Du Wirst Fur Mich...
...Immer Heilig Sein.

Poche Regole

»Se leggi le mie Fanfiction lasciami un commento ^_^;
»Non usare linguaggio offensivo nei confronti degli altri utenti;
»Accetto critiche anche molto negative, ma solo se scritte in italiano corretto e fondate;
»Non spammate né in tag né nei commenti;
»Se avete consigli su quel che scrivo, sulla grafica o su qualsiasi altra cosa, lasciate un commento;




Ich L i e b e…

♥Deutsch
♥Hot chocolate
♥Ice cream
♥Heart shaped glasses
♥Sweets
♥Traveling
♥Sushi dipendence
♥Vintage stores&shoes
♥American cupcakes
♥Late nights parties
♥American t.shirts
♥Decadent music
♥Friends and chinese food
♥Compulsive shopping
♥Sashimi
♥Writing thoughts
♥Lovelovelove
♥Late nights fever
♥Singing stupid songs
♥Hot voyage tea
♥Japanese & american fashion
♥Hollywood life
♥Fake eyelashes
♥Futuristic technology
♥Saki
♥Mineral water
♥Fresh fruit
♥Sweden cities and Danemark
♥Germany, in my heart
♥Lui.

Ich H a s s e…

†Ipocriti
†Amare troppo
†Superficiali
†Truzzi
†Oche
†IlNonSaperOdiare
†Illudermi
†Chi non sa ascoltare
†Chi non vuole capire
†Chi non sa divertirsi
†I pregiudizi
Lui

Music

La musica che Amo
???

W i s h l i s t

FF Online

Ecco una lista delle mie FF online su questo blog. In seguito ne verranno aggiunte altre attualmente online su altri domini.

»Tom Kaulitz Von Mystified {Completa}
»Gli Occhi Dell'Infanzia {One Shot}
»Not Real {Completa}
»Nevica Febbre {One Shot}
»Blind {Completa}

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